Da quando a Gaza è entrato in vigore il cessate il fuoco il 10 ottobre scorso, sono morti almeno 420 palestinesi. La cifra è quella resa pubblica dalle autorità della Striscia, controllate da Hamas e su cui dunque pesa una possibile parzialità. Tuttavia, i raid e i bombardamenti degli ultimi giorni sono oggettivamente riscontrabili. Al pari del fatto che ogni incursione fa inevitabilmente aumentare il conteggio delle vittime. Al di là dei dati quindi, sotto il profilo strettamente politico è da registrare che la tregua a Gaza è solo sulla carta. Non si sta più assistendo ad azioni di largo raggio, ma al tempo stesso non si sta nemmeno osservando l’esistenza di un vero cessate il fuoco.
I raid delle ultime ore
Esattamente come accadeva prima della firma dell’accordo di ottobre, è la parte settentrionale della Striscia a essere particolarmente nel mirino. Diversi raid negli ultimi giorni hanno riguardato il quartiere dell’ospedale indonesiano, non lontano da Gaza City. Sono stati sparati ordigni dal cielo, con il ronzio dei droni descritto come incessante sui social, così come anche dal mare. L’area settentrionale della Striscia, è quella che poco prima della tregua ha dato i maggiori grattacapi all’esercito israeliano: è qui che si nascondono i miliziani di Hamas ed è sempre qui, tra i tunnel sotterranei e i pochi vicoli privi di macerie, che le cellule ricollegabili al movimento islamista provano a riorganizzarsi.
Per questo, oltre ai bombardamenti, l’Idf stessa ha ammesso di aver oltrepassato con i blindati in più di un’occasione la famosa linea gialla. Ossia, il tratto di penna sulla mappa che sul campo corrisponde al confine tra le aree controllate da Hamas e quelle dove è ancora presente l’occupazione dell’Idf. Oltre che nel nord della Striscia, nelle ultime 24 ore i raid hanno riguardato anche Khan Younis: qui una bimba di 5 anni, ospitata all’interno di una tenda per i profughi, rappresenta l’ultima vittima civile palestinese accertata.
Perché si parla ancora di tregua
Ovviamente, come sempre capita in queste occasioni, si assiste a un certo rimpallo delle responsabilità. Hamas ha accusato Israele di aver ripetutamente violato la tregua e, anzi, di non averla mai rispettata già dal primo giorno. Dal canto suo, il governo di Tel Aviv ha puntato il dito contro il movimento islamista. Secondo le autorità israeliane, più volte Hamas nel pieno del cessate il fuoco avrebbe volutamente oltrepassato la linea gialla e non avrebbe mai smesso di pianificare attacchi contro i soldati israeliani ancora presenti.
Ad ogni modo, appare chiaro come a Gaza non si possa parlare di cessazione delle ostilità. I combattimenti continuano e il numero delle vittime sale. Tuttavia, dichiarare ufficialmente finita la tregua provocherebbe conseguenze ancora più gravi. In primis, ci sarebbe il rischio di una ripresa delle azioni israeliane su larga scala. Con lo spettro quindi di veder peggiorare ulteriormente la già grave crisi umanitaria. In secondo luogo, c’è un punto politico non certo marginale: Trump da un lato e i Paesi arabi dall’altro, hanno fatto da garanti dell’accordo. Se si dovesse ammettere che a Gaza l’accordo non regge, i garanti uscirebbero politicamente ridimensionati. E, soprattutto, andrebbero incontro a forti critiche. Circostanza che negli Stati Uniti il presidente Trump, nel pieno dell’anno che porterà al voto di medio termine, vorrebbe evitare.

