Nello scacchiere mediterraneo il Nord Africa rappresenta, per l’Italia, uno dei settori più importanti per la propria sicurezza e la stabilità. Da qui provengono, ad esempio, le ondate migratorie causate e sfruttate da attori non statuali rappresentati da diverse sigle rientranti nel più ampio fenomeno del terrorismo di matrice islamica. Qui altre organizzazioni criminali hanno i loro terminali di collegamento con l’Europa per i loro traffici di sostanza stupefacenti, esseri umani, beni archeologici trafugati e armi.
Tutta l’area, dall’Algeria sino al Levante, è caratterizzata da giacimenti di idrocarburi fondamentali per la nostra sicurezza energetica e per quella europea, e gli Stati in cui sono situati sono generalmente instabili e non del tutto allineati con la politica occidentale, guardando ad altri attori internazionali (Russia e Cina) che in questo periodo storico sono avversari e competitor dell’Occidente.
Proprio al centro di questa vasta area geografica c’è la Libia, che per note ragioni storiche è legata all’Italia, e che da anni è attraversata da un conflitto intestino in cui sono anche intervenuti Stati che quando non sono in competizione col nostro Paese sono palesemente ostili.
Per sommi capi possiamo dividere in due gli schieramenti, con il Governo di Unità Nazionale (Gna) di Tripoli sostenuto da Turchia, Italia e dall’Onu che si oppone al generale Khalifa Haftar che controlla la parte orientale della Libia, sostenuto da Egitto, Russia, e Francia, con gli Emirati Arabi Uniti che, per questioni legate anche alla stipula degli Accordi di Abramo con Israele, ha cambiato postura passando dall’appoggio al governo della Cirenaica a una sostanziale equidistanza tra le parti in lotta.
In questo quadro, già di per sé caotico, si innesta il fondamentalismo islamico che con l’IS ha avuto una parte fondamentale nella destabilizzazione del Paese. Nonostante il conflitto tra Tripoli e Tobruk recentemente sia diminuito di intensità al punto da potersi considerare sostanzialmente congelato, la stessa natura del tessuto sociale libico, composto da fazioni di carattere tribale che si uniscono o lottano tra di loro a seconda delle convenienze e dei rapporti storici, rende il Paese una polveriera che periodicamente si accende generando scontri armati.
Una pace precaria dove dietro le quinte le fazioni politiche continuano a manovrare in vista delle elezioni politiche in Tripolitania che la diplomazia internazionale si sforza di anticipare, ma c’è il sospetto che i leader della varie parti stiano lavorando per evitare un voto che potrebbe estrometterli dal potere.
L’ultima miccia che ha innescato una nuova serie di scontri riconducibili a quest’ultima volontà, è stato l’arresto di Mahmoud Hamza, capo della Brigata 444 che controlla gran parte di Tripoli. Hamza è stato arrestato all’aeroporto di Mitiga dalla Special Deterrence Force generando la reazione degli uomini a lui fedeli che ha provocato scontri armati durati circa 36 ore tra il 15 e il 16 agosto che hanno causato almeno 55 morti e 146 feriti.
Gli scontri sono cessati martedì a seguito di un accordo raggiunto con il Governo di Unità Nazionale per trasferire Hamza a una parte neutrale. L’accordo prevede la cessazione di tutte le operazioni militari a Tripoli, il ritorno delle unità nelle loro caserme, la valutazione dei danni alla proprietà pubblica e privata e l’emissione di risarcimenti da parte del governo di unità nazionale.
I combattimenti possono essere considerati i più aspri di quest’anno e arrivano a quasi un anno di distanza da un’altra serie di sanguinosi scontri a fuoco che hanno visto, a fine agosto del 2022, confrontarsi le forze affiliate al capo di Stato maggiore del Gna guidato da Abdel Hamid al-Dabaiba e il Consiglio di Presidenza e altre milizie che fanno riferimento al primo ministro incaricato Fathi Bashagha. In quella occasione i combattimenti sono avvenuti nel centro di Tripoli ma anche nei suoi dintorni, arrivando fino alla strada per Misurata ad est, e coinvolgendo anche le forze del generale Osama al-Juwaili.
Si riconosce quindi uno “schema” nell’insorgere degli scontri armati in quella parte della Libia, in considerazione che anche l’anno scorso sono avvenuti in prossimità della possibile tornata elettorale, e pertanto possiamo affermare che la volontà di alcuni leader delle milizie che controllano la Tripolitania di non perdere il proprio potere causando instabilità sia più di un mero sospetto.
In questa polveriera che periodicamente si riaccende, il nostro Paese, a gennaio di quest’anno, ha riconfermato i propri legami energetici siglando un nuovo accordo con Tripoli del valore di 8 miliardi di dollari per la vendita di gas naturale che arriva circa 4 mesi dopo la visita nel Paese del generale Francesco Paolo Figliuolo, comandante del Covi (Comando Operativo di Vertice Interforze) per stabilire nuove forme di cooperazioni militari con il Governo di Unità Nazionale.
L’Italia, però, deve fare i conti con la presenza “scomoda” di un alleato Nato, ovvero la Turchia che da tempo sostiene Tripoli attivamente (con armamenti e milizie) e che proprio di recente ha stipulato un accordo di affitto della durata di 99 anni per il porto di Khoms, che diventerà una base navale turca. Da almeno tre anni Ankara cerca di avere uno scalo navale in Libia, ma sino a oggi le mosse turche si erano arenate davanti all’instabilità locale che rende molto difficile avere un’autorità di riferimento.
La presenza turca, ormai considerabile stabile, deve imporre un’ulteriore ridefinizione degli accordi bilaterali italo-libici (ma sarebbe meglio dire italo-tripolitani) per cercare di non perdere influenza nel Paese. Accordi che necessariamente non dovranno riguardare solo il campo energetico o quello dei fenomeni migratori, e che dovranno tenere conto del sentimento libico (piuttosto diffuso) di non interferenza italiana negli affari interni di quella che era una ex colonia.
L’equilibrismo nazionale per cercare di trovare accomodamenti tra Tobruk e Tripoli evitando di schierarsi palesemente come ha fatto Ankara sarà ancora pagante a fronte di questi ultimi sviluppi? Più ancora: questo modus operandi ha mai realmente pagato?
Difficilmente questa politica potrà ancora essere perpetrata, e dovremo, prima o poi, sostenere apertamente Tripoli anche in considerazione del fatto che i nostri interessi energetici sono localizzati nella parte occidentale del Paese (inshore e offshore), pena l’essere estromessi dalla Turchia la cui impronta in Libia sta diventando sempre più profonda.

