Il corpo dell’ultima vittima israeliana del 7 ottobre 2023 rimasto a Gaza è stato ritrovato. Lo ha comunicato l’Israel Defense Force (Idf) nella parte orientale di Gaza City. Il capo di Stato maggiore Eyal Zamir, il capo del Comando meridionale, maggiore generale Yaniv Asor, e altri ufficiali hanno officiato una cerimonia funebre per la sepoltura del corpo, riconducibile al sergente maggiore Ran Gvili, il cui ritrovamento chiude oltre due anni di vicissitudini concretizzatesi con l’accelerazione del rilascio degli ostaggi da parte di Hamas prima e dopo la chiusura del cessate il fuoco di Sharm-el-Sheikh il 10 ottobre scorso.
“Gvili, un agente di polizia di 24 anni, è stato ucciso mentre difendeva il kibbutz Alumim nel sud di Israele durante l’assalto guidato da Hamas del 7 ottobre 2023, che ha scatenato la guerra a Gaza”, nota il Times of Israel, sottolineando che a essere tenuto in ostaggio fino ad oggi è stato dunque il corpo di un morto detenuto da allora a Gaza.
La riconsegna di tutti i corpi degli ostaggi, oltre ai prigionieri sopravvissuti, era una condizione necessaria della “Fase 1″ del cessate il fuoco. Israele aveva consentito l’ingresso a Gaza di un team egiziano in sostegno ad Hamas per scavare tra le macerie e cercare i corpi degli ostaggi. L’entità della devastazione della Striscia ha reso difficile trovare Gvili fino a oggi. Dopo l’annuncio dell’Idf, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che “la prossima fase sarà il disarmo di Hamas e la smilitarizzazione della Striscia di Gaza“.
Da Gerusalemme, dove ha ospitato il primo ministro albanese Edi Rama, Netanyahu ha dichiarato che è interesse di Israele “”anticipare questa fase e non ritardarla”, sottolineando che il disarmo “accadrà, non importa se nel modo più facile o in quello più difficile”, ha ammonito, paventando possibili future operazioni militari.
Quel che dice Netanyahu è una mezza verità: la Fase 2, inaugurata in Egitto il 14 gennaio scorso, prevede il disarmo di Hamas e il ritiro dell’Israel Defense Force dalla Striscia di Gaza, di cui occupa circa i tre quinti del territorio. L’inviato Usa Steve Witkoff ha dichiarato due settimane fa che anche il progetto di ricostruzione di Gaza era sul tavolo per la Fase 2, ma Netanyahu oggi ha smentito questa eventualità.
Il problema dei negoziati per la Fase 2 sta nel fatto che non è definito un timing delle mosse: in teoria, Hamas dovrebbe consegnare il potere di Gaza al Comitato nazionale palestinese per l’amministrazione di Gaza (Ncag) strutturato ai sensi della Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e consegnare le armi alla Forza internazionale di stabilizzazione (Isf) mentre Tel Aviv ritira le sue truppe fuori dalla Striscia.
Nulla vieta che le due procedure siano contemporanee. Ma il cessate il fuoco non prevede né tempistiche precise né consequenzialità chiare. Segno che tutto resterà in mano ai negoziatori. E mentre il Board of Peace chiamato a governare il processo appare confusionario e privo di una governance reale, le parole di Netanyahu inaugurano di fatto il negoziato: Israele intende trattare da una posizione di forza. Ci sono molti vincoli: Tel Aviv blocca di fatto la costituzione dell’Isf, pochi Paesi, soprattutto nel mondo arabo, vogliono affrontare un rischio di scontro con Hamas per procedere al disarmo, i miliziani usano le pressioni di Israele per mantenere il controllo su Gaza a ovest della Linea Gialla definita a ottobre. Un’impasse che sarà davvero complicato sbloccare. Ammesso ce ne sia la volontà.

