ll New York Times riferisce che la Casa Bianca ha dato il via libera per la cessione all’Ucraina di alcuni “carri armati” per implementare le difese di Kiev nell’est del Paese.

In particolare gli Stati Uniti agiranno come intermediario con gli Alleati della NATO per trasferire alcuni mezzi corazzati di fabbricazione sovietica presenti ancora negli arsenali di quei Paesi dell’Alleanza che facevano parte del Patto di Varsavia. Una fonte governativa del Nyt riferisce che le consegne cominceranno presto, senza però dire nulla sulle modalità e su quale Paese li fornirà. È stato precisato che “permetteranno all’Ucraina di effettuare bombardamenti di artiglieria a lungo raggio su obiettivi in Donbass”.

Gli appelli di Volodymyr Zelensky lanciati la scorsa domenica per avere “tank e caccia” dall’Occidente sembra quindi che abbiano sortito il loro effetto, almeno al 50 percento. Il presidente ucraino aveva accusato gli Alleati della NATO di “codardia” quando, parlando dopo il discorso del presidente degli Stati Uniti Joe Biden in Polonia, si è scagliato contro il “ping-pong occidentale su chi dovrebbe consegnare i caccia e come” insieme ad ad altre armi, mentre gli attacchi missilistici russi continuano a colpire a macchia di leopardo i centri urbani ucraini, con una maggiore attenzione là dove le truppe di Mosca sono impegnate in combattimenti.

I “carri armati”, ma potrebbe trattarsi verosimilmente di semoventi di artiglieria e APC (Armoured Personnel Carrier), faranno parte di un nuovo pacchetto di forniture militari del valore di 300 milioni di dollari comprendente sistemi a razzo a guida laser, loitering munitions tipo Switchblade, UAS (Unmanned Aerial System) Puma, sistemi anti UAV, veicoli corazzati ruotati polivalenti ad alta mobilità, munizioni non standard (relativo alla NATO n.d.r.) di calibro da piccolo a grande, dispositivi per la visione notturna, sistemi a immagini termiche e ottiche, sistemi di comunicazione tattica crittati, mitragliatrici non standard, servizi di immagini satellitari commerciali, infine forniture mediche, attrezzature da campo e pezzi di ricambio.

La decisione di implementare la quantità, e soprattutto la qualità, degli armamenti da inviare in Ucraina è sicuramente anche frutto della riorganizzazione delle operazioni russe che non solo hanno visto la fine dei tentativi di accerchiamento di Kiev, ma, a quanto sembra, una vera e propria ritirata strategica nel settore settentrionale per riposizionarsi su una linea meno profonda cercando però, nel contempo, di mantenere la pressione sull’esercito ucraino utilizzando l’artiglieria. Dai primi rapporti sembra che questa manovra sia stata effettuata in maniera un po’ disordinata, tanto che sono state segnalate, da più fonti, sacche di truppe russe rimaste isolate durante il ritiro, ma le forze ucraine in questo momento, a causa delle perdite (soprattutto di corazzati) che abbiamo avuto modo di documentare più volte, non sono in grado di effettuare nulla di più di contrattacchi sporadici e non coordinati: l’avanzata dell’esercito di Kiev nel settore settentrionale è più dovuta al ritiro russo che a una vera e propria capacità militare ucraina.



L’invio di mezzi corazzati, come vi avevamo preannunciato, riguarderà quindi quelli di fabbricazione sovietica che ancora rimangono negli arsenali dei Paesi ex Patto di Varsavia ora facenti parte della NATO. La Polonia, ad esempio, possiede ancora circa 328 MBT (Main Battle Tank) tipo T-72, 230 dei quali sono stati aggiornati con una serie di nuovi sistemi elettronici e radio per prolungarne la vita operativa. Anche Bulgaria e Slovacchia hanno questi MBT in servizio, ma con numeri molto diversi rispetto a quelli di Varsavia: rispettivamente meno di cento e una ventina.

Per quanto riguarda i sistemi di artiglieria mobili di fabbricazione russa, la Polonia ha ancora un certo numero di lanciarazzi (MLRS) tipo BM-21 Grad ma quello che più conta ha circa 800 APC tipo BMP-1 (che nella designazione polacca prendono il nome di BWP-1). La Bulgaria potrebbe fornire parte dei suoi semoventi da artiglieria russi tipo 2S1 Gvozdika, avendone circa 506 nel proprio arsenale, e anche altri BM-21 (192 presenti) a cui si potrebbero aggiungere BMP-1 (100) e BTR-60 (150).

La Repubblica Ceca, parlando di veicoli corazzati tipo APC, ha deciso ieri di cedere 56 veicoli da combattimento per la fanteria PBV-501 – una versione aggiornata dei BMP-1 – all’Ucraina dopo che le autorità tedesche hanno annunciato di aver autorizzato il trasferimento. Questi mezzi appartenevano, infatti, alla Repubblica Democratica Tedesca e la Germania, che li ha ereditati, li ha successivamente passati alla Svezia e da lì sono finiti in Repubblica Ceca, che deve avere comunque il nulla osta di Berlino per la cessione a un altro Paese.

Dopo aver rifiutato di trasferire i caccia polacchi MiG-29, offerti dalla Polonia, per evitare un inasprimento della tensione e una possibile escalation che avrebbe potuto coinvolgere anche alcuni Paesi dell’Alleanza Atlantica, ora con il mutare delle operazioni russe e il ridimensionamento degli obiettivi da parte del Cremlino, Washington fa un passo in più per cercare non solo di difendere l’Ucraina, ma anche di “consumare” le risorse belliche della Russia.

Se però era in qualche modo accettabile la fornitura di armamenti come ATGM, mortai, piccoli droni e altri sistemi definibili come esplicitamente difensivi per la loro stessa natura, la decisione di inviare “carri armati” – che potrebbero essere comunque, come detto, veicoli di artiglieria semovente e non MBT – è un passo in più che sfrutta la natura aleatoria del diritto internazionale riguardante la vendita di armamenti difensivi a una nazione attaccata, ma che, proprio per questo, potrebbe essere “male interpretata” da Mosca.

Occorre poi chiedersi come questi veicoli verranno consegnati all’Ucraina, particolare tenuto celato da Washington per ovvi motivi: se un missile Javelin, o NLAW, è facilmente trasportabile anche da un automezzo civile, è evidente che sia molto più difficile celare il trasporto di “tank” o un APC all’interno dell’Ucraina o nelle regioni di confine dei Paesi NATO.

La domanda che ci facciamo, pertanto, è una sola: come reagirà Mosca? Davanti alla possibilità della fornitura di caccia il Cremlino aveva immediatamente avvisato che ci sarebbero state ritorsioni su quelle basi dalle quali fossero eventualmente decollati i velivoli. Ora invece cosa farà la Russia per cercare di evitare che questi mezzi corazzati vadano a rimpolpare le fila dell’esercito ucraino? Un attacco diretto a un Paese della NATO, sebbene paventato per la questione dei caccia, è da escludere perché comporterebbe un allargamento del conflitto che Mosca non si può permettere, e trattandosi di veicoli che devono essere trasferiti su strada o su ferrovia è possibile che si decida di colpire le arterie di collegamento o direttamente i convogli una volta in movimento nel territorio ucraino, però l’errore, come sempre accade, è dietro l’angolo.