Guerra /

Venti di guerra spirano nel Golfo Persico. Gli Stati Uniti stanno a tutti gli effetti provocando un’escalation militare con il dispiegamento di uomini e mezzi che sembra il presupposto di un attacco all’Iran per eliminare quella che per Washington e Tel Aviv è la minaccia nucleare rappresentata dal programma atomico degli Ayatollah.

In questi giorni sembra di essere stati catapultati indietro nel tempo di decadi quando i rapporti tra Teheran e Washington erano caratterizzati da reciproca diffidenza – per usare un eufemismo – che sfociava in veri e propri atti di guerra che solo per un caso non hanno portato ad un conflitto aperto. Gli attacchi dei gommoni dei Pasdaran alle petroliere nello Stretto di Hormuz, i pattugliamenti di velivoli e navi Usa nel Golfo Persico che hanno portato in un caso anche all’abbattimento di un aereo di linea iraniano – il volo Iran Air 655 abbattuto dall’incrociatore Usa Vincennes nel 1988 – sembrano uno scenario che ora potrebbe riproporsi prepotentemente proprio per l’acuirsi delle tensioni diplomatiche dovute al ritiro unilaterale degli Usa dall’accordo Jcpoa sul nucleare iraniano e alla recente minaccia degli Ayatollah di riprendere l’arricchimento dell’uranio e l’attività dei reattori ad acqua pesante, fondamentali per la produzione di plutonio, l’esplosivo usato nelle testate atomiche.

Attualmente gli Stati Uniti hanno dispiegato nell’area del Golfo Persico e del Mare Arabico un contingente militare di tutto rispetto rappresentato da bombardieri strategici, portaerei, sistemi missilistici Patriot e soldati. A questo si aggiungono provvedimenti che farebbero supporre un attacco imminente come l’ordine del Dipartimento di Stato americano di ridurre al minimo il personale delle sedi diplomatiche in Iraq.

Un tale dispiegamento di forze ricorda molto quello avvenuto in un’altra recente occasione: la crisi coreana gestita dall’amministrazione Trump, e potrebbe non essere un caso bensì una precisa strategia per portare Teheran a più miti consigli così come avvenuto per Pyongyang.

Iran vs Usa: una crisi annunciata

L’avvicendamento alla Casa Bianca ha ribaltato la politica internazionale americana come era facile prevedere. Dopo le amministrazioni Obama in cui gli Usa hanno scelto di ridurre al minimo indispensabile la presenza militare Usa nei vari teatri di crisi mondiali preferendo fornire aiuti finanziari e militari ai propri alleati affinché li gestissero in modo autonomo, il Presidente Trump ha recuperato, forse tardivamente, il ruolo di “gendarme del mondo” degli Usa pur cercando di limitarlo a quei teatri considerati di fondamentale importanza per gli Usa.

Si tratta dell’attuazione del principio del “America first” che non va scambiato per un isolazionismo Usa sul modello di quello che caratterizzò la politica americana nel primo dopoguerra ed ebbe termine con la presidenza Roosevelt. “America first” significa perseguire con ogni mezzo il benessere degli Stati Uniti anche e soprattutto ritornando protagonisti in quelle regioni del mondo considerate strategiche per l’economia americana.

L’Iran, a questo proposito, gioca un ruolo fondamentale al pari della Corea del Nord o del Mar Cinese Meridionale. Oltre alla ben nota questione petrolifera – dallo Stretto di Hormuz transita un terzo del gas naturale liquefatto del mondo e del petrolio trasportato via mare esportato dai paesi del Golfo Persico – Teheran rappresenta oggi una potenza regionale che contrasta gli interessi Usa, di casa Saud e di Israele in tutto il Medio Oriente.

La guerra in Siria ha aperto le porte definitivamente all’influenza iraniana nel Mediterraneo venendo a creare l’embrione di quella Mezzaluna Sciita tanto desiderata da Teheran e tanto temuta da Riad e Tel Aviv. L’alleanza, spesso ambigua e mai del tutto tale, dell’Iran con la Russia preoccupa non poco sia gli Stati Uniti sia i loro alleati mediorientali.

Questo meccanismo, per Washington, in qualche modo va fermato e l’occasione è stata data proprio dal Jcpoa, il trattato sul nucleare iraniano.

