Glenn Diesen all’Onu: all’Occidente interessa più logorare la Russia che aiutare l’Ucraina

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L’intervento tenuto da Glenn Diesen al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 22 febbraio 2026, e pubblicato poi in traduzione italiana, non è stato un semplice contributo accademico sul conflitto ucraino. È stato, piuttosto, un atto d’accusa contro il modo in cui l’Occidente ha raccontato, deformato e infine irrigidito politicamente la guerra in Ucraina. Il cuore del suo ragionamento è netto: il conflitto non si combatte solo sul terreno, nelle trincee e nei centri di comando, ma anche nello spazio informativo, dove i media modellano la percezione pubblica, delimitano ciò che è dicibile e, soprattutto, rendono possibili o impossibili determinate scelte politiche. In questo senso, il ruolo della propaganda non è accessorio. È parte integrante della guerra.

Diesen avrebbe dovuto essere presente di persona a New York, ma il suo volo è stato cancellato senza possibilità di una sostituzione utile ad arrivare in tempo. Ha quindi affidato il proprio intervento a un collegamento, spiegando sin dall’inizio di voler affrontare esattamente questo punto: come si è sviluppato il conflitto in Ucraina sia sul campo di battaglia sia nel dominio informativo, e perché la manipolazione delle narrazioni da parte dei media, insieme alla demonizzazione dell’avversario, rappresenti un pericolo diretto per ogni prospettiva di pace.

Walter Lippmann e la propaganda di guerra

Per costruire la sua argomentazione, Diesen richiama uno dei grandi classici della riflessione sulla propaganda politica: Walter Lippmann. Il riferimento non è ornamentale, ma decisivo. Lippmann, dopo aver lavorato per il governo degli Stati Uniti durante la Prima guerra mondiale, comprese che le democrazie liberali tendono a presentare i conflitti come scontri assoluti tra il Bene e il Male. Non si tratta soltanto di una semplificazione retorica: è uno strumento per mobilitare il consenso, disciplinare l’opinione pubblica e rendere moralmente obbligatoria la prosecuzione della guerra.

Il rischio, osservava Lippmann e riprende Diesen, è che una volta convinta l’opinione pubblica che il nemico incarni il male assoluto, diventi quasi impossibile accettare una soluzione realistica. In una guerra descritta come lotta metafisica, il compromesso non appare come un atto di prudenza, ma come una forma di pacificazione del male. La pace non è più l’obiettivo; l’unico esito ammesso diventa la sconfitta totale dell’avversario. Ecco il passaggio cruciale: la propaganda non si limita a sostenere la guerra, ma elimina il terreno stesso su cui potrebbe nascere una pace praticabile.

Sicurezza reciproca contro moralismo ideologico

Diesen insiste su un principio elementare della strategia internazionale: la sicurezza non può essere pensata solo dal proprio punto di vista. Ogni Stato cerca di aumentare la propria sicurezza, ma così facendo spesso riduce quella altrui. Questa competizione per la sicurezza è il nucleo della politica internazionale. Il primo passo verso una pace comune, dunque, non consiste nel proclamare la propria superiorità morale, ma nel mettersi nei panni dell’avversario e riconoscere l’esistenza di preoccupazioni reciproche.

Qui entra in scena il nodo più inquietante della sua critica. Se il conflitto è narrato come lotta del Bene contro il Male, allora anche solo provare a comprendere le ragioni dell’avversario diventa un tradimento. Chiunque tenti di guardare il mondo da un’altra prospettiva viene immediatamente bollato come “putiniano”, come sostenitore del nemico, come apologeta. Diesen allarga il ragionamento oltre il caso russo e osserva che lo stesso schema vale altrove, per esempio quando il dissenso viene liquidato con etichette simili in altri teatri di crisi. In altre parole, non è più consentita un’analisi strategica: resta soltanto una liturgia morale di appartenenza.

