Il lancio di 59 missili Tomahawk è stato il debutto sul piano militare della Presidenza Trump. Quella che è stata una sorpresa sul piano diplomatico, perché inaspettato un impegno di Trump nel conflitto siriano, non lo è stata però sul piano della scelta della tattica. Anzi, potremmo dire che Trump si è perfettamente allineato alla politica estera militare degli Stati Uniti d’America degli ultimi decenni. Se, infatti, si può indviduare un filo conduttore che lega tutti i conflitti in cui gli Stati Uniti hanno deciso di intervenire negli ultimi trent’anni, questo è proprio l’utilizzo del Tomahawk. Un missile che in pochi decenni si è trasformato nel missile da crociera più famoso del mondo.Secondo le statistiche del sito GlobalSecurity.org, soltanto l’Iraq dal 1991 ad oggi ha assistito sul proprio territorio al lancio di circa 1620 missili Tomahawk. Il Paese, martoriato da almeno venticinque anni di conflitto, è stata la vittima privilegiata di questa tattica militare del Pentagono. Prima con la guerra del Golfo, poi con l’operazione Desert Strike, infine con l’ultima invasione irachena del 2003, l’utilizzo del Tomahawk è stato un fondamentale mezzo strategico nei vari conflitti con Baghdad.Sono stati invece 213 i Tomahawk che hanno colpito la Serbia e il Montenegro durante le varie operazioni nel conflitto balcanico. In particolare, l’operazione Deliberate Force dimostrò chiaramente l’importanza tattica del Tomahawk, usato svariate volte dall’esercito statunitense per colpire le postazioni di comunicazione e comando dell’esercito serbo. Ma anche la successiva campagna del 1999, meglio nota come Operazione Allied Force, vide un impiego costante di tali missili che dal marzo al giugno del 1999 solcarono i cieli della Serbia. Anche la Bosnia venne fu colpita durante le numerose campagne, ma con un numero estremamente ridotto: furono 13 i missili da crociera lanciati sul suo territorio.Altro scenario di conflitto in cui è stata immediatamente chiara l’importanza di quest’arma, è stato quello della Libia. Durante l’operazione Odissey Dawn del 2011, soltanto nel primo giorno di guerra, il 19 marzo del 2011, furono lanciati dalla flotta americana e britannica 112 Tomahawk. Secondo il comando congiunto, furono smantellate nel giro di una notte tutte le postazioni antiaeree dell’esercito di Gheddafi e le batterie costiere.Anche l’Afghanistan è stato chiaramente oggetto di bombardamenti tramite missili da crociera. Secondo quanto riportato dalle statistiche, lo Stato afghano ha subito dal 1991 ad oggi circa 110 attacchi con missili Tomahawk. Di questi, la maggior parte sono andati a colpire singole postazioni dei guerriglieri talebani, così come dei campi di addestramento di Al Qaeda nelle zone più impervie del Paese.Vi sono poi stati ulteriori Paesi, meno noti, che sono stati colpiti dai missili statunitensi. In particolare il Sudan, la Somalia e lo stesso Yemen, pur senza clamore mediatico, hanno assistito ad attacchi mirati del Pentagono. Per quanto riguarda il Sudan, il Paese fu oggetto di un bombardamento di rappresaglia da parte di Bill Clinton, che autorizzò attacchi mirati su alcuni obiettivi specifici per rispondere agli attentati subiti dalle ambasciate americane in Kenya e Tanzania.Il conflitto siriano è stato poi l’ultimo teatro di guerra, in ordine di tempo, in cui vi è stato un uso di questa tipologia di missile da parte del Pentagono. Ma a parte i 59 razzi lanciati questa settimana, già prima l’esercito americano aveva utilizzato l’arma degli strikes tattici nell’ambito della lotta al Daesh. Raqqa nel 2014 fu oggetto di un bombardamento non dissimile quanto a numero rispetto a quello di venerdì scorso.Il perché dell’utilizzo costante di quest’arma da parte del Pentagono è di duplice natura. Tendenzialmente, sono armi molto precise, che hanno un margine di errore di circa dieci metri. Questo dato, tra le altre cose, apre una serie di questioni sui motivi per i quali soltanto una piccola parte dei missili lanciati contro la base di Shayrat abbia colpito il bersaglio. Missili così precisi non possono avere un margine di errore così ampio come quello che hanno avuto questa settimana. Ma la loro importanza, risiede soprattutto nel fatto che possono essere lanciati da navi e sommergibili fino a mille miglia di distanza dagli obiettivi. Questa gittata permette dunque alla Marina di evitare l’uso dell’aeronautica, che in queste aree diventa particolarmente rischiosa. Rischiosa sia per la possibile perdita di vite umane, se utilizzati i mezzi delle portaerei, sia per i rischi diplomatici che comporterebbe la richiesta di approvazione all’uso delle basi americane in territori vicini, specialmente in Medio Oriente. Ad esempio l’utilizzo della base aerea di Incirlik, in Turchia, per il raid di giovedì notte, sarebbe stato evidentemente una mossa azzardata per l’evolversi del conflitto siriano. Proprio per questi motivi, il Tomahawk è divenuto nel tempo l’arma prediletta della geopolitica americana. Sicura, efficace e a costo umano zero, essa è divenuta nel tempo il mezzo con cui gli Stati Uniti hanno compiuto rappresaglie, attacchi definiti, ma anche semplici avvertimenti. Nel suo utilizzo, viste anche le statistiche, si riesce facilmente a comprendere la strategia americana nei differenti scenari di conflitto, e l’interesse per la regione è spesso proporzionale all’utilizzo del Tomahawk.
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