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Guerra

Il ruolo della Germania nella guerra in Siria

La Germania si è sempre mantenuta distante dalla guerra in Siria. Per anni, Angela Merkel ha cercato di presentare il suo Paese come potenza tendenzialmente lontana dalle logiche della guerra. Si è unita alla coalizione internazionale, ma mai con ruolo...

La Germania si è sempre mantenuta distante dalla guerra in Siria. Per anni, Angela Merkel ha cercato di presentare il suo Paese come potenza tendenzialmente lontana dalle logiche della guerra. Si è unita alla coalizione internazionale, ma mai con ruolo di attacco: sempre in modalità di supporto, a indicare una sorta di refrattarietà all’essere considerata una potenza militare.

E questo è sempre stato parte della sua idea di Germania, che ricalca la strategia tedesca dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Smilitarizzata per obbligo internazionale, Berlino si è lentamente trasformata in una potenza che ha fatto proprio dell’assenza di velleità militari il suo punto di forza, puntando tutto su potere economico, finanziario e industriale. Ma quest’assenza dai conflitti non significa che alla Germania non interessino i risvolti di una guerra. E la Siria ne è la dimostrazione.

L’interesse tedesco sulla Siria

In queste ultime settimane, da Berlino sono arrivati segnali molto importanti su un maggiore interesse nei confronti della guerra. Nei giorni scorsi, la Bild aveva pubblicato una notizia sul fatto che il ministro della Difesa Ursula von der Leyen avesse preso in seria considerazione l’ipotesi di un coinvolgimento diretto dell’aviazione tedesca in eventuali strike contro l’esercito siriano in caso di attacchi chimici su Idlib.

Dalle informazioni ricevute dai quotidiani tedeschi, sembra accertato che il comando degli Stati Uniti abbia sondato il terreno con Berlino. Le ipotesi sul tavolo erano due: attività di ricognizione prima o dopo l’eventuale attacco, oppure un coinvolgimento diretto nel raid da parte dei Tornado della Luftwaffe.

Raggiunto un accordo su Idlib che, fino a questo momento, ha evitato l’offensiva della Siria contro la roccaforte jihadista, l’ipotesi di uno strike occidentale sembra essere di nuovo remota. Ma la Germania non si è disinteressata al conflitto. Anzi, proprio nelle fasi del raggiungimento del patto sulla provincia nordoccidentale siriana, Berlino si è introdotta nelle discussioni e ha fatto in modo di interessarsi di nuovo a una guerra di cui sembrava essersi distaccata del tutto.

Perché la guerra di Damasco, anche se sembra estremamente distante dalle logiche berlinesi, in realtà interessa eccome alla Germania. Non solo come potenza parte della Nato, ma anche perché coinvolta, indirettamente, da tutte le forze che agiscono nel Paese mediorientale: a cominciare da Russia, Turchia e Stati Uniti.

Germania e Russia

Germania e Russia condividono interessi estremamente importanti. Il primo (e sicuramente quello fondamentale) è il gasdotto North Stream 2. Colpito dalle sanzioni americane contro Mosca, il progetto del raddoppio del gasdotto mina le prospettive economiche ed energetiche di Berlino. E questo interesse strategico fa sì che i governi tedeschi debbano mantenere con la Russia rapporti di reciproca fiducia e di amicizia. La Siria, in questo senso, è un banco di prova importante.

Il fatto che il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas abbia incontrato Sergei Lavrov per discutere di Idlib è un segnale chiaro di come i due Paesi vogliano trovare un accordo anche per quanto riguarda la Siria. Come ha detto Maas alla Dpa prima di incontrare il suo omologo russo, “sappiamo tutti qual è la posta in gioco. Si tratta di evitare il peggio, una catastrofe umana. La Russia gioca un ruolo chiave, puntiamo su di loro. Se ci fosse una soluzione politica in grado di portare ad elezioni libere, saremmo pronti ad assumerci le nostre responsabilità per la ricostruzione. I russi, gli iraniani o i turchi non possono farlo da soli”.

Un’apertura nei confronti delle forze in campo che non va sottovalutata. La Germania non ha detto di escludere le forze in campo anche se parti del blocco di Astana. Ne ha riconosciuto l’importanza, ma ha detto di voler partecipare attivamente al dopoguerra e, in generale, alla ricostruzione della Siria. E questo serve anche per mostrarsi incline a una soluzione condivisa che non neghi buoni rapporti con Mosca e Teheran.

