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“Non sappiamo cosa accadrà a Incirlik” sono state le parole del senatore del Wisconsin Ron Johnson (Rep) al Washington Examiner “speriamo per il meglio ma dobbiamo prepararci al peggio”. Il senatore, che presiede la sottocommissione per le relazioni estere per l’Europa, ha anche affermato che la politica estera “inquietante” del presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha stimolato la formulazione di piani per un eventuale trasferimento delle forze Usa dalla ben nota base in Turchia.

“Vogliamo mantenere la nostra piena presenza e cooperazione con la Turchia. Non penso che vorremo fare quel cambiamento strategico, ma penso che, da una postura difensiva, penso che dobbiamo guardare alla realtà della situazione cioè che la strada che sta percorrendo Erdogan non è buona”, ha detto ancora Johnson.

Il senatore si riferisce certamente alla ben nota questione degli S-400, che ha portato al congelamento della consegna degli F-35 alla Turchia e alla sua uscita dal consorzio internazionale che li produce, ma anche all’attuale situazione che vede Ankara contrapporsi ad Atene per la questione dei confini della Zee (Zona di Esclusività Economica) e relativo sfruttamento delle risorse della piattaforma continentale tra Egeo e Mediterraneo Orientale.

La retorica turca, sempre più aggressiva, verso un partner della Nato come la Grecia ha imposto una seria riflessione oltre Atlantico: c’è chi comincia a chiedersi se non sia necessario rivedere le proprie posizioni in quel settore e trasferire i propri assetti militari in un Paese più “amichevole”, rappresentato proprio da Atene.

La questione dello sfruttamento delle risorse energetiche offshore è però solo la punta dell’iceberg di una nuova postura strategica turca che vede nel mare la nuova frontiera da conquistare per uscire dal confinamento continentale a cui è stata relegata Ankara dalla fine della Prima Guerra Mondiale: la dottrina della Mavi Vatan, la Patria Blu, prevede infatti un ritorno verso le frontiere marittime di più ampio respiro, che non solo vuole superare i limiti vincolanti del trattato di Siviglia, ma che punta a far tornare la Turchia una potenza marittima a tutti gli effetti. Non è infatti un caso che la Marina militare stia vedendo un sensibile miglioramento dei mezzi a sua disposizione: non solo nuove navi, ma anche nuovi vettori missilistici a lungo raggio che la metteranno in grado di avere nuovi compiti strategici mai avuti prima.

Negli Stati Uniti c’è quindi chi teme, proprio per questi motivi, che i rapporti tra Ankara e Washington si incrinino definitivamente, mettendo in pericolo la stessa presenza militare statunitense in Turchia. L’accesso americano alla base di Incirlik, sede di un aeroporto tra i più importanti che hanno gli Usa in Medio Oriente, è stato già minacciato più volte dal presidente turco dal fallito golpe di matrice gulenista del 2016: “Se fosse necessario fare un passo del genere, ovviamente ne avremmo l’autorità … Se fosse necessario chiuderemo Incirlik” furono le parole del presidente turco lo scorso dicembre in risposta alla minaccia di sanzioni americane in forza del Caatsa, il provvedimento del governo che sanzione quei Paesi che comprano armi da una lista di Paesi “nemici” tra cui c’è la Russia.

Pertanto a Washington sembra che si stia pensando all’ipotesi peggiore, ovvero di dover abbandonare Incirlik che, lo ricordiamo, oltre a vedere dislocate una cinquantina di bombe nucleari tattiche a caduta libera tipo B-61, è anche la base da dove è partito il 68% dell’appoggio aereo fornito per le operazioni in Iraq e in Afghanistan nei primi anni del 2000.

Un piano per spostare le bombe atomiche già c’era. Lo scorso ottobre il New York Times aveva riportato che i dipartimenti di Stato ed Energia stavano esaminando piani per spostare le armi, mettendo però gli Stati Uniti davanti a un dilemma: trasferire le B-61 altrove in Europa e danneggiare ulteriormente la già travagliata relazione con un alleato della Nato di lunga data, oppure lasciarle a Incirlik col rischio che, come riferito dallo stesso segretario alla Difesa Mark Esper, la Turchia possa uscire “dall’orbita occidentale”?

Eliminare la presenza americana in Turchia, che significherebbe anche abbandonare la stazione radar di Kürecik dove c’è il sistema di allarme missilistico precoce che utilizza l’AN/TPY-2 del Thaad, aprirebbe una crisi insanabile tra Ankara e Washington, e spingerebbe la Turchia ancora di più tra le braccia di Mosca come prodromo ad una sua uscita dalla Nato: eventualità da tenere in considerazione a questo punto, stante l’attuale ritmo nella produzione autoctona di armamenti e considerando le velleità nucleari del “sultano”.

Nonostante questo negli Stati Uniti c’è chi spinge per una simile mossa, e non solo nella politica: anche alcuni analisti ritengono che stante l’attuale livello di ostilità verso gli Stati Uniti, la soluzione più auspicabile sia abbandonare Incirlik arrivando al punto di affermare che “ogni giorno in cui le forze e le attrezzature statunitensi rimangono a Incirlik, si mettono a rischio gli americani” e postulando anche un ritiro improvviso e immediato con “un’evacuazione notturna” in modo da lasciare i turchi davanti al fatto compiuto senza quindi dare spazio a possibili rappresaglie.

Incirlik però, è ancora strategica per gli interessi statunitensi nell’area mediorientale proprio per la sua posizione avanzata. Come si può quindi mantenere questo vantaggio tattico eliminando il rischio politico dato da una Turchia sempre più distante da posizioni “occidentali”?

La soluzione potrebbe essere, come affermato sempre dal senatore Johnson, di guardare al suo vicino di casa: la Grecia. Gli assetti militari presenti a Incirlik potrebbero essere trasferiti in blocco alla base navale americana nella baia di Suda, a Creta, dove c’è anche un’importante infrastruttura aeroportuale.

Da questo punto di vista non è forse un caso la decisione di cambio di porto di stanza per la nuova nave base di appoggio per le forze anfibie, la Uss Hershel “Woody” Williams (Esb-4), che da Norfolk diventa proprio Suda: significa che gli Stati Uniti intendono dare maggiore importanza alle loro posizioni in Grecia.

Una simile decisione, come già detto, avrebbe grosse conseguenze politiche: molto più rispetto al semplice ritiro da Incirlik proprio per l’attuale stato di tensione che intercorre tra Atene ed Ankara, quindi risulta difficile che la Casa Bianca decida in questo senso nell’immediato, ma pare proprio che nella politica statunitense si sia stabilito che la Turchia non è più un alleato affidabile, pertanto la base di Incirlik, con le sue atomiche, resta un nodo da sbrogliare il più presto possibile.

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