Negli ultimi mesi, calata l’attenzione mediatica su Gaza, si sta incendiando Gerusalemme, e nello specifico il sito più politicamente sensibile del Medio Oriente: la Spianata delle Moschee, il luogo che i musulmani chiamano Al-Haram al-Sharif e gli ebrei Monte del Tempio. Succede quando una proposta sostenuta da ambienti statunitensi e israeliani si sta facendo strada per sottrarre alla Giordania la custodia storica della spianata, e trasformarla in un complesso multireligioso che viene incontro alle sole esigenze israeliane. La notizia, nata come indiscrezione raccolta dal sito filopalestinese Middle East Eye (non sempre affidabile, va detto) e poi confermata da analisti che seguono il conflitto, è una bomba a orologeria nella diplomazia mondiale e potrebbe innescare una nuova e gravissima ondata di violenze in tutta la regione.
Bisogna però fare prima un passo indietro fino al 1924, ben prima della nascita dello Stato di Israele, la dinastia degli Hashemiti, ossia la famiglia reale che governa la Giordania, esercita la custodia formale dei luoghi santi islamici e cristiani di Gerusalemme. Questo ruolo fu affidato loro quando la Palestina era sotto il mandato britannico, dopo che gli Hashemiti avevano perso il controllo delle città sante della Mecca e di Medina a favore della famiglia Al Saud, gli attuali governanti dell’Arabia Saudita.
Le cose sono cambiate in parte dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, quando Israele ha occupato Gerusalemme Est, l’area in cui si trova la Spianata. Da allora, le autorità israeliane gestiscono la sicurezza esterna del sito, ma la gestione quotidiana e religiosa dell’area è rimasta formalmente in mano al Waqf, un organo religioso finanziato e controllato dal governo giordano. È un accordo che fa parte del cosiddetto status quo di Gerusalemme, un delicato equilibrio diplomatico riconosciuto anche nel trattato di pace tra Israele e Giordania del 1994. Per la monarchia di Amman, questa custodia non è solo una questione di prestigio e identità, ma una colonna portante della propria legittimità politica.
Un centro multifede per far pregare i gruppi ebrei
Di cosa parla il nuovo piano? Secondo quanto riportato da Daniel Seidemann, avvocato israelo-americano considerato tra i massimi esperti della storia e delle regole non scritte di Gerusalemme, la proposta prevederebbe la fine improvvisa dell’autorità del Waqf giordano: al suo posto, verrebbe creato un nuovo organismo istituito dal governo israeliano con un blando coinvolgimento di un consorzio internazionale e interreligioso, comprendente rappresentanti ebrei e di vari Paesi arabi o musulmani, con una possibile supervisione a rotazione.
L’obiettivo formale sarebbe dichiarare la Spianata un centro multi-fede, garantendo parità di accesso ai fedeli delle diverse confessioni e consentendo ufficialmente la preghiera ebraica in grandi gruppi all’interno del perimetro, cosa impensabile secondo le regole attuali. Oggi gli ebrei possono entrare solo come visitatori, ma senza pregare. Il sogno realizzato di ultranazionalisti come Ariel Sharon e gli stessi ministri considerati più “estremisti” del governo Netanyahu, come quello della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, senza che la storia abbia preso sufficiente spazio nel dibattito internazionale. Eppure l’eliminazione della custodia giordana verrebbe percepita come un affronto inaccettabile da gran parte del mondo arabo e islamico.
Il deus ex machina dell’operazione sarebbe Jared Kushner, genero di Donald Trump e grande affarista nella West Bank: l’amministrazione statunitense ne avrebbe già discusso con diversi Paesi del Golfo e del Nord Africa, tra cui Bahrein, Egitto, Marocco ed Emirati Arabi Uniti, al momento alle prese con l’umiliazione subita dagli Stati Uniti con l’Iran. La Casa Bianca ha definito il rapporto “totalmente falso” e il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato di non averne mai sentito parlare. Basterà a placare le acque? Negli stessi giorni, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha respinto la richiesta della Procura Generale di limitare i poteri di Ben-Gvir sulle questioni di polizia più sensibili, comprese quelle che riguardano la Spianata delle Moschee, che Ben-Gvir vede come il più grande regalo che possa fare ai suoi sostenitori di estrema destra. Non a caso, le sue visite al sito, portatrici di gravi tensioni, sono servite come un omaggio a quella parte dell’elettorato.
Non parliamo di fantascienza, ma di una politica che si sta già concretizzando a Gerusalemme Est. Lo stesso Daniel Seidemann, di solito cauto con le parole, ha recentemente dichiarato che la progressiva demolizione ed espulsione di residenti palestinesi in alcuni quartieri storici e nelle aree beduine limitrofe starebbe superando la definizione di occupazione, configurandosi ormai come una vera e propria forma di ingegneria demografica ed espulsione forzata.
A peggiorare le cose, c’è un dibattito europeo sempre indietro sui tempi riguardo ai possibili freni da apporre all’espansionismo israeliano. Dopo che l’Uniona Europea si è incartata sulle sanzioni a Ben-Gvir rinunciando a qualsiasi misura correttiva, Israele ha dichiarato persona non grata la voce diplomatica dell’Ue, Kaja Kallas, per aver detto in un incontro a porto chiuse che quello che avviene in Cisgiordania è “apartheid”: per tutta risposta la sua collega e commissaria Ue per il Mediterraneo si è presentata a Tel Aviv per scambiare sorrisi con il ministro degli Esteri di Tel Aviv, senza alcun rimprovero. In Italia continua a imperversare in tv Emanuele Fiano, Pd, la cui funzione è quella di ostacolare, dall’opposizione di sinistra, qualsiasi riforma radicale della nostra diplomazia nei confronti di Israele. Perché, spiega, se un cambiamento ci dovrà essere, arriverà dagli israeliani. Con questi argomenti spiega alla storica Paola Caridi: «Ditemi se hanno avuto effetto le sanzioni contro l’Iran. O le sanzioni contro la Russia». Insomma, campa cavallo.