Gaza ridotta in polvere e veleno: una guerra che condizionerà intere generazioni

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Il suolo della Striscia di Gaza, un tempo fecondato dal ciclo delle stagioni, è ora una distesa di cenere. L’aria porta il peso della plastica bruciata. Il mare è opaco e la terra trattiene la minaccia del metallo inesploso. Due anni di bombardamenti hanno trasformato l’enclave in una testimonianza definitiva della violenza. La distruzione non si è consumata solo attraverso le bombe e la carneficina di civili,  ma nel veleno che ora permea la terra stessa. Il genocidio ha reso sterile il fondamento del sostentamento e ha sepolto ogni memoria del futuro sotto il peso tossico del suo passaggio. La terra è stata avvelenata. È ciò che il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente definisce un disastro ambientale che non ha paragoni.

L’ultimo rapporto dell’UNEP, “Impatto ambientale dell’escalation del conflitto nella Striscia di Gaza”, documenta la distruzione fino al settembre 2025 e parla di un territorio ecologicamente collassato. Il suolo, l’acqua e l’aria, che possiamo definire le tre basi della vita, sono stati gravemente compromessi. Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’agenzia, avverte che i danni lasceranno “un’eredità di distruzione ambientale che potrebbe avere ripercussioni sulla salute e sul benessere di generazioni di abitanti di Gaza”.

Porre fine alle sofferenze umane che hanno travolto Gaza deve essere la priorità assoluta”, ha dichiarato Andersen. “Ripristinare i sistemi di acqua dolce e rimuovere i detriti per consentire l’accesso umanitario e ripristinare i servizi essenziali è urgentemente necessario per salvare vite umane. Il recupero della vegetazione, degli ecosistemi di acqua dolce e del suolo sarà inoltre fondamentale per la sicurezza alimentare e idrica e per garantire un futuro migliore alla popolazione di Gaza”.

L’immagine che il rapporto restituisce è quella di un territorio privato della propria possibilità di esistere. Le riserve d’acqua dolce sono quasi esaurite, e gran parte di quella rimasta è contaminata. Degli oltre cinquanta impianti di pompaggio e stoccaggio attivi prima dell’ottobre 2023, solo nove funzionano ancora, tre dei quali senza danni diretti. La capacità complessiva è crollata dell’84%. L’impianto di desalinizzazione che un tempo produceva 30.000 metri cubi al giorno oggi lavora a meno di un sesto di quella cifra, frenato dai danni strutturali e dalla carenza cronica di carburante.

Anche le infrastrutture fognarie sono fuori uso. I sei impianti di trattamento delle acque reflue sono inattivi e gli scarichi finiscono in mare o nelle falde. Le famiglie scavano fosse biologiche improvvisate. L’acqua che per anni uscirà dai rubinetti, sempre che ciò accadrà, sarà salmastra. L’effetto sanitario è devastante. I casi di diarrea acquosa acuta sono aumentati di 36 volte tra il 2023 e il 2025, da poco più di 11.000 a oltre 412.000. La sindrome da ittero acuto, indice di epatite A, è cresciuta di 384 volte, fino a oltre 41.000 casi. Due terzi delle infezioni colpiscono bambini sotto i cinque anni.

Ma le malattie non vengono solo dall’acqua. La polvere delle esplosioni e delle macerie ha moltiplicato le infezioni respiratorie, oltre 37.000 nel solo giugno 2025. La poliomielite, che da decenni sembrava un ricordo, è tornata a diffondersi attraverso le acque reflue.

Prima dell’intervento militare israeliano, quasi un terzo della Striscia era coltivato. Campi di ulivi, serre di fragole, ortaggi, pollame. Oggi l’agricoltura è quasi completamente scomparsa. Secondo le analisi satellitari, entro agosto 2025 il 91,7% dei terreni coltivabili è stato danneggiato. Il 97% delle colture arboree, il 95% delle aree arbustive e l’82% delle colture annuali sono andati perduti. Mezzo milione di persone vive in condizioni di carestia, un altro milione in emergenza alimentare. “La produzione alimentare su larga scala non è più possibile”, scrive l’UNEP.

