La rinnovata attenzione della Russia verso l’Artico ha fatto sì che anche negli ambiti Nato tornasse in auge un concetto geografico chiave nella difesa dell’Atlantico, il Giuk (Greenland, Iceland, United Kingdom) gap. L’unica porta di accesso nell’oceano Atlantico dal mare del Nord (e viceversa).

Un doppio collo di bottiglia che ha assunto un’importanza e un peso rilevante dal 1940 quando, dopo l’invasione della Norvegia da parte della Germania nazista, le forze armate britanniche occuparono le isole Far Oer e l’Islanda, mentre quelle statunitensi invasero la Groenlandia così da assicurare agli Alleati il controllo dell’area. Una decisione presa su impulso della Royal Navy che, preoccupata di un possibile attraversamento verso l’Atlantico da parte delle navi da guerra tedesche dello stretto di Danimarca -il braccio di mare tra Groenlandia e Islanda-, chiese e ottenne il via libera alla duplice operazione di invasione nel tentativo di controllare l’area. Era vitale difendere i convogli, che navigavano quotidianamente tra le due sponde dell’Atlantico, dai cannoni degli incrociatori e delle corazzate della Kriegsmarine, essendo già minacciati dagli U-boot.

L’applicazione più famosa di questo concetto difensivo si ebbe nel maggio 1941, durante l’Operazione Rheinübung, ovvero il tentativo da parte della corazzata Bismarck e dell’incrociatore pesante Prinz Eugen di entrare in Atlantico dalla Norvegia. L’obiettivo tedesco era di verificare se fosse effettivamente possibile oltrepassare il collo di bottiglia dello stretto di Danimarca in modo tale da poter utilizzare il naviglio pesante attivamente nella “battaglia dell’Atlantico”. Le osservazioni aeree in Norvegia, l’intuizione dell’Ammiraglio della Flotta John Tovey e la precedente valutazione sull’importanza strategica del Giuk gap fecero sì che una squadra di navi da guerra, con ammiraglia l’Hms Hood, salpò da Scapa Flow per intercettare la divisione navale tedesca. Nonostante l’affondamento della Hood nella battaglia dello stretto di Danimarca, per i tedeschi l’operazione terminò in un disastro culminato con la perdita della Bismarck e con la fine di ogni velleità di inviare navi da guerra nell’Atlantico.

La fine della seconda guerra mondiale non comportò che si abbandonasse l’idea di difesa del Giuk gap, anzi questo fu inglobato nella nascente strategia navale della Nato essendo l’unico punto di attraversamento possibile per le navi e per i sommergibili della flotta del Nord della marina sovietica. Proprio questi ultimi, per tutta la Guerra Fredda sono stati considerati i “pericoli principali” in caso di conflitto, tant’è che Stati Uniti e Regno Unito decisero di installare una serie di postazioni di ascolto subacquee (Sosus, Sound Surveillance System) nei due bracci di mare così da rilevare ogni attraversamento dell’area. La zona era controllata non solo tramite i sensori, perché dall’aeroporto di Keflavik (all’epoca sede della Naval Air Station Keflavik) decollavano giornalmente aerei da pattugliamento marittimo così come cacciatorpediniere e fregate solcavano i mari in assetto da lotta antisommergibile (Asw anti-submarine warfare). La dissoluzione dell’Unione Sovietica, la fine della Guerra Fredda e il mutamento degli interessi geopolitici degli Stati Uniti e della Nato hanno, però, contribuito a far distogliere l’attenzione dal Giuk gap. Ma negli ultimi anni lo scenario si è modificato nuovamente.

A far tornare all’ordine del giorno il Giuk gap e la regione Artica hanno certamente contribuito sia lo scioglimento dei ghiacci sia le nuove tensioni internazionali, incrementate a seguito dell’annessione della Crimea e dell’intervento russo nella guerra siriana. Proprio dal Cremlino hanno ripreso a guardare con interesse al “Alto Nord” rispolverando l’idea sovietica di assicurarsi il controllo dell’Artide tramite lo stanziamento di una massiccia flotta navale a Murmansk, unico porto che affaccia sul polo nord a non essere mai ghiacciato. La città principale della penisola di Kola e la flotta del Nord che vi è ospitata sono tornate al centro della politica russa in maniera ufficiale nel 2015, quando l’ultima dottrina marittima presentata dal Ministero della Difesa di Mosca ha sancito l’incremento di valore strategico per l’Atlantico settentrionale e per il mar Glaciale Artico. Decisione presa anche per questioni prettamente economiche poiché lo scioglimento dei ghiacciai permette di utilizzare la rotta artica per il traffico navale mercantile, ma soprattutto ha portato alla scoperta di giacimenti petroliferi e gasieri stimati dall’Us Geological Survey in 90 miliardi di barili di petrolio e 1.669 trilioni di metri cubi di gas naturale.

