Sono i tunnel dei jihadisti. Budelli di cemento puntellati da grossi pali che si inabissano nel sottosuolo. Vere e proprie autostrade impossibili da vedere. Ma è qui, nella Ghouta orientale, che i ribelli organizzavano la resistenza. Chi è scappato da Ein Tarma e da Jobar ha raccontato di esser stato costretto a lavorare per mesi nel ventre della terra sotto la minaccia dei jihadista: o lavori o muori. Con un colpo alla testa oppure per mancanza di cibo.

Ora, il canale Syria Alikhbaria è riuscito ad entrare in uno di questi tunnel. Le immagini sono impressionanti (qui il video). La strada sotterranea, situata a circa 30 metri di profondità, collega Jobar a Ein Tarma, si snoda per un percorso totale di 20 chilometri ed è larga 4 metri. Una macchina la può percorrere tranquillamente per portare armi e rifornimenti. I ribelli, fino a pochi giorni fa, si potevano inoltre nascondere per sopravvivere agli attacchi dell’aviazione di Damasco. 

La settimana scorsa l’esercito siriano ha distrutto un tunnel che univa Hazza ad Arbin e Zamalka, dove agiva principalmente Faylaq al Rahman. Quello che molti ipotizzavano, ovvero l’esistenza di una città sotto la città nella Ghouta orientale, sta diventando realtà. 

Nel giugno del 2014, Viviana Mazza del Corriere realizza un reportage da Jobar. Il titolo? La guerra dei tunnel. Per il controllo di Damasco. La giornalista raccoglie le testimonianze di alcuni militari e ufficiali dell’esercito siriano e offre uno spunto interessante: “In un documento intitolato la ‘guerra dei tunnel’, un gruppo dell’opposizione armata ha spiegato che queste gallerie (usate molto nella guerra più a nord, in particolare a Idlib e Aleppo) mirano anche ad ‘assicurare i rifornimenti delle città assediate’ oltre che ‘a raggiungere il nemico e distruggerne le postazioni’”. Impossibile sapere il gruppo a cui si riferisce la giornalista. 

Quel che è certo è che questa strategia è stata a lungo usata nel nord del Paese. Nel maggio del 2014 l’esercito siriano subì un attacco pesantissimo ad Aleppo. I ribelli scavarono un tunnel sotto la città, fin sotto le fondamenta dell’hotel Carlton, dentro il quale erano presenti molti soldati siriani. Furono posizionate 25 tonnellate di esplosivo: “È stata una delle cose migliori dell’operazione – racconta al Guardian Abu Assad, la mente dell’attacco – L’effetto sul morale è stato immediato. Mai, prima di quel momento, gli uomini volevano combattere di più. L’abbiamo chiamata ‘Operazione terremoto Aleppo’”. 

Gli abitanti di Damasco, in questi sette anni, hanno a lungo parlato dell’incubo di questi tunnel. Un incubo che ora trova conferma.