Egli formula qui una considerazione durissima: se le generazioni della Guerra Fredda avessero avuto questo stesso livello di immaturità politica, probabilmente il mondo non sarebbe sopravvissuto. Il punto non è polemico, ma storico. La gestione del confronto nucleare richiedeva la capacità di comprendere il punto di vista dell’avversario. Oggi, invece, tale esercizio viene spesso denunciato come slealtà.

I media come costruttori di realtà

Secondo Diesen, i media non si limitano a raccontare i fatti. Spesso li costruiscono socialmente, selezionando ciò che deve entrare nel quadro, ciò che va taciuto e ciò che deve essere interpretato in un solo modo. I giornalisti, in questo contesto, cessano di essere osservatori e diventano combattenti nello spazio informativo.

Gli esempi citati sono molto precisi. Riconoscere apertamente le perdite delle forze armate ucraine diventa problematico perché potrebbe ridurre il sostegno dell’opinione pubblica alla prosecuzione della guerra. Ammettere che le sanzioni non stanno raggiungendo i risultati promessi diventa altrettanto scomodo, perché potrebbe indebolire il sostegno all’arma economica. Perciò la realtà viene spesso subordinata alla tenuta della narrazione. La funzione dell’informazione non è più spiegare il conflitto, ma impedire che il consenso si incrini.

Questo, osserva Diesen, conferma esattamente il timore di Lippmann: la fedeltà alla narrazione finisce per chiudere ogni spazio per una soluzione pacifica. Se il pubblico viene educato a pensare che ogni dubbio sia una resa e ogni negoziato un premio all’aggressore, allora qualunque proposta diplomatica nasce già delegittimata.

Il nemico russo: debole e onnipotente

Uno dei passaggi più acuti del discorso riguarda la doppia immagine della Russia proposta dai media occidentali. Da un lato, Mosca viene descritta come arretrata, inefficiente, incapace di successi duraturi, segnata da limiti strutturali e da un apparato militare inferiore. Dall’altro, la stessa Russia viene rappresentata come una minaccia quasi inarrestabile, potenzialmente capace di travolgere l’Europa se non fermata subito.

Questa contraddizione non è casuale. Serve a produrre due effetti simultanei: alimentare la paura e, nello stesso tempo, rassicurare il pubblico occidentale sulla possibilità di una vittoria. Il nemico deve apparire abbastanza pericoloso da giustificare sacrifici, ma anche abbastanza vulnerabile da rendere credibile la promessa del successo finale. È un meccanismo tipico della propaganda di guerra: creare un avversario mostruoso ma alla portata della sconfitta, purché si continui a sostenere il conflitto.

L’invasione “non provocata” come dogma politico

Diesen individua nella formula dell’“invasione non provocata” la narrazione fondamentale dell’intero conflitto. È una formula politicamente decisiva perché non si limita a qualificare l’atto militare russo, ma stabilisce il perimetro del discorso consentito. Se la guerra è “non provocata”, allora la Russia appare come una potenza puramente espansionista e imperialista, mossa da una volontà di conquista senza alcuna relazione con il contesto strategico precedente. Ne deriva che discutere delle cause, delle linee rosse, delle dinamiche di sicurezza diventa sospetto. Ogni tentativo di farlo viene accusato di voler “legittimare” l’invasione.

Diesen ritiene questa narrazione estremamente pericolosa per un motivo preciso: se si esclude a priori la dimensione provocatoria, allora qualsiasi compromesso viene presentato come una ricompensa all’aggressore. Di conseguenza, la pace non può più passare per la diplomazia, ma solo attraverso l’aumento dei costi militari per il nemico. Da qui discende l’idea, divenuta quasi senso comune in molti ambienti occidentali, che la pace si costruisca inviando più armi. Non a caso, ricorda Diesen, anche figure apicali dell’Alleanza Atlantica hanno sostenuto che “le armi sono la via per la pace”. È la completa inversione del linguaggio politico: la guerra viene venduta come strumento di stabilizzazione, mentre la diplomazia viene sospinta nel campo della complicità.