La distruzione non riguarda solo l’apparato produttivo primario, c’è anche quella più visibile e impattante. Degli oltre 250.000 edifici della Striscia, il 78% è stato danneggiato o raso al suolo, comprese 282.000 abitazioni. Il risultato è una massa di 61 milioni di tonnellate di detriti, l’equivalente di quindici Grandi Piramidi di Giza o venticinque Torri Eiffel. Circa il 15% di questo materiale contiene amianto, rifiuti industriali o metalli pesanti provenienti da impianti solari distrutti. Nei vecchi campi profughi, le strutture costruite con rivestimenti in amianto sono diventate trappole tossiche.

La perdita di vegetazione e la compattazione dei terreni, causata dal movimento dei mezzi militari, hanno alterato la struttura del suolo. L’acqua piovana scorre in superficie e non ricarica più le falde, mentre contemporaneamente, il rischio di alluvioni aumenta. L’UNEP avverte che il danno al suolo potrebbe essere permanente.

Il mare, ultima risorsa per molti, è ora contaminato da scarichi fognari e residui industriali. L’agenzia spiega che i test ambientali restano impossibili per motivi di sicurezza, ma le immagini satellitari mostrano la dispersione di liquami lungo la costa.

I dati quantificano un collasso che è insieme ecologico e umano, l’ultimo capitolo di una spietata dottrina dello sterminio. Gaza è ormai uno spazio in cui la vita persiste per sola inerzia biologica, privata di ogni orizzonte di senso e di futuro. In questa condizione di stasi forzata, la nuda esistenza sopravvive alla possibilità di vivere. La terra, l’acqua e l’aria sono state strumentalizzate come vettori di morte, trasformando gli elementi primari del sostentamento in agenti di una condanna collettiva. I palestinesi stanno vivendo la progressiva dissoluzione del legame ontologico tra un popolo e il suo mondo.

Il rapporto dell’UNEP formula trenta raccomandazioni per iniziare una ripresa. La prima è la ricostruzione urgente delle infrastrutture idriche e fognarie. Seguono la rimozione e il riciclaggio sicuro dei detriti, la bonifica dei materiali pericolosi, la mappatura della contaminazione del suolo e il ripristino della vegetazione. Ogni intervento dovrà coinvolgere la popolazione locale e basarsi su analisi scientifiche indipendenti. Il documento, redatto su richiesta dello Stato di Palestina, è il secondo dal 2023. Dal confronto con la valutazione del giugno 2024, risulta chiaro un peggioramento netto, che riguarda i detriti aumentati del 57% e i terreni coltivati distrutti che superano il 90%. Il personale dell’UNEP non ha potuto recarsi sul posto.

La valutazione è stata realizzata con il telerilevamento, analisi satellitari e contributi di altre agenzie dell’ONU. L’agenzia, dal 1999, ha condotto più di quaranta indagini postbelliche in tutto il mondo, dai Balcani al Sudan, ma quella di Gaza è tra le più gravi mai registrate.

Il linguaggio tecnico del rapporto, con le sue cifre e le sue diagnosi, non può occultare la verità più profonda che le sottende. In questa realtà, la distruzione della terra e la distruzione delle persone non sono che due volti di un’unica, inscindibile violenza. È una verità antica e al contempo disperatamente attuale. Quando un ambiente viene reso inabitabile, non si perde solo lo spazio fisico del presente. Con esso si dissolve la memoria vivente che quel luogo custodiva, l’archivio concreto di una cultura e di un’identità. Per questo la Striscia di Gaza rappresenta piuttosto la testimonianza di un annientamento ecologico integrale, un processo la cui eredità di veleno e di assenza è destinata a compromettere il futuro di intere generazioni.