Le parole pronunciate da Benjamin Netanyahu il 19 marzo 2026, durante una conferenza stampa in inglese sulla guerra con l’Iran, non lasciano spazio a fraintendimenti testuali. Il Primo ministro israeliano ha dichiarato:
“La storia dimostra che, purtroppo e sfortunatamente, Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan. Perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male avrà la meglio sul bene. L’aggressione avrà la meglio sulla moderazione.”
Netanyahu non parlava a un seminario accademico. Parlava da leader di una nazione in guerra, rivolgendosi al mondo—e in particolare all’opinione pubblica americana, il cui sostegno resta per Israele una questione di sopravvivenza. E lo faceva citando (o parafrasando) un passaggio di Will Durant in The Lessons of History (1968): “L’universo non ha pregiudizi a favore di Cristo rispetto a Gengis Khan”.
Il contesto è chiaro: un’argomentazione realista, quasi hobbesiana, sulla politica internazionale. La forza è necessaria, la moderazione non basta, e chi si affida solo alla rettitudine morale soccombe. Si tratta di un ragionamento che, in astratto, potrebbe persino apparire condivisibile a chi abbraccia una visione realista delle relazioni internazionali.
Ma qui risiede il problema: Netanyahu non è un professore di Scienze politiche. È un leader politico che ha costruito la propria carriera sull’abilità retorica e sulla gestione simbolica delle alleanze. E proprio per questo, definire l’episodio un clamoroso autogol non è un’esagerazione polemica, ma una valutazione fondata su ciò che l’evento rivela: una dissonanza profonda tra l’intenzione strategica e l’esecuzione comunicativa, che ha aperto un fronte culturale e religioso del tutto evitabile.
Il parallelismo inaccettabile
Il nodo centrale è l’accostamento tra Gesù Cristo e Gengis Khan. Anche se mediato da una citazione “colta”, il parallelismo introduce implicitamente una categoria comune: quella dell'”efficacia storica” misurata in termini di potere e capacità di imporsi. In questo schema, Cristo—simbolo universale di amore, sacrificio e redenzione—viene valutato sullo stesso piano di un conquistatore noto per la violenza e la distruzione.
Non si tratta di una questione di sensibilità religiosa. Si tratta di un’operazione concettuale che rivela una visione del mondo profondamente problematica. Perché se la storia si riduce a un confronto di potenza bruta, allora ogni distinzione morale diventa un lusso che solo i forti possono permettersi—e che i deboli, semplicemente, non meritano. Questa non è durezza realista. È nichilismo.
Ed è esattamente questa operazione concettuale ad aver provocato la reazione indignata di molti ambienti cristiani, in particolare negli Stati Uniti. Esponenti evangelici e commentatori conservatori hanno sottolineato come il problema non sia la citazione in sé, ma il suo uso politico: Cristo non può essere ridotto a un caso di studio sulla “inefficacia del bene” nella storia. Farlo significa, di fatto, svuotarne il significato spirituale e morale. E farlo nel corso di una guerra per la quale Israele cerca il sostegno proprio di quei cristiani americani è, per usare un eufemismo, controproducente.
La difesa debole e il vero autogol
L’argomento difensivo avanzato dall’ufficio di Netanyahu il giorno successivo—secondo cui il Primo ministro non intendeva denigrare Cristo ma semplicemente citare Durant—appare debole sotto due profili.
Primo: un leader politico non è un accademico in un seminario universitario. Le sue parole non vivono nel vuoto, ma in un ecosistema mediatico e simbolico altamente sensibile. Citare non significa neutralizzare. La scelta stessa della citazione è un atto politico. E quando un leader in guerra sceglie di dire che “il male vince se è più forte” e che Gesù Cristo, storicamente, non ha alcun vantaggio su Gengis Khan, sta comunicando qualcosa. Anche—anzi, soprattutto—se lo fa attraverso un libro.
Secondo: la difesa rivela una profonda incomprensione del pubblico a cui Netanyahu si rivolgeva. Per milioni di cristiani americani, Cristo non è un personaggio storico da valutare in termini di efficacia politica. È il fondamento della loro visione del mondo, il punto in cui il potere di Dio si manifesta proprio nella sconfitta apparente della croce. Dire che “storicamente” Cristo non ha vantaggi rispetto a Gengis Khan significa, per loro, aver già sbagliato il quadro di riferimento. Non è un dibattito storiografico.
