Ci sono immagini impresse nella memoria. Il miliziano colpito a morte di Robert Capa, la “bambina del Napalm” in Vietnam, il rivoltoso sconosciuto di piazza Tienanmen e, per venire alla storia più recente, il piccolo Aylan Kurdi, morto sulle spiagge turche il 2 settembre 2015, e infine Omran Daqneesh, sotto le macerie dei bombardamenti governativi ad Aleppo.

Le immagini costruiscono la narrazione di un determinato momento storico. Lo fotografano. Ce lo imprimono nella mente e nel cuore, creando un meccanismo attraverso il quale diventiamo partecipi di fatti che avvengono lontani da noi e, alla fine, riusciamo a sentirli più nostri. Così è stato con Omran: tutti i giornali del mondo, il 19 agosto del 2016, misero la sua foto in prima pagina. La sua sofferenza era la prova della brutalità del governo di Damasco e di Mosca. In realtà, la sua storia, come abbiamo scoperto tempo dopo, era un po’ diversa.

Qualcosa di simile sta accadendo anche nella Ghouta orientale, assediata dallo scorso 18 febbraio dalle truppe governative. Le agenzie mostrano i soldati russi e quelli siriani mentre avanzano tra gli edifici distrutti dai bombardamenti o nell’erba verde, che si ostina a crescere nonostante la guerra. Le stesse agenzie mostrano donne e bambini tremendamente feriti e pure i pompieri dei ribelli intenti a spegnere i fuochi. Ma non si vedono mai i miliziani asserragliati nella Ghouta.

Ed è strano. Dalle agenzie sono passate le immagini del terrore di Daesh e quelle dei jihadisti di Al Nusra. Perché quelle dei ribelli della Ghouta no? Una risposta definitiva ovviamente non c’è. Si possono però fare alcune ipotesi, anche considerando il fatto che fino alla scorsa estate era possibile trovare (poche) foto dei miliziani presenti nel sobborgo di Damasco. La prima, forse un po’ banale, è che le foto dei miliziani anti Assad non si riescano a reperire. Può essere. La seconda, invece, è allo stesso tempo più ardita e inquietante: i ribelli non si possono vedere. E il motivo è presto detto: nella Ghouta sono asserragliati gruppi che si rifanno all’integralismo islamico: Jaysh al-Islam, Faylaq al-Rahman, Hayat Tahrir al-Sham (la vecchia Al Qaida in Siria), Ahrar al-Sham e Nour al-Din al-Zenki (alcuni miliziani di questo movimento a luglio del 2016 decapitarono un bambino solo perché suo padre combatteva per l’esercito lealista).

Uno dei fotografi principali che scatta e diffonde le immagini da Ghouta è Abdulmonam Eassa. Fino a metà del 2016 immortala molti uomini armati, poi qualcosa cambia. Nel sobborgo di Damasco i miliziani spariscono lentamente per lasciare spazio a bambini feriti e macerie. Cambia la narrazione. Ed è questo il punto: i nostri occhi si sono abituati a vedere la Ghouta come un luogo abitato solamente da civili in balìa di un regime sanguinario. E non riusciamo più a vedere gli uomini col fucile che, fino a poco tempo fa, mettevano quegli stessi civili nelle gabbie per usarli come scudi umani.