Il rischio di escalation con una potenza nucleare

La conseguenza strategica di questa cecità narrativa è, per Diesen, spaventosa. Se il conflitto è stato effettivamente provocato dall’erosione sistematica della sicurezza russa, dall’avanzata della Nato e dalla trasformazione dell’Ucraina in Stato di prima linea, allora l’Occidente non si sta misurando con una guerra periferica, ma con una spirale di escalation nei confronti della più grande potenza nucleare del mondo, convinta di trovarsi dentro un conflitto esistenziale.

Qui la sua tesi non è morale, ma militare. Una potenza nucleare che percepisce minacciata la propria sopravvivenza non ragiona secondo i criteri rassicuranti della comunicazione politica occidentale. Ignorare questa percezione significa rendere la crisi più instabile e più pericolosa. Ecco perché Diesen invita a recuperare il linguaggio della sicurezza reciproca: non per assolvere la Russia, ma per evitare un errore di calcolo catastrofico.

L’espansione della Nato

Per sostenere la tesi della provocazione, Diesen richiama una lunga serie di avvertimenti formulati, a partire dagli anni Novanta, da figure occidentali di primo piano: politici, capi dell’intelligence, ambasciatori, diplomatici. Tutti avevano messo in guardia dalle conseguenze dell’espansione della Nato verso Est. Secondo il professore norvegese, quell’espansione non ha ampliato la sicurezza, ma ha demolito i presupposti di una sicurezza paneuropea condivisa, sostituendola con una nuova logica di divisione del continente, con linee di frattura e frontiere strategiche sempre più esposte.

Il riferimento a George Kennan è centrale. Kennan aveva previsto che l’allargamento della Nato avrebbe innescato una nuova Guerra Fredda. E aveva aggiunto un’osservazione di straordinaria lucidità: una volta provocata la reazione russa, gli stessi sostenitori dell’espansione l’avrebbero usata come prova del fatto che “i russi sono fatti così”. È un meccanismo circolare: prima si crea la dinamica di attrito, poi si presenta la risposta dell’avversario come conferma della sua aggressività originaria.

Diesen denuncia il rifiuto dei media di riconoscere questa evidenza, perché farlo significherebbe ammettere che l’Occidente ha concorso a creare le condizioni del conflitto. E ammetterlo, nell’attuale regime narrativo, equivarrebbe a incrinare il dogma della purezza occidentale.

Le linee rosse ignorate: Merkel, Lyne e Burns

Il discorso si sofferma poi su una serie di dichiarazioni occidentali che, prese insieme, definiscono con impressionante chiarezza il concetto stesso di “guerra provocata”.

Angela Merkel, ricorda Diesen, aveva riconosciuto che offrire all’Ucraina un piano d’azione per l’adesione alla Nato sarebbe stato interpretato da Mosca come una dichiarazione di guerra. L’ex ambasciatore britannico in Russia, Roderic Lyne, definì quel percorso “stupido sotto ogni aspetto”, aggiungendo che, se si fosse voluto iniziare una guerra con la Russia, quello sarebbe stato il modo migliore per farlo. E William Burns, all’epoca direttore della Cia, aveva segnalato che il tentativo di portare l’Ucraina nella Nato avrebbe con ogni probabilità innescato un intervento militare russo, che Mosca avrebbe preferito evitare ma che avrebbe considerato necessario.

Per Diesen, queste affermazioni sono talmente esplicite da sembrare esse stesse una definizione di provocazione strategica. E tuttavia, osserva, nel discorso mediatico occidentale il termine non può essere usato. È vietato non perché falso, ma perché politicamente intollerabile.

Il 2014: Maidan e l’Ucraina nell’orbita atlantica

La ricostruzione di Diesen dedica ampio spazio al 2014, indicato come l’anno della svolta decisiva. Secondo il professore, i Paesi Nato sostennero il colpo di Stato che portò l’Ucraina nell’orbita occidentale, presentandolo come trionfo della democrazia. Ma questa rappresentazione, a suo giudizio, ha occultato la sostanza del processo.