Il Jcpoa: un trattato che non va più bene per Washington

All’amministrazione Obama va riconosciuto il merito di aver garantito qualche anno di stabilità nel Golfo Persico proprio grazie alla firma del trattato Jcpoa. L’Iran ha potuto uscire da un embargo soffocante e tornare ad aprirsi al mercato globale, cosa che ha fatto prosperare non solo Teheran ma anche i suoi partner commerciali, tutti europei – guarda caso – di cui l’Italia è il principale, in un periodo di crisi economica continua.

Il trattato però non poteva durare molto con la nuova amministrazione Usa. Innanzitutto non eliminava i possibili ordigni atomici già costruiti né eliminava il plutonio già sintetizzato ed inoltre, fattore affatto secondario, non andava ad intaccare il programma missilistico di Teheran se non in modo del tutto marginale e mai effettivamente ratificato per quanto riguarda i test.

Risulta chiaro quindi, alla luce del riavvicinamento tra Washington e Tel Aviv fortemente voluto dall’amministrazione Trump che è arrivata a spostare la sua sede diplomatica a Gerusalemme – sancendo così il riconoscimento ufficiale di capitale dello Stato ebraico mai avvenuto prima – che il Jcpoa sarebbe durato poco. Per il Presidente Trump è molto più importante recuperare il rapporto con Israele, potenza militare del Medio Oriente, che correva il rischio di essere sedotta da una Russia sempre più attiva e propositiva nell’area.

La “carta coreana” di Washington contro l’Iran

Come fare per mettere pressione sugli Ayatollah e riportarli al tavolo delle trattative per negoziare un nuovo accordo che preveda lo smantellamento di missili ed eventuali testate? La Casa Bianca sta giocando quella che definiremmo la “carta coreana”, ovvero lo stesso modus operandi che ha tenuto l’anno scorso nella risoluzione della disputa nucleare con Pyongyang.

In occasione della crisi nucleare con la Corea del Nord gli Stati Uniti hanno mostrato i muscoli in modo inequivocabile: la Settima Flotta è stata pesantemente rinforzata con l’invio – ben propagandato – di sottomarini nucleari lanciamissili da crociera, in più di una occasione due Csg (Carrier Strike Group) hanno incrociato le acque del Mar del Giappone, i bombardieri strategici (non con capacità nucleare) B-1 sono stati inviati nell’area, insomma in una parola abbiamo assistito ad una vera e propria escalation militare che ha avuto come effetto quello di riportare Kim Jong-un a più miti consigli giungendo, per la prima volta nella storia, a trattative per un accordo di pace tra Stati Uniti e Corea del Nord.

Che la situazione in quel teatro dell’Estremo Oriente si sia ora cristallizzata in un limbo da cui entrambe le parti sembrano non riuscire più ad uscire è del tutto secondario per la Casa Bianca, ma dovrebbe essere una considerazione da non sottovalutare per un’analisi strategica che vede la riproposizione dello stesso meccanismo nei confronti dell’Iran.

Washington, nella nostra analisi, vuole strappare un nuovo accordo con Teheran mettendo pressione attraverso il dispiegamento del suo arsenale militare, con la stessa aspra retorica diplomatica che abbiamo visto anche in occasione della crisi con la Corea del Nord, ma corre il serio rischio di fallire e di causare un conflitto regionale il cui esito potrebbe essere incerto con il possibile allargamento dello stesso.

Il problema principale è che Teheran, a differenza di Pyongyang, non è un regime autocratico e, sebbene vi siano sacche di dissenso interno – esclusivamente legate alla ricerca di un tenore di vita migliore, quindi non ideologiche – un eventuale conflitto o la minaccia dello stesso comporterebbe solamente l’ulteriore stringimento dei legami tra il popolo iraniano ed il suo governo, come storicamente avvenuto durante il conflitto con l’Iraq. La stessa situazione economica interna, del resto, non è paragonabile a quella nordcoreana, pertanto Washington avrebbe serie difficoltà a far leva sull’arretratezza economica, anche considerando il fatto che non ha funzionato nemmeno con la Corea del Nord proprio a causa di un diverso “carattere” della popolazione rispetto a quello occidentale.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME