Se la Turchia procederà nell’acquisizione dei sistemi missilistici antiaerei S-400 dalla Russia ci saranno “gravi conseguenze” per Ankara. A riferirlo è stato il portavoce del Pentagono Eric Pahon in una dichiarazione scritta al media online turco Ahval lo scorso lunedì.

Non sembra essere risolta quindi la diatriba che vede contrapposti gli Stati Uniti alla Turchia in merito ai sistemi di difesa missilistici che Ankara, da qualche tempo, sta cercando altrove rispetto ai suoi classici alleati occidentali.

La vexata quaestio riguarda principalmente la cessione di tecnologia, fondamentale per Ankara per poter dare impulso alla propria industria, che Washington ha in qualche modo osteggiato per quanto riguarda la vendita dei missili Patriot, anche questa sotto la spada di Damocle del possibile taglio da parte americana sempre per la questione degli S-400.

Le preoccupazioni americane

Washington ritiene che l’introduzione di un sistema di ultima generazione come l’S-400 nel sistema difensivo della Nato possa svelare alla Russia i segreti dei suoi ultimi caccia invisibili di quinta generazione ed in particolare dell’F-35, di cui proprio la Turchia sarà dotata.

Non è infatti un caso che, allo scadere dell’ultimatum dato da Washington ad Ankara lo scorso 15 febbraio, il presidente Trump abbia firmato una direttiva atta a sospendere la consegna dei 100 F-35 che dovrebbero entrare a far parte della Türk Hava Kuvvetleri, l’Aeronautica Militare Turca.

La Turchia, però, non è solo un mero acquirente del nuovo caccia della Lockheed-Martin, ma è entrata a far parte nel consorzio multinazionale che ne produce i componenti, così come l’Italia.

Le industrie turche sono infatti coinvolte nel programma per un controvalore di circa 12 miliardi di dollari e provvedono alla fornitura di parti del velivolo che fanno parte di tutta la flotta di F-35 presenti nelle varie forze aeree del mondo.

Le maggiori fornitrici di pezzi made in Turkey sono la Alp Aviation, Ayesaş, Kale Aerospace, Kale Pratt & Whitney and TAI. In particolare la parte centrale di fusoliera sia in materiale composito che metallico, il rivestimento della presa d’aria del motore e i piloni per l’armamento aria-terra sono fabbricati dalla Tai; il mozzo posteriore del motore F135, i dischi in nickel-titanio e altre parti strutturali dalla Alp Aviation; il display panoramico dell’abitacolo e componenti dell’interfaccia in remoto per i missili aria-aria dalla Ayesaş; altre parti della struttura della fusoliera e della ali dalla Kale Aerospace mentre alcuni altre componenti della turboventola F135 dalla Kale Pratt & Whitney, succursale locale della ben nota fabbrica di motori aeronautici americana.

L’eventuale decisione di escludere definitivamente la Turchia dal programma F-35 comporterebbe quindi un grave colpo per l’industria locale e riteniamo che provocherebbe anche ulteriori rallentamenti della consegna dei velivoli a tutti gli altri Paesi utilizzatori: la linea di produzione dovrebbe infatti essere riaggiornata per sopperire alla mancanza dei componenti prodotti da Ankara.

Non sappiamo invece che fine faranno gli attuali cacciabombardieri in fase di immediata consegna alla Turchia, che stanno effettuando gli ultimi preparativi con personale turco negli Stati Uniti.

Il bastone e la carota degli Usa

Washington pertanto, per evitare che gli operatori russi che affiancherebbero senz’altro il personale turco nella delicata fase di addestramento all’uso degli S-400 possano carpire i segreti dell’F-35 sta considerando la seria possibilità di escludere la Turchia dal programma. Non solo. Secondo quanto detto dallo stesso portavoce del Pentagono, la vendita di elicotteri Ch-47F Chinook e Uh-60 Black Hawk unitamente a quella di nuovi caccia F-16 potrebbe saltare.

Parallelamente, però, gli Stati Uniti stanno dimostrando l’intenzione di venire incontro ad Ankara per quanto riguarda la sua volontà di diversificare gli asset difensivi. Nel comunicato, Pahon riferisce che Washington comprende questo desiderio della Turchia ma che, sebbene l’acquisizione degli S-400 russi condurrebbe a gravi conseguenze, si stia “lavorando per aiutare la Turchia a cercare soluzioni migliori per soddisfare i propri bisogni in merito alla difesa aerea”. Una sorta di bastone e carota in salsa diplomatica.

Inoltre nella giornata di ieri, come riportato da La Stampa, il governo americano ha annunciato che la Turchia “ha perso i requisiti” per far parte dei Paesi privilegiati nello United States duty free, il sistema di dazi che regola l’import delle merci negli Usa. La decisione in particolare riguarderà il 17% dell’ export turco negli Usa. Tutto lascia pensare che questa decisione sia strettamente legata alla decisione di Ankara di acquisire gli S-400 a partire da luglio di quest’anno.

Intanto arriva il Thaad in Israele

Sempre in queste ultime ore giunge la notizia che gli Stati Uniti stanno rischierando il sistema missilistico Thaad in Israele. Il fatto, sebbene temporalmente concomitante all’ultimo capitolo della diatriba sugli S-400 per la Turchia, non sembra esserne direttamente collegato.

Il sistema è ben noto da tempo, essendo in dotazione a Corea del Sud ed Arabia Saudita, ed il suo arrivo in Israele rappresenta sicuramente un avvertimento per l’Iran piuttosto che una minaccia per la Turchia. Semmai potrebbe essere anche, ma non unicamente, un tentativo di Washington di fare uno “spot pubblicitario” al Thaad dimostrando ad Ankara la propria disponibilità a schierarlo là ove sia più necessario, ma, ancora una volta, non è certamente questo lo “zuccherino” che chiede Ankara: serve un sistema che possa essere interamente gestito e anche parzialmente fabbricato dalla Turchia, e non è di certo il Thaad.