Viktor Janukovyč, ricorda, era stato eletto in consultazioni libere e regolari. La sua rimozione non fu una normale alternanza politica, ma una rottura che violò la costituzione ucraina. Anche le rivolte di Maidan, aggiunge, non godevano del sostegno della maggioranza degli ucraini. In altre parole, la narrazione occidentale di una spontanea e lineare rivoluzione democratica avrebbe cancellato la natura profondamente divisiva e conflittuale di quel passaggio.

Diesen sottolinea anche un fatto significativo: per un breve periodo, nel 2014, gli stessi media occidentali riferirono che il nuovo governo di Kiev stava attaccando il Donbass e colpendo civili che rifiutavano la legittimità del nuovo ordine politico. La stessa CNN arrivò a porsi una domanda fondamentale: se la popolazione del Donbass avrebbe mai più accettato di essere governata da Kiev. Ma questa finestra durò poco. Ben presto, sostiene Diesen, prevalse la narrazione completa della demonizzazione della Russia, e la resistenza nel Donbass venne ridotta a semplice operazione russa contro la democratizzazione dell’Ucraina.

Servizi segreti, epurazioni e mutamento dell’Ucraina

Dopo il 2014, prosegue Diesen, sarebbe emersa una realtà che i media hanno trattato con estrema cautela o ignorato del tutto. Già il giorno successivo al cambio di potere, le agenzie di intelligence statunitensi e britanniche avrebbero stabilito una partnership con il nuovo capo dell’intelligence ucraina per ricostruire i servizi segreti come strumento anti-russo. Il procuratore generale ucraino, ricorda Diesen, arrivò a sostenere che gli Stati Uniti stessero governando il Paese dopo il colpo di Stato.

A ciò si aggiungerebbero arresti di membri del Parlamento, revoche della cittadinanza, epurazioni mediatiche, marginalizzazione della lingua russa, attacchi contro la Chiesa ortodossa e, anno dopo anno, l’uccisione di civili nel Donbass. Tutto questo, secondo Diesen, è stato largamente rimosso dal discorso dominante occidentale, perché incompatibile con l’immagine di un’Ucraina puramente democratica e integralmente allineata ai valori proclamati dall’Occidente.

Gli accordi di Minsk sabotati

Un altro punto centrale riguarda il fallimento degli accordi di Minsk. Diesen sostiene che nazionalisti ucraini, giornalisti e politici occidentali abbiano minato dall’interno quella possibilità di composizione del conflitto, impedendo una soluzione che avrebbe potuto stabilizzare il Paese. In questo contesto, ricorda che Zelensky era arrivato al potere nel 2019 con un mandato orientato alla pace, ma venne subito circondato da “linee rosse” interne che gli impedirono di attuarlo.

Non si tratta di un dettaglio secondario. Per Diesen, il sabotaggio di Minsk segnala che il problema non è stato solo l’intransigenza di Mosca, ma l’esistenza di un blocco politico e mediatico che ha impedito di percorrere la via del compromesso anche quando essa era formalmente sul tavolo.

A rafforzare questo quadro, egli cita il giudizio del principale consigliere dell’ex presidente francese, secondo cui la firma della Carta del partenariato strategico tra Stati Uniti e Ucraina, nel novembre 2021, convinse la Russia che doveva “attaccare o essere attaccata”. È un passaggio di enorme rilievo, perché colloca l’escalation non dentro un vuoto, ma dentro una sequenza precisa di mosse politico-strategiche.

Se fosse accaduto in Messico

Diesen usa poi un paragone volutamente provocatorio ma efficace. Se la Russia o la Cina avessero compiuto in Messico le stesse mosse che l’Occidente ha compiuto in Ucraina, sostiene, nessuno in Occidente avrebbe esitato a definirle provocazioni intollerabili. Questo doppio standard, secondo lui, è la prova che il problema non è l’analisi dei fatti, ma la subordinazione del giudizio alla collocazione geopolitica di chi agisce.

