A Gennaro Giudetti Israele ha vietato l’ingresso per novantanove anni. È la conseguenza delle testimonianze pubbliche con cui l’operatore umanitario ha raccontato ciò che ha visto lavorando nella Striscia di Gaza.
Il libro “Con i miei occhi. Quello che ho visto a Gaza” nasce anche da qui: dal tentativo di fissare sulla pagina un’esperienza diretta di guerra osservata non solo dal fronte, ma dai luoghi dove le sue conseguenze diventano più evidenti – ospedali, corridoi umanitari, infrastrutture civili sotto pressione.
Gli ospedali sono tra i primi luoghi in cui una guerra diventa visibile. Non il fronte, non le mappe militari o le analisi strategiche, ma i corridoi dove arrivano i feriti, le ambulanze che non riescono a passare, le strutture sanitarie che lavorano con mezzi sempre più scarsi. È da qui che parte il racconto di Con i miei occhi. Quello che ho visto a Gaza, il libro in cui Gennaro Giudetti prova a restituire la sua esperienza di operatore umanitario nella Striscia.
Gennaro non è un giornalista ma un operatore che negli ultimi anni ha lavorato in diversi teatri di crisi internazionali. A Gaza è stato impegnato prima con la FAO e poi con l’Organizzazione mondiale della sanità, entrando così in uno dei sistemi più complessi e fragili della guerra: quello delle infrastrutture civili e sanitarie. Il suo libro nasce da questa esperienza diretta e ha una forma molto chiara. Non vuole essere un reportage né un’analisi geopolitica, ma una testimonianza. Lo dice apertamente nelle prime pagine: «Quella che stai per leggere non è una storia: è un atto di testimonianza».
Questa dichiarazione orienta tutto il libro. Gennaro non cerca di ricostruire la storia del conflitto israelo-palestinese né di entrare nel labirinto delle interpretazioni diplomatiche o militari. Il suo obiettivo è più immediato: raccontare cosa accade quando una guerra travolge una popolazione civile e mette sotto pressione l’intero sistema umanitario.
Da questo punto di vista il libro offre una prospettiva raramente raccontata nei resoconti di guerra. Mentre i reportage si concentrano sulle operazioni militari o sugli equilibri strategici, Gennaro descrive il funzionamento – e spesso il collasso – delle infrastrutture civili: ospedali sovraffollati, ambulanze che non riescono a raggiungere i feriti, medici costretti a lavorare in condizioni sempre più precarie. La guerra appare così non solo come uno scontro tra eserciti, ma come un processo che progressivamente colpisce tutto ciò che permette a una società di sopravvivere.
Le pagine dedicate al lavoro delle organizzazioni umanitarie mostrano bene questa dimensione. Operare in un contesto di conflitto significa muoversi dentro una rete complessa di vincoli logistici e politici: convogli che devono ottenere autorizzazioni, aiuti che attraversano frontiere militarizzate, strutture sanitarie costrette a lavorare con forniture sempre più limitate. La guerra, da questo punto di vista, non è soltanto un evento militare ma una crisi sistemica che investe prima di tutto la popolazione civile.
Nel corso del libro Gennaro insiste su un aspetto che spesso sfugge nelle cronache internazionali: la trasformazione delle vittime in numeri. Nelle statistiche diffuse ogni giorno dai media, i morti e i feriti rischiano di diventare cifre anonime. Il suo tentativo è invece quello di restituire una dimensione concreta alle storie individuali, ricordando che dietro ogni numero c’è una vita, una famiglia, una comunità.
Il tono del libro è quindi fortemente personale. La scrittura è diretta, spesso attraversata da una partecipazione emotiva evidente. Non c’è la distanza del reporter né la costruzione narrativa tipica del giornalismo di guerra. Con i miei occhi è, prima di tutto, il racconto di un testimone che prova a fissare sulla pagina ciò che ha visto durante il suo lavoro sul campo.
Nel farlo Gennaro non nasconde la propria posizione. Dopo anni trascorsi in diverse aree di crisi – dal Medio Oriente ad altri scenari di conflitto – l’autore sostiene che la devastazione osservata a Gaza non ha paragoni con altre guerre contemporanee. Nel libro e nelle sue testimonianze pubbliche descrive quella in corso nella Striscia come una distruzione sistematica, condotta con una precisione militare che colpisce in modo diretto il tessuto civile della società palestinese.
È anche per questo che la sua esperienza personale ha avuto conseguenze dirette. Dopo aver raccontato pubblicamente ciò che aveva visto durante il lavoro nelle organizzazioni internazionali, Gennaro è stato colpito da un provvedimento delle autorità israeliane che gli vieta l’ingresso nel paese per novantanove anni. Un divieto che, nelle sue parole, rappresenta il prezzo pagato per aver descritto una realtà che pochi operatori umanitari possono raccontare apertamente.
Il libro nasce anche da questa consapevolezza. Non come un’analisi politica del conflitto, ma come il tentativo di lasciare una traccia di ciò che accade dentro una guerra quando la si osserva dal punto di vista di chi cerca di curare i feriti e mantenere in vita le infrastrutture civili.
Per questo Con i miei occhi ha un carattere diverso da molte opere dedicate ai conflitti contemporanei. Non nasce come opera letteraria né come saggio geopolitico, ma come testimonianza urgente. La scrittura è semplice, immediata, talvolta più vicina al diario che al reportage. È una scelta coerente con l’intenzione dell’autore: lasciare una traccia diretta dell’esperienza vissuta sul campo.
Il risultato è un racconto che permette di osservare la guerra da un angolo insolito. Non dal punto di vista delle operazioni militari, ma da quello di chi cerca di tenere in piedi ciò che resta della vita civile. È qui che il conflitto assume un’altra dimensione: quella degli ospedali che non riescono più a funzionare, dei sistemi sanitari al limite, delle organizzazioni internazionali costrette a operare in condizioni sempre più difficili.
In questo senso il libro di Gennaro Giudetti non pretende di spiegare la guerra di Gaza. Piuttosto mostra cosa significa viverla da una posizione particolare: quella di chi si trova ogni giorno a confrontarsi con le conseguenze umanitarie del conflitto.
Ed è proprio questa prospettiva a renderlo interessante. Perché se la guerra è spesso raccontata attraverso le strategie dei generali e le analisi dei commentatori, l’esperienza degli operatori umanitari ricorda che ogni conflitto produce anche un’altra battaglia, meno visibile ma non meno decisiva: quella per mantenere in vita le strutture civili e continuare a curare, assistere e proteggere le persone che si trovano nel mezzo della guerra.
Leggere questo libro, diventa un modo per dare seguito a quell’appello che il poeta Refaat Alareer ha tradotto in una poesia splendida: If I must die. Le sue parole, aprono il libro di Gennaro e diventano un messaggio per tutti noi, spettatori attoniti di uno scempio:
Se devo morire, tu devi vivere
per raccontare la mia storia