Per la Russia controllare l’Artico è cruciale anche per via delle centinaia di cavi internet sottomarini che connettono le due sponde dell’Atlantico. Alle rivendicazioni di Mosca e alla ripresa delle politiche di sviluppo e di dispiegamento militare nell’area, la Nato ha tardato a rispondere, concretamente preoccupata maggiormente della situazione nel Medio Oriente e nell’Europa Orientale. Nel 2014, però, quando i radar dei Paesi dell’Alleanza Atlantica hanno iniziato a captare un numero sempre più crescente di navi, sottomarini e aerei russi nel braccio di mare tra oceano Atlantico e Artico, l’idea di difendere il GIUK gap è tornata prepotentemente in auge sui tavoli di Washington e di Londra. Il timore di perdere la superiorità aeronavale nell’area è cresciuto ulteriormente negli ultimi 5 anni, anche perché sono aumentati sia gli avvistamenti di sommergibili nucleari sia le violazioni degli spazi aerei dei Paesi da parte dei bombardieri russi.

La chiara riprova di ciò è stata l’esercitazione Trident Juncture 2018, nel corso della quale circa 50mila soldati di 31 Paesi (i 29 Nato più Svezia e Finlandia) si sono addestrati in Norvegia per verificare le effettive capacità di risposta delle forze Nato a un’aggressione straniera. Manovre che non hanno avuto solo carattere terrestre, ma anche aereo e navale andando così a rimarcare la nuova centralità che ha per la Nato la difesa del mare del Nord e dell’Atlantico settentrionale. L’apporto maggiore, ovviamente, è stato quello degli Stati Uniti che hanno inviato anche la Uss Harry Truman, segnando così il ritorno di una portaerei nucleare nell’area dall’esercitazione Ocean Venture del 1992. L’inizio della Trident Juncture, però, non è stato in Norvegia ma in Islanda, dove circa 100 Marines hanno simulato un attacco all’aeroporto di Keflavik supportati dai mezzi decollati dalla Lhd (Landing Helicopter Dock) Uss Iwo Jima. L’addestramento in terra islandese non è stato casuale. In primo a luogo, l’Islanda non ha forze armate ad eccezione della Guardia Costiera e la difesa del Paese è affidata alla NATO e agli Stati Uniti, ma in secondo luogo l’esercitazione dei Marines ha dimostrato il rinnovato interesse di Washington nel ribadire l’attenzione primaria per quella zona importante geograficamente per la difesa atlantica. A conferma di questo c’è anche la volontà del Pentagono di ristabilire in pianta stabile due squadroni di caccia e di aerei da pattugliamento marittimo all’aeroporto di Keflavik, ai quali si aggiungeranno i velivoli Boeing P-8A Poseidon ordinati dal Regno Unito a gennaio 2019 che potranno controllare un’altra ampia porzione di mare del Nord.

Il GIUK gap tornerà quindi a essere presidiato 24 ore al giorno dalle forze Nato nel tentativo di arginare ogni possibile tentativo russo (ma anche cinese) di espandersi nell’area, salvaguardando così sia le vie di comunicazioni marittime sia i cavi Internet sistemati sul fondo dell’Oceano. Un possibile sabotaggio è visto con timore dai Paesi NATO, e a farlo crescere ha contribuito la decisione di Mosca di stanziare molti fondi per lo sviluppo di sottomarini capaci di tranciare i cavi subacquei mettendo a rischio l’intero sistema economico e di comunicazione tra le due sponde dell’Atlantico. Nonostante questo la Trident Jucture 2018 ora come ora, però, rimane un fulmine a ciel sereno per la NATO, anche perché tutte le decisioni e le misure atte a “contenere” la Russia nell’area dell’Artico sono state prese da singoli Stati, dal momento che le politiche dell’Alleanza incentrate maggiormente verso il fianco dell’Europa dell’Est. Certo è che le recenti attività nell’Artico e gli investimenti di Mosca per modernizzare la flotta subacquea (nettamente inferiore di numero rispetto a quella sovietica) potrebbero portare a iniziative da parte della NATO, volte a dare nuovo vigore e importanza al concetto strategico della necessità di difendere l’Artide, il mare del Nord e l’oceano Atlantico, controllando contemporaneamente ogni movimento nell’area del Giuk gap.