Giornata di interesse quella di domani. A Ginevra sono previsti due summit importanti: quello tra Stati Uniti e Iran e quello sulla guerra ucraina, mediato dagli States. La coincidenza temporale e geografica dei due vertici non è certo dettata dalla necessità di massimizzare gli spostamenti del team negoziale americano, presente in entrambi gli incontri, quanto dal fatto che le due criticità si richiamano a vicenda, due facce della stessa medaglia.
Infatti, come abbiamo accennato in altre note, in Ucraina e in Medio oriente si sta consumando un confronto asimmetrico Oriente-Occidente, con il conseguente incendio che sta divorando la linea di confine tra i due poli antagonisti.
Questa, la conseguenza della vittoria dei neoconservatori, che nel 2001 hanno preso nelle loro mani tutto il potere degli Stati Uniti e che, dopo aver resistito all’erosione dell’era Obama e di quella Maga, sono tornati ai posti di comando con Biden e, poco a poco ma inesorabilmente, anche con l’attuale presidenza Trump, ridotto sempre più in un angolo.
E ora hanno un potere ancora più forte di quello acquisito nel golpe del 2001, dal momento che con la guerra ucraina hanno conquistato sempre più influenza anche in Europa, grazie al collasso economico-finanziario dei Paesi membri causato dal conflitto stesso, a una leadership per lo più consegnata alla loro religione e alle controfigure che hanno intronizzato sui più alti scranni della Ue: Ursula von der Leyen, Kaja Kallas e Roberta Metsola.
Tale strapotere si è palesato nella sua plasticità nell’ultimo vertice sulla Sicurezza di Monaco, con il neoconservatore Marco Rubio che ha esposto la nuova dottrina neoconservatrice che, dichiarando finita l’era illusoria dell’unipolarismo – che pure i neocon hanno plasmato versando fiumi di sangue – ha però tenuto ferma la primazia della civiltà occidentale sul resto del mondo, considerato antagonista-nemico.
Una declinazione in chiave Maga della precedente dottrina neoconservatrice, che rigetta l’isolazionismo di Trump, ne enfatizza la posa muscolare e il disinteresse, anche formale, del diritto internazionale e umanitario, e rilancia la sfida globale pregressa in altra chiave, ma sempre sottesa alla necessità di una guerra interminabile.
Non è un caso che la presenza a Monaco di J.D. Vance, che del Maga è il volto pubblico, sia stata diafana, al contrario della scorsa sessione di cui fu protagonista; e che invece quella di Rubio sia stata prepotente, di fatto prospettando anche un cambio di guardia per le prossime presidenziali, con quest’ultimo destinato a togliere al primo il ruolo di candidato inevitabile.
Non si tratta di forzare vaticini sul futuro, che comunque resta sempre incerto, ma di dar conto del mutamento profondo dell’amministrazione Usa, sempre più neocon e sempre meno Maga.
Da vedere se il residuo potere imperiale che Trump può ancora esercitare, e che esercita in modalità impazzita per cercare di eludere trappole e ricatti, gli consentirà di chiudere il conflitto ucraino, che vuole chiudere, e se lo vorrà spendere per evitare la guerra all’Iran.
I vertici paralleli di Ginevra offrono a Trump una sponda, dal momento che la Russia è il convitato di pietra della criticità iraniana, sulla quale Mosca sta mediando in modalità invisibile (mentre Pechino si adopera meno invisibilmente alla difesa di Teheran).
Ma, al solito, i vertici in questione sono oggetto di sabotaggio. Alla vigilia di quello sul nucleare iraniano, Netanyahu ha dichiarato che non accetterà nessun accordo che non limiti anche la portata dei missili di Teheran a 300 Km e che non costringa l’Iran a recedere dalle alleanze regionali.

Così anche se la squadra negoziale americana raggiungesse un’intesa sul nucleare, cosa che permetterebbe a Trump di ostentare un successo, la guerra non sarebbe affatto evitata, dal momento che le pressioni in tal senso sull’imperatore continuerebbero. L’unica via di uscita sarebbe che Trump rompa con l’alleato-padrone, ma a quanto pare non riesce (i File di Epstein, made in Mossad, lo perseguitano).
Per quanto riguarda, invece, il summit sulla guerra ucraina, l’opera di sabotaggio è stata demandata ai Paesi europei: Regno Unito, Svezia, Francia, Germania e Olanda hanno reso pubblico un report che accusa la Russia di aver avvelenato il dissidente Alexei Navalny con il veleno della rana freccia, un batrace equatoriale.
Inutile commentare la comicità della trovata (ma in Russia non hanno veleno?). E però la sua assurdità non deriva solo da un deficit cognitivo, pure evidente (vedi la Kallas, che ha annunciato l’ennesimo collasso dell’economia russa, decretato già decine di volte in passato e altrettante volte smentito).
Il punto è che un tempo, quando si creavano narrazioni artificiali a scopo di propaganda, si aveva la cura di renderle accettabili, poco attaccabili dal buon senso. È il caso delle mine giocattolo che i sovietici avrebbero usato per falcidiare i bambini durante l’invasione dell’Afghanistan, che invece erano semplicemente una copia delle mine anti-uomo usate a man bassa dagli americani nel corso della guerra del Vietnam (come spiegava l’agente della CIA Milton Bearden, uno degli artefici dell’invenzione).
Ora è ricercata l’assurdità, perché più la propaganda è irragionevole e più la sua propalazione presso l’opinione pubblica tramite i media diventa una ulteriore dimostrazione di forza. Riuscire a costringere cronisti e analisti a prenderla per buona e a rilanciarla dimostra il potere di chi l’ha costruita e ha lo scopo di asservire sempre più quanti operano nel settore. Se prendono per buona la rana equatoriale, prenderanno per buono tutto quel che gli sarà dato in pasto dopo. In questo è anche un esercizio di fidelizzazione.
Inutile aggiungere che sono passati due anni dalla morte di Navalny; che la storia della rana arriva alla vigilia del vertice Russia-Ucraina per avvelenare i pozzi (appunto); che l’intelligence ucraina aveva parlato di un decesso per cause naturali; gli Stati Uniti avevano escluso un avvelenamento voluto da Putin; che Navalny era al centro di una trattativa con gli Usa e la Germania perché fosse liberato e che anzi Putin stava per liberarlo quando è deceduto. Tant’è, resta la trovata comica del batrace equatoriale, peraltro oggetto di traffico di varie reti criminali.

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