“È il più grande fallimento della sua vita, ben più eclatante del 7 ottobre. Il precedente fallimento di Benjamin Netanyahu ebbe molti padri; ma per questo, la responsabilità ricade interamente su di lui. Se il progetto di vita di Netanyahu era – e lo era – la lotta contro l’Iran, l’ossessione di un singolo uomo, questa guerra è il suo fiasco. Israele emerge da questa guerra più segnato di quanto appaia, più debole e più emarginato di prima. L’Iran ne esce malconcio ma rafforzato e sette volte più ricompensato”. Così inizia un articolo di Gideon Levy pubblicato su Haaretz.

“Ecco come si presenta la missione di una vita che è fallita. Netanyahu, che ha trascinato Israele in questa guerra, il primo ministro che martedì è stato costretto a porvi fine senza essere consultato, l’uomo che pensava che questa guerra lo avrebbe fatto entrare nei libri di storia come un salvatore, ha la piena e sola responsabilità del suo fallimento”.
È stato un fallimento terribile, il cui prezzo non è ancora stato pagato del tutto. È iniziato con l’idea megalomane che Israele possa rovesciare i regimi, è proseguito con l’illusione che la guerra sia la soluzione a ogni problema – sempre la prima strada adottata, l’unica a essere tentata – ed è finito con il fallimento nel raggiungere anche un solo obiettivo bellico, neanche uno”.Quindi, dopo aver elencato il prezzo che Israele ha dovuto e dovrà pagare a questa guerra – omettendo il prezzo che hanno dovuto pagare altri, dagli iraniani ai libanesi, ai palestinesi, ai Paesi del Golfo – anzitutto un di più di “isolamento internazionale”, continua affermando che Netanyahu non è l’unico responsabile del 7 ottobre, al quale hanno contribuito tanti politici e funzionari e tanti fattori, anzitutto “il un brutale assedio [di Gaza], che non era stato imposto da Netanyahu”, né è “l’unico responsabile della folle guerra di vendetta che Israele ha scatenato all’indomani del 7 ottobre”.
Così anche “il genocidio [di Gaza] ha molti padri. Netanyahu è stato il principale, ma non l’unico. La storia, e forse il mondo intero, farà i conti con tutti loro: i comandanti militari, i piloti dell’aeronautica, i soldati, gli agenti del servizio di sicurezza Shin Bet, i distruttori di Gaza, gli assassini di bambini, i massacratori di medici e giornalisti, i media israeliani complici e tutti gli altri complici dei crimini di Gaza, che non potranno mai essere perdonati”.Ma la guerra all’Iran, aggiunge Levy, è solo colpa sua, avendo convinto tutti che il mondo stava dalla parte di Israele e affascinato Trump ingannandolo con false promesse di un rapido successo che il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha definito “sciocchezze” (in realtà, l’opera di persuasione era più profonda e avvolgente, ma resta che la storia ricorderà l’inganno).
Se non fosse per Trump”, continua Levy, “Netanyahu avrebbe perseverato nella sua guerra all’Iran verso un fallimento ancora più devastante. Proprio come ha tentato di fare a Gaza prima che Trump lo fermasse, proprio come ora è ansioso di fare in Libano, [con un’operazione che è] destinata a un altro fiasco. Ma mentre la guerra volge al termine [si spera, ma… ndr], c’è una cosa su cui possiamo contare: Israele non ha imparato nulla. I sostenitori di Bibi continueranno a sostenere i loro idoli, ognuno di essi, tranne Bibi, continuerà a criticare il proprio Satana (mentre adorano l’esercito che esegue i suoi piani) e Israele è pronto a lanciarsi nella prossima guerra con la stessa cecità e lo stesso entusiasmo con cui si è lanciato in questa”.Al solito, il j’accuse di Levy è implacabile e a tutto tondo, non risparmiando l’opposizione israeliana, tutta schierata in favore della guerra, anche se è certo eccessivamente ottimista sul fatto che il conflitto con l’Iran sia finito.Ma è di oggi la notizia che Netanyahu ha ordinato di aprire al più presto un negoziato con il Libano che porti al disarmo di Hezbollah e alla pace, con l’obiettivo di normalizzare i rapporti tra i due Paesi (difficile dopo tanti morti ammazzati e lo sfollamento di oltre un milione di persone). Evidentemente, l’America si è imposta, anche se è ancora incerto se all’avvio di trattative corrisponda un cessate il fuoco con il Paese dei cedri.L’ordine di aprire un negoziato arriva dopo il legittimo irrigidimento dell’Iran, che ha dichiarato in modalità più che assertiva che non può negoziare con gli Stati Uniti mentre cadono le bombe sul Libano. E dopo la presa di posizione di tanti Paesi che hanno protestato con forza per l’ennesimo bombardamento di Tel Aviv contro le iniziative di pace.Una svolta, almeno in apparenza, anche se è da prendere con la cautela del caso. Difficile che Netanyahu receda dall’idea di sabotare i negoziati. Un titolo di Haaretz è memento ineludibile in tal senso: “Secondo funzionari israeliani, il fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran potrebbe collassare entro pochi giorni”.In attesa, recepiamo la notizia con prudente sollievo, in particolare perché sembra che l’America sia determinata e che, almeno stavolta, come nello stop precedente, è ruscita a imporsi ai sabotatori.
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