Non esiste forse una regione africana interdipendente e in qualche modo “integrata” come quella del Sahel. Affinità linguistiche, etniche e culturali rendono soprattutto tre Paesi, ossia Mali, Burkina Faso e Niger, profondamente legati. Si tratta di nazioni francofone, le quali condividono un comune spazio geografico, una popolazione a maggioranza musulmana e una variegata composizione etnica comprendente componenti subsahariane e tuareg. È per questo che, nel bene e nel male, i tre Paesi condividono spesso un comune destino. Non è un caso che proprio qui che è nata l’Aes, l’Alleanza degli Stati del Sahel, comprendente i tre governi in questione. Governi peraltro retti da giunte militari animate dalla stessa linea politica anti francese e anti coloniale. Ma non è nemmeno un caso che proprio qui il terrorismo jihadista si sia mosso in modo tanto coordinato quanto unitario. Per questo, dopo l’assalto contro Bamako da parte del Jnim, ossia la filiale qaedista del Sahel, anche il Burkina Faso inizia a temere per la tenuta della propria giunta guidata dal generale Ibrahim Traorè.
Una difficile situazione di partenza
Esattamente come nel Mali, anche in Burkina Faso il governo ha un controllo del territorio piuttosto risicato. Con l’intensificarsi delle azioni del Jnim e dell’Isis nel corso degli anni, oggi l’esercito regolare burkinabé controlla grossomodo il 50% del Paese e poco più. Il nord è in gran parte in mano ai qaedisti, mentre lo Stato Islamico è ramificato nell’area dei tre confini con Mali e Niger. Una situazione che perdura da almeno un decennio, da quando cioè i gruppi ricollegabili all’islamismo nel Sahel hanno iniziato a imperversare nel Paese dopo aver preso possesso di vate aree in Mali. Esattamente come nel Paese confinante, le cause principali della diffusione dei gruppi jihadisti vanno ricercate in primis nella debolezza dello Stato. La presenza di “zone grigie” e di territori senza un reale controllo da parte delle istituzioni centrali, ha favorito l’emersione di gruppi fondamentalisti e non ha permesso una rapida repressione del fenomeno.
Le fazioni jihadiste sono così anche riuscite a mettere le mani sulle varie rotte del contrabbando che corrono in tutto il Sahel. Da qui, sia verso il Sahara e l’Europa che verso l’Africa atlantica, passa di tutto: droga, armi e purtroppo anche esseri umani. I fondamentalisti, seguendo nuovamente la stessa dinamica vista in Mali, hanno potuto autofinanziarsi ed espandersi. La debolezza dell’economia locale ha fatto il resto: la povertà estrema a cui migliaia di persone sono costrette nelle lande più remote del Burkina Faso, ha facilitato l’opera di proselitismo dei combattenti jihadisti. I due golpe che nel 2022 hanno portato al potere Ibrahim Traorè sono figli di questo contesto, con il generale che ha promesso uno Stato più forte e una lotta incisiva alle fazioni più estremiste. La situazione però, da allora, non è migliorata. Al contrario, nel Paese il Jnim è oggi molto più forte e radicato che mai.
I timori di Traorè
L’attuale leader burkinabè è ben consapevole che ciò che accade in Mali, subito dopo è destinato a ripetersi nel suo Paese. Del resto, il suo colpo di Stato ha seguito di appena un anno quello che nel 2021 ha portato al governo il generale Assimi Goita a Bamako. L’assalto islamista iniziato il 25 aprile in diverse regioni maliane, potrebbe ora avere una replica anche in Burkina Faso. Non si tratta soltanto della più generica “influenza reciproca” tra i Paesi del Sahel, ma anche di una precisa linea del Jnim. Il gruppo non fa molte distinzioni tra cellula maliana e cellula burkinabè, lavorando per la costituzione di un califfato interno all’intera regione. Posizione quest’ultima leggermente mitigata dagli ultimi proclami in Mali dove, nel tentativo di farsi accettare dalla popolazione e di ricostruirsi un’immagine di gruppo di governo, membri del Jnim hanno iniziato a usare toni più nazionalistici.
Ad ogni modo, i qaedisti hanno sempre attaccato all’unisono e hanno sempre usato le strategie attuate nel Mali anche in Burkina Faso. I combattenti islamisti non hanno perso molto tempo nel non smentire i timori di Traorè. Il 4 maggio scorso ad esempio, un attacco contro postazioni dell’esercito nella località di Niania ha comportato la morte di dieci soldati. I miliziani hanno inoltre sequestrato armi e moto usate dall’esercito, oltre che aver saccheggiato e distrutto la base. Altre incursioni sono state registrate in altre aree del Paese, di alcune sono arrivate solo notizie frammentarie. Una situazione tesa, ma che potrebbe diventare ancora più problematica nelle prossime settimane. Diversi analisti danno per certo l’aumento della pressione jihadista, nel tentativo di destabilizzare definitivamente il regime di Traorè. La capitale Ouagadougou sembra per adesso al sicuro, ma per strada diversi testimoni hanno notato l’aumento della presenza di militari. Da qui in avanti, molto probabilmente, ogni precauzione non sembrerà mai troppa.