Ed è proprio qui che l’autogol diventa evidente. Netanyahu non è un leader inesperto: conosce perfettamente il peso del linguaggio. Una parte cruciale del sostegno a Israele negli Stati Uniti proviene da ambienti cristiani, per i quali la figura di Cristo è intoccabile non solo sul piano religioso, ma identitario. Inserire Gesù in un ragionamento che conclude che “il male vince se è più forte” equivale a lanciare un messaggio ambiguo, se non apertamente disturbante. Anche ammesso che l’intenzione fosse quella di sottolineare la necessità della forza per difendere il bene, la formulazione scelta suggerisce l’opposto: che il bene, da solo, sia storicamente perdente.
Il falso realismo di chi ha fallito sulla sicurezza
C’è poi un livello più profondo di ironia storica, che rende l’episodio ancora più imbarazzante per Netanyahu. Perché l’uomo che oggi ci offre lezioni di “realismo” sulla necessità della forza è lo stesso che ha trascorso anni a smantellare le istituzioni di sicurezza israeliane per ragioni di sopravvivenza politica, che ha anteposto la sua agenda giudiziaria alla coesione nazionale, e che ha presieduto—con arroganza e disattenzione—al più grande fallimento dell’intelligence israeliana dal 1973.
Il 7 ottobre 2023 è avvenuto sotto il suo governo. Non sotto un leader “debole” o “moderato”. Sotto il suo. Sotto l’uomo che oggi spiega al mondo che solo la spietatezza vince. E questa contraddizione non è marginale: è la dimostrazione che il suo presunto realismo non è affatto realismo, ma una maschera retorica indossata per giustificare scelte che, nei fatti, hanno reso Israele più vulnerabile, non più forte.
La vera lezione della storia non è che il male vince sempre se è più forte. È che i leader che confondono la spietatezza con la competenza, la retorica della forza con la capacità effettiva di proteggere il proprio popolo, finiscono per indebolire proprio ciò che dicono di difendere.
Nichilismo contro Umanesimo
Le reazioni più significative all’uscita di Netanyahu si sono concentrate proprio su questo punto. Alcuni commentatori hanno osservato che la visione espressa rischia di legittimare una forma di cinismo politico in cui la moralità diventa irrilevante senza potenza. Altri, più esplicitamente, hanno parlato di una “banalizzazione” di Cristo, ridotto a termine di paragone in un discorso sulla forza bruta.
Ma c’è un’altra conseguenza, forse ancora più grave. L’Europa e l’Occidente che Netanyahu dice di voler difendere (o di cui cerca l’alleanza) non sono solo potenze militari. Sono, o dovrebbero essere, i figli dell’Umanesimo e del Rinascimento. Una civiltà che ha costruito il proprio patrimonio morale—per quanto imperfettamente applicato—sull’idea che la forza non è l’unico criterio di verità, che la moderazione non è debolezza, e che il bene non si misura in termini di potenza bruta.
Quando Netanyahu abbraccia la logica di Gengis Khan e la presenta come l’unica lezione della storia, non sta difendendo l’Occidente. Lo sta tradendo. Sta dicendo ai suoi alleati europei e americani che i loro valori più profondi sono illusioni, che la loro storia è menzogna, e che alla fine contano solo i carri armati. Questa non è diplomazia. È un insulto culturale.
Conclusione: l’autogol come sintomo
In definitiva, la citazione di Durant, lungi dal rafforzare l’argomentazione, ne ha rivelato il punto debole: l’incapacità di separare il realismo strategico dal rispetto per simboli che, per milioni di persone, non sono negoziabili. E in politica, questa distinzione è cruciale.
Netanyahu aveva bisogno di convincere il mondo della necessità della forza. Ma scegliendo di farlo attraverso un confronto che coinvolge Cristo, ha finito per compromettere il messaggio stesso. Non perché il suo ragionamento sia privo di logica, ma perché è stato espresso nel modo più controproducente possibile.
L’episodio non è solo un errore comunicativo. È un sintomo. Rileva una visione del mondo in cui ogni valore è negoziabile, ogni simbolo è strumentalizzabile, e la politica si riduce a un esercizio di potere senza altro fine che se stesso. Questa non è la lezione della storia. È la rinuncia a impararla.
Il vero autogol, per Netanyahu, non è stato aver offeso i cristiani. È stato aver mostrato, nel momento in cui chiedeva fiducia come leader in guerra, di non comprendere la differenza tra forza e barbarie. Una differenza che l’Occidente—erede della ragione greca, dell’ordine giuridico romano, dello slancio spirituale delle cattedrali, del pensiero critico dell’Illuminismo—dovrebbe saper difendere senza doverla prima rinnegare. Perché se per sopravvivere siamo disposti a diventare ciò che dichiariamo di combattere, allora non abbiamo capito nulla né della nostra storia, né di ciò che vale la pena difendere.