Germania e Turchia

Nella guerra in Siria, un attore imprescindibile è la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. La prossima settimana, il leader turco visiterà la Germania. Un viaggio importante viste le tensioni che hanno caratterizzato i due Stati per molto tempo, soprattutto durante la campagna elettorale del Sultano per il referendum costituzionale e per il voto per le presidenziali.

Nell’incontro, Erdogan e Merkel parleranno anche di Siria. Un dato importante, perché tra i due Paesi ci sono rapporti estremamente complessi, che si intrecciano proprio sul fronte siriano. Innanzitutto, la Germania ha subito l’ondata di rifugiati proveniente dalla Siria nelle prime fasi del conflitto, quando la Turchia lasciò libera la rotta per i profughi prima che l’Unione europea intervenisse versando miliardi al governo di Ankara. Quell’arrivo di centinaia di migliaia di profughi ha provocato un problema di ordine pubblico e di sicurezza percepita che ancora oggi pesa negli equilibri di governo.

C’è poi il nodo della comunità turca in Germania, che rappresenta una minoranza forte e soprattutto rilevante, come dimostrato dai risultati elettorali di Erdogan nel voto per la riforma costituzionale e per le presidenziali. La comunità turca si è spostata, in questi anni, nell’orbita dell’Akp: e questo incide nei rapporti fra Ankara e Berlino.

Una comunità che si trova però a dover condividere il territorio tedesco con un’altra minoranza particolarmente importante, i curdi, che in Germania rappresentano una quota non indifferente di immigrati. Merkel sa che, da questa contrapposizione, derivano grossi problemi di natura interna in cui la leadership del presidente turco può influire in maniera determinante.

Il terrorismo in Germania

La Germania ha un altro problema: il terrorismo islamico. Ed è un problema che ha mietuto vittime all’interno del Paese e che è una minaccia sia per i foreign fighters presenti in Medio Oriente, sia per i foreign fighters di ritorno. Questa minaccia è sintetizzata dai numeri: sono circa 850 i terroristi censiti dall’intelligence tedesca che sono partiti per il fronte dello Stato islamico.

Secondo le informazioni ottenute da Die Welt nel 2016, erano almeno 270 quelli rientrati in territorio tedesco, che, in molti casi, rappresentano cellule dormienti o cosiddetti “lupi solitari” pronti a colpire. A gennaio di quest’anno fece notizia l’arresto di una cittadina tedesca in Iraq accusata di jihadismo e condannata a morte. Un arresto che ha seguito quello di altre due donne, sempre di cittadinanza tedesca, arrestate in Iraq con l’accusa di essersi unite al Califfato.

Il terrorismo di matrice salafita è un incubo di cui la Germania conosce i terribili effetti. Gli attentati che hanno colpito la Germania sono stati tendenzialmente di basso profilo, ma mortali. E hanno inciso profondamente sulla sicurezza del Paese ma anche sulla percezione dell’ordine pubblico. Soprattutto quando si seppe che una parte di rifugiati, fuggendo dalla guerra, era in realtà parte di fazione terroriste sconfitta sul campo in Siria.

La leadership europea

L’interesse di Berlino per la Siria nasce anche dall’esigenza di mostrarsi una potenza europea in grado di mediare fra diverse istanze, in modo da ergersi come Paese leader dell’Ue senza essere travolto dallo zelo (eccessivo) di Emmanuel Macron. Per questo motivo, la cancelliera tedesca ha optato per una politica il più possibile inclusiva, evitando, nei primi anni, una piena presa di posizione a favore dell’intervento occidentale. Ma come Paese ancora fondamentale  a livello economico e finanziario, di tutta l’Europa, la Germania non può tirarsi indietro, o rischia di essere considerata una potenza senza peso politico.

L’alleanza e la sfida con gli Stati Uniti

Una potenza commerciale che, in questo momento, è sotto attacco da parte degli Stati Uniti. Donald Trump ha messo Berlino nel mirino dall’inizio del suo mandato. E il motivo è non solo scalfire la leadership europea di Angela Merkel, ma anche colpire una potenza commerciale che decide i destini europei e che ha ottimi rapporti economici con la Russia.

Il fatto che alla Germania sia stato richiesto di intervenire in Siria, è anche un segnale di come a Washington interessi a un lato spaccare l’asse fra Berlino e Mosca, ma, dall’altro lato, fare in modo che la Germania possa “ripagare” l’America rispetto alla decisione di assediarla da un punto di vista economico. Un do ut des in cui Berlino deve saper mediare, come ha sempre fatto, fra istanze diverse e contrapposte.





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