La visita a sorpresa di Donald Trump in Afghanistan è durata appena due ore e mezza, ma tanto è bastato per prendere atto di alcune importanti novità che potrebbero caratterizzare nei prossimi mesi lo scenario del tribolato paese asiatico. Dalla riduzione del numero di soldati, al colloquio con il presidente Ashraf Ghani, sono stati tanti gli argomenti toccati durante la fulminea presenza del tycoon newyorchese tra Bagram e Kabul. Ma sono state soprattutto le sue dichiarazioni sui talebani a destare maggiore attenzione: il presidente Usa infatti, ha dichiarato ufficialmente di essere pronto a riprendere i colloqui con il gruppo islamista che controllare gran parte del paese.

Nuovi contatto tra americani e talebani

Donald Trump è sembrato di buon umore una volta arrivato a Bagram, una delle basi Usa più importanti impiantate in Afghanistan dopo la cacciata dei talebani nel 2001. Il presidente americano si è presentato a sorpresa tra i soldati, ha dato a molti di loro una pacca sulle spalle e poi si è anche improvvisato cameriere, servendo i piatti tipici del Giorno del ringraziamento. Subito dopo, è arrivato il momento di parlare da un palco montato all’interno di un hangar ed è da lì che ha espresso le sue dichiarazioni destinate a far parlare molto nei prossimi giorni. A partire dall’annuncio di voler diminuire il contingente americano dagli attuali 13.000 soldati ad 8.600 già nei prossimi mesi. Una posizione affine alla linea di Trump sempre più incentrata su un graduale disimpegno dagli scenari mediorientali, come dimostra quanto accaduto in Siria nei mesi scorsi.

Come detto, è sui talebani però che il presidente Usa ha espresso le sue più importanti considerazioni durante la breve trasferta afghana: “Siamo pronti a riprendere i colloqui – ha dichiarato Trump – L’obiettivo sarà un cessate il fuoco“. Non è certo la prima volta che si parla di contatti tra gli americani ed il gruppo islamista. Anzi, a settembre è stato proprio Trump ad averli rivelati ufficialmente dopo aver annunciato l’interruzione delle trattative a seguito di un attentato a Kabul costato la vita ad un soldato Usa. Ma adesso la situazione sembra diversa, in primo luogo perché è la stessa opinione pubblica americana a non vedere i colloqui sotto una cattiva luce. Al contrario, una buona fetta di elettorato è convinta che la guerra al terrorismo interessi più gli europei che gli americani e che dunque la presenza dei soldati a stelle e strisce in medio oriente viene mantenuta solo per far un favore agli alleati d’oltreoceano. Per cui, ogni elemento che possa portare ad un disimpegno americano dal medio oriente viene visto di buon occhio. E Trump, in vista delle elezioni del 2020, sembra voler accontentare questa parte di elettorato.

Dal canto loro inoltre, i talebani non smentiscono i contatti. Anzi, alcune delle personalità più importanti del gruppo da mesi non fanno mistero di continui viaggi verso Doha, capitale del Qatar. Il piccolo paese sul Golfo è l’unico ad avere rapporti diplomatici con i talebani, i quali hanno nella capitale qatariota una propria sede di rappresentanza. E sarebbe proprio qui che gli emissari del gruppo islamista e quelli provenienti da Washington hanno tenuto, anche di recente, i delicati incontri propedeutici alla ripresa dei colloqui. In queste ore però, proprio dai talebani sono arrivati segnali contraddittori. Vengono infatti confermati i contatti, ma si parla anche di un’attuale mancanza di condizioni per riavviare definitivamente i colloqui: “Non ci sono le condizioni” ha fatto sapere tramite i social Zabihullah Mujahid, portavoce talebano. Una frase che però non ha chiuso completamente la porta ad una possibile immediata ripresa delle trattative con gli americani: “Se i colloqui ripartono, riprenderanno dal punto in cui si erano fermati”, ha infatti concluso lo stesso Mujahid.

Perché per gli Usa è importante parlare con i talebani

Diciotto anni di guerra non sono bastati a sconfiggere il gruppo islamista che dal 1996 al 2001 è stato al potere a Kabul. Gli americani hanno attaccato i talebani il 7 ottobre 2001, è stata la prima reazione dell’allora presidente Bush all’attentato dell’11 settembre. Il gruppo islamista era accusato di proteggere Osama Bin Laden, fondatore di Al Qaeda ed ideatore dell’attacco alle torri gemelle. Per questo dunque per gli Usa appariva prioritario allontanare i talebani dal potere in Afghanistan. E tutto, tra il 2001 ed il 2002, sembrava procedere secondo i piani del Pentagono: i gruppi antagonisti ai talebani hanno infatti raggiunto Kabul con il supporto Usa, rendendo possibile l’insediamento di un nuovo governo. Ma in realtà, in tutti questi anni, il gruppo islamista non ha perso la presa sull’Afghanistan.

Anzi, al di fuori delle grandi città del paese i talebani ad oggi sembrano maggiormente radicati. Ed è questo forse il primo punto che ha dato agli Stati Uniti la convinzione di dover aprire colloqui con il gruppo. Senza includere i talebani cioè, è il ragionamento anche del Pentagono, sarà impossibile avere pace in Afghanistan. Ma poi c’è anche un altro motivo, non meno importante, che sta portando Washington a trattare con gli islamisti: i talebani hanno sì una visione estremistica dell’Islam, la vicinanza con Al Qaeda lo dimostra, tuttavia essi sono ideologicamente distanti dall’Isis. I talebani considerano anzi i miliziani del califfato come nemici da combattere. Dunque, proprio il gruppo afghano potrebbe rappresentare un argine al dilagare dell’Isis nella regione. I colloqui quindi ci saranno, ma non si preannunciano semplici. E questo sullo sfondo di un Afghanistan sempre più instabile e sempre meno in pace.

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