Il valore strategico di questo passaggio sta proprio qui: il principio di sicurezza non può valere solo per sé stessi. Se una determinata penetrazione politico-militare in un’area sensibile viene considerata legittima quando la compie l’Occidente e intollerabile quando la compiono altri, allora non siamo più nel campo del diritto o della sicurezza, ma in quello della pura egemonia.

Gli obiettivi russi del 2022 e la neutralità

Diesen contesta anche un altro elemento chiave della narrazione mediatica: l’idea che sin dal primo giorno la Russia intendesse usare tutta la propria potenza per conquistare l’intera Ucraina. Secondo la sua lettura, il numero relativamente basso di truppe impiegate all’inizio e la natura delle prime mosse militari sarebbero stati poco coerenti con un piano di conquista totale. Indicherebbero, piuttosto, un obiettivo politico-strategico più circoscritto: costringere Kiev a ripristinare la neutralità e a rinunciare all’ingresso nella Nato.

Non si tratta, per Diesen, di assolvere l’iniziativa militare russa, ma di comprenderne la razionalità strategica. I media, a suo giudizio, hanno evitato questa analisi perché ammetterla avrebbe significato riconoscere che la guerra non nasceva da un impulso irrazionale di conquista, ma da un conflitto attorno all’assetto di sicurezza europeo.

I negoziati del marzo 2022 e il sabotaggio di Istanbul

Uno dei passaggi più pesanti dell’intervento riguarda il primissimo periodo dell’invasione. Diesen afferma che i media non hanno informato correttamente l’opinione pubblica del fatto che già il primo giorno dell’offensiva i vertici ucraini confermarono di essere stati contattati da Mosca per discutere negoziati di pace basati sulla non adesione dell’Ucraina alla Nato. Lo stesso Zelensky, ricorda, aveva dato il proprio assenso a questa impostazione.

Diesen cita poi una dichiarazione di Zelensky del marzo 2022, in cui il presidente ucraino osservava che in Occidente vi erano persone a cui non dispiaceva una guerra lunga, perché essa avrebbe logorato la Russia, anche al prezzo della dissoluzione dell’Ucraina. È una frase che, nella ricostruzione di Diesen, smonta l’idea di una totale convergenza tra interesse ucraino e interesse occidentale.

Subito dopo, il professore richiama la vicenda dei negoziati di Istanbul, che a suo dire furono sabotati da Boris Johnson. E ricorda anche il giudizio del ministro degli Esteri turco, il quale dichiarò di aver avuto l’impressione che vi fossero, negli Stati occidentali, persone interessate a far continuare la guerra per indebolire la Russia, senza grande preoccupazione per la sorte dell’Ucraina. Per Diesen, questo è uno dei punti più rivelatori dell’intera vicenda: un’occasione negoziale venne sacrificata sull’altare di obiettivi strategici più ampi.

Dalla solidarietà proclamata al disastro ucraino

Il quadro che emerge dalla sua analisi è spietato. Invece di promuovere una nuova architettura di sicurezza europea capace di contenere la competizione strategica e impedire che l’Ucraina diventasse un campo di battaglia, i media occidentali hanno scelto di demonizzare la Russia fino a trasformare la diplomazia stessa in un oggetto sospetto.

Mentre centinaia di migliaia di uomini morivano nelle trincee, la narrazione dominante continuava a insistere sulla vittoria ucraina imminente, sulla presunta volontà russa di ricostruire l’Unione Sovietica, sulla minimizzazione delle perdite di Kiev, sul silenzio riguardo alle politiche di de-russificazione e alla durezza della coscrizione. Tutto è stato raccontato sotto la bandiera della solidarietà con l’Ucraina, ma – questo è il punto più cinico messo in luce da Diesen – senza interrogarsi davvero su ciò che il popolo ucraino desiderasse o su quale fosse il prezzo reale di questa “solidarietà”.

Il risultato, nella sua lettura, è che l’Ucraina si trova oggi davanti a un disastro umano, demografico, economico e istituzionale, mentre l’Occidente rischia una guerra diretta con la Russia.