Le armi sparano anche quando sono nei depositi o quando sono al centro di trattative e accordi commerciali: nel mondo contemporaneo, un accordo per la fornitura di sistemi d’arma complessi implica una relazione di consolidata fiducia tra due Paesi a causa degli elevati impatti in termini di condivisione strategica e trasferimento di tecnologie sensibili che esso implica. Prodotti complessi come gli aerei da guerra, i sistemi di difesa missilistica o le fregate multiruolo sono al centro di strategie al tempo stesso commerciali e geopolitiche.

Nulla rappresenta meglio questo stato di cose della parabola delle forniture statunitensi di caccia F-35; il caccia multi-ruolo della Lockheed Martin, in questi anni, ha rappresentato il perno di alleanze approfondite da parte di Washington, che ha avviato programmi di fornitura o di condivisione della produzione con i più stretti alleati della Nato (Italia, Regno Unito, Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia) e un ristretto novero di nazioni tra cui Israele. Negli ultimi tempi due Paesi ritenuti cruciali nella catena del valore e nel mercato dell’F-35 hanno visto le conseguenze di questa logica: stiamo parlando, per motivi opposti, di Giappone e Turchia.

Da un lato, abbiamo il Paese del Sol Levante: consolidato alleato degli Usa, nel corso degli anni di governo di Shinzo Abe Tokyo sta iniziando gradualmente a riarmarsi temendo il precipitare delle tensioni strategiche che rendono inquieto il Pacifico occidentale e si è rivolto agli Stati Uniti per acquistare un considerevole numero di F-35. Il 10 luglio scorso, sottolinea StartMag“gli Stati Uniti hanno approvato l’acquisto pianificato da parte del Giappone di 105 velivoli F-35. Tokyo si appresta a diventare il più grande operatore straniero del cacciabombardiere”. Un contratto da 23 miliardi di dollari che farà felice Donald Trump e l’industria della difesa a stelle e strisce, e che si inserisce nel programma di rilancio di Tokyo, che mira a acquistare il caccia di quinta generazione mentre ne progetta uno di sesta di intera ideazione nazionale.

Dall’altro, invece, Ankara: sempre più autonoma e sempre meno legata a un Occidente geopolitico al cui orizzonte non si è mai sentita veramente appartenente, la Turchia è formalmente esclusa dal programma F-35 da quando, lo scorso anno, ha scelto di acquistare i sistemi antimissile russi S-400. Sull’F-35 la linea rossa di Washington è la scelta di adoperare nelle linee operative delle aviazioni e delle marine acquirenti tecnologia “amica” e, pare, potrebbe addirittura estendersi fino ad impedire a coloro che sceglieranno il 5G cinese di ricevere forniture di caccia. Nelle scorse settimane “i legislatori statunitensi hanno chiesto chiarimenti al Pentagono circa l’attuale coinvolgimento della Turchia nella catena di approvvigionamento del velivolo. Le aziende turche continuano a fabbricare e fornire parti fondamentali dell’F-35 nonostante il divieto ad Ankara di partecipare al programma”. Sono circa un migliaio, secondo quanto trapela dall’analisi dei documenti del programma Joint Strike Fighter, i micro-componenti del caccia legati alla catena del valore turca. Almeno una quindicina di essi non hanno nel resto dei Paesi coinvolti fornitori in grado di garantire un ritmo di sostituzione adeguato. Fonti raccolte da Defense One segnalano che tra le parti in causa potrebbero esserci anche componenti della fusoliera del velivolo.

A gennaio 2020 il sottosegretario statunitense alla Difesa Ellen Lord, delegato alle acquisizioni e alla gestione dei contratti del Pentagono, aveva promesso di escludere completamente la Turchia dal programma manifatturiero dell’F-35 entro marzo. La pandemia e la crisi hanno rallentato questo processo, vanificando la roadmap di Lord. I costi per la rimozione dal programma delle linee turche che l’industria Usa è destinata a doversi sobbarcare in termini di produzioni non convenienti e logistica potrebbero essere di circa 5-600 milioni di dollari: per garantire forniture vantaggiose come quella al Giappone, gli Stati Uniti dovranno scegliere se accelerare una rischiosa e costosa rottura o tutelare le logiche di filiera esistenti. I problemi legati alla recessione in corso spingono a privilegiare l’economicismo, concetto tuttavia deleterio se applicato alla sicurezza nazionale: l’F-35 continuerà a lungo a far parlare di sè, come prodotto industriale prima ancora che come aereo di ultima generazione.

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