C’è un problema al Pentagono. La Difesa Usa, infatti, sembra aver “smarrito” le armi destinate alla lotta all’Isis che dovevano essere distribuite ai partner delle Forze democratiche siriane. Si parla di materiale bellico: armi, munizioni, equipaggiamento d’ogni genere per un valore di 715 milioni di dollari. Così si abbatte una bufera sul dipartimento della Difesa americano, che non solo ha “sponsorizzato” (seppure principalmente con un altro scopo) una formazione anti-governativa in suolo straniero, ma che a causa di una serie di leggerezze, ha smarrito milioni di dollari di materiale pagato dai contribuenti, per combattere, o meglio, non combattere una guerra che nulla aveva a che fare con le sorti gli Stati Uniti d’America.

“Errori burocratici e sciatteria negli stoccaggi”, sarebbero queste le ragioni alla base dello “smarrimento” delle tracce di armi, munizioni e altro materiale che è stato stoccato in dei “container esposti ai furti e alle intemperie”. Questo è quanto è stato denunciato formalmente da un rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento della Difesa americano. Un rapporto che è stato reso pubblico due giorni fa e che cita gravi atti di “negligenza materiale e di cattiva burocrazia constatati” constatati dagli ispettori inviati dal Pentagono​ a fare luce su questa singolare questione. Ad essere colpevoli di queste negligenze sarebbero i vertici del Sojtf-Oir ​- Special Operations Joint Task Force–Operation Inherent Resolve -, ossia il comando responsabile dell’assistenza e consulenza alle milizie partner controllate dall’opposizione siriana inquadrato nella più ampia “operazione congiunta” che coinvolgeva la Coalizione internazionale intervenuta in Siria e Iraq per contrastare l’Isis.

L’accusa mossa nei confronti degli ufficiali alle operazioni e dei loro sottoposti è quella di non “non avere tenuto gli elenchi completi di tutti gli equipaggiamenti acquistati e ricevuti” nel 2017 e nel 2018, di non aver redatto un archivio di rendicontazione centralizzato, e di non disporre per cui della documentazione necessaria a chiarire una serie di “passaggi burocratici” tra le strutture interessate agli approvvigionamenti e i beneficiari per essere in grado di far tornare i “conti”. Coinvolto in questa condotta negligente e sciatta sarebbe anche il personale in servizio al 1°Theater Sustainment Command, unità posta alle dipendenze di US Army Central che aveva il compito di immagazzinamento e controllare parte del materiale. “Le armi e gli equipaggiamenti destinati al teatro bellico siriano di cui ora non si trova più traccia”, cita il rapporto, “venivano spedite a un magazzino in Kuwait, magazzino dove il materiale era stato stoccato in modo non conforme a quanto raccomandato dalle procedure elaborate dal Pentagono. Secondo gli ispettori le armi sarebbero state “addirittura” accantonate all’esterno dei depositi, in container metallici cui si poteva avere, volendo, libero accesso. Container che erano inoltre sottoposti “alle inclementi condizioni atmosferiche, quali il calore e l’umidità”. Dunque anche le armi che non venivano prelevate da entità libere di trafugarle sarebbero state sottoposte a pioggia e sabbia fino al punto rendersi potenzialmente inutilizzabili.

Le due unità menzionate avrebbero “lasciato migliaia di armi del Syria Train and Equip Fund”- compresi e delicati equipaggiamenti – alla “mercé dello smarrimento o del furto”, spiegando in parte il motivo per cui un rapporto di Amnesty International aveva già affermato nel maggio 2017 che gli Stati Uniti avevano perduto traccia di armi per un miliardo di dollari destinate all’Iraq e alle forze di sicurezza in Kuwait. Armi che probabilmente sono finite, a ben tre anni di distanza, in mani sbagliate, o che comunque non stanno più combattendo l’Isis. Armi che molto probabilmente sono rimaste in Medio Oriente e che difficilmente faranno ritorno negli arsenali dell’America continentale. Secondo quanto riportato dal New York Times, i soldati americani di un convoglio rimasto vittima dell‘imboscata dai risvolti inquietanti che si è consumata nella provincia di Nangarhar, in Afghanistan, si sono visti sparare addosso da una mitragliatrice leggere M249: arma in dotazione alle forze statunitensi che difficilmente può essere arrivata nelle mani degli insorti talebani se non attraverso un mercato parallelo. L’attentatore – che indossava un uniforme dell’esercito regolare afgano – ha ucciso due berretti verdi e ne ha feriti altri sei prima di venire eliminato. Equesto è solo un esempio di come le armi smarrite dal Pentagono potrebbero venire impiegate contro gli stessi soldati inviati dal Pentagono. Anche se in Afghanistan, date le operazioni ombra condotte dalla Cia durante la Guerra fredda, non sarebbe di certo da vedersi come una novità.

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