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Le prime notizie sono uscite nella serata di lunedì, mentre la tv siriana ha mostrato le prime immagini soltanto nelle scorse ore; il riferimento è al presunto laboratorio di armi chimiche ritrovato nel Ghouta Est e, precisamente, presso il villaggio di Aftris. Si tratta, nello specifico, di una delle località di recente liberate dalla presenza islamista grazie all’avanzata dell’esercito siriano, il quale dallo scorso mese di febbraio è impegnato in una vasta operazione volta a riportare sotto il proprio controllo il Ghouta orientale, regione che abbraccia la periferia est di Damasco ed unica minaccia jihadista rimasta nel perimetro della capitale. La prima testata a darne notizia è stata la russa Sputnik, la quale ha rilanciato le dichiarazioni effettuate in una conferenza stampa dal colonnello Feruz Ibrahim; in questo martedì invece, alcune immagini della tv siriana sembrerebbero confermare il ritrovamento di un grande laboratorio di armi chimiche utilizzato dagli islamisti presenti, fino a pochi giorni fa, ad Aftris.

Le dichiarazioni del colonnello Ibrahim

“Abbiamo trovato un grande arsenale ad Aftris – si legge nelle dichiarazioni del colonnello dell’esercito siriano Feruz Ibrahim – Ma ciò che c’ha colpiti, è la presenza di un vero e proprio laboratorio di armi chimiche, pronte ad essere utilizzate probabilmente per dare le colpe alle forze regolari”; le parole di Ibrahim appaiono da un lato molto chiare, ma anche molto dure: il rappresentante dell’esercito siriano che ha parlato a Damasco nel corso di un’affollata conferenza stampa tenuta lunedì sera, ha esplicitamente accusato i cosiddetti “ribelli” di preparare ciò che viene definitivo “false flag”, ossia un’azione volta ad addossare la  colpa alle forze regolari e dare il pretesto per un’eventuale legittimazione di azioni contro lo stesso governo di Assad. Difficile dimostrare, al momento, la veridicità delle accuse ma appare invece certa la presenza ad Aftris di un grande laboratorio di armi chimiche, con le forze di sicurezza siriane che adesso appaiono impegnate ad accertare la provenienza dei materiali ritrovati.

Le immagini della tv siriana

La notizia è stata poi ripresa martedì mattina dalla televisione di Stato, la quale ha mostrato alcune immagini in cui è apparso il laboratorio segnalato nella conferenza stampa del giorno precedente; si notano, in particolare, diversi materiali accatastati in alcuni scaffali, così come è possibile vedere le attrezzature volte a creare le armi in questione. Nel video inoltre, si è fatto riferimento alla circostanza secondo cui, almeno per gli uomini dell’esercito siriano che hanno scovato il laboratorio ad Aftris, i locali e le attrezzature al loro interno erano gestiti da personale esperto ed in grado di poter assemblare in poco tempo un intero arsenale di armi chimiche; dopo la messa in onda del video, la notizia ha trovato maggiore fondamento anche nei canali ufficiali del governo siriano e, in particolar modo, presso l’agenzia Sana, dove sono state diffuse alcune foto scattate all’interno del laboratorio.

Una questione che diventa anche politica

Il ritrovamento di Aftris potrebbe segnare una svolta sotto un profilo sia mediatico che politico: proprio nelle scorse ore Usa e Francia da un lato e Russia e governo siriano dall’altro, sono stati protagonisti di un vivace scambio di battute sul proseguo del conflitto: in particolare, sia da Washington che da Parigi sono state lanciate accuse agli uomini di Assad di aver usato nei giorni scorsi armi chimiche nel Ghouta Est, minacciando ancora una volta un possibile futuro intervento armato contro Damasco; Mosca, dal canto suo, ha ribadito la volontà di reagire con forza nel caso in cui fosse diventata concreta l’ipotesi di attacco contro l’alleato siriano e, soprattutto, se le forze occidentali avessero colpito le truppe russe impegnate sul campo. Con la scoperta del laboratorio di armi chimiche usato dagli islamisti presenti nella regione, il governo di Assad potrebbe dunque avere un ulteriore motivo per chiedere maggiori e più approfondite ispezioni, al fine di evitare ulteriori minacce da parte soprattutto degli Stati Uniti. 

Il Ghouta Est è stato già teatro di un attacco chimico nel settembre 2013, data in cui è stato preso di mira il quartiere damasceno di Jobar, in mano ancora oggi agli islamisti; l’allora amministrazione Usa guidata da Obama, ha attribuito subito la colpa al governo siriano minacciando ritorsioni ed attacchi aerei, ma le inchieste svolte nei mesi successivi hanno poi svelato come quell’attacco è in realtà partito molto probabilmente da zone controllate dai cosiddetti “ribelli”.

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