Riportiamo brani di un articolo del Timesofisrael: “I capi della difesa israeliana presenteranno domenica un fronte pressoché unito al gabinetto di sicurezza, implorando i ministri di accettare l’attuale proposta di cessate il fuoco a Gaza che prevede il rilascio degli ostaggi evitando l’offensiva su Gaza City auspicata dal governo, ha riferito venerdì Channel 12”.

“Tra questi, si legge nel rapporto, figurano il capo delle IDF Eyal Zamir, il direttore del Mossad David Barnea e il consigliere per la sicurezza nazionale Tzachi Hanegbi. Un’eccezione degna di nota è il capo ad interim dello Shin Bet […] la cui posizione non è stata specificata”.
“I responsabili della sicurezza chiederanno anche perché Israele non abbia tenuto una riunione di gabinetto quantomeno per prendere seriamente in considerazione l’ultima offerta [di Hamas], un’offerta che la stessa Gerusalemme aveva recentemente approvato“.
“[…] La proposta, infatti, è pressoché identica a quella elaborata dall’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff, approvata da Israele solo il mese scorso, prima che Hamas aggiungesse nuove richieste a fine luglio, che hanno portato al fallimento dei negoziati”.
“[…] C’è un accordo sul tavolo […]. Dobbiamo cogliere l’opportunità di riportare indietro gli ostaggi vivi e usare il cessate il fuoco per porre fine alla guerra“, ha dichiarato alla rete una fonte di sicurezza di alto livello. “Qualsiasi altra decisione, basata sul pensiero che Hamas si arrenderà se entriamo a Gaza City, è una scommessa azzardata sulla vita di ostaggi e soldati”.
Tale pressione corre in parallelo alle manifestazioni oceaniche per le strade israeliane che urgono l’accordo in questione. Secondo un sondaggio di Chanel 12, il 60% degli israeliani è favorevole all’intesa e solo il 31% vuole la prosecuzione della guerra. Significativo anche che il 65% degli intervistati ritenga che l’obiettivo della guerra sia la restituzione degli ostaggi rispetto al 27% secondo il quale è la distruzione di Hamas.
Nulla cambia nell’immediato, tanto che ieri Israele ha revocato la sospensione delle operazioni militari nelle ore diurne a Gaza City, decisa per permettere ai pochi aiuti autotizzati di giungervi. Ai palestinesi, inseguiti dalle bombe, è stato ordinato di evacuare per dirigersi verso le zone umanitarie (leggi campi di concentramento).
Tale brutalità è possibile grazie al sostegno incondizionato dagli Usa e di quello tacito della Ue, le cui critiche ad alta voce e i proclami sul riconoscimento della Palestina si accompagnano a una connivenza fattuale.
Lo dimostrano le querele giustificazioni dell’improvvida ministra degli Esteri, Kaja Kallas, la quale per l’ennesima volta ha dichiarato che la mancanza di unità non permette alla Ue di sanzionare Tel Aviv…
Quanto alla subordinazione Usa al governo israeliano, essa si è arricchita di nuovi capitoli. Anzitutto la riunione tenuta da Trump sul futuro di Gaza con Jared Kushner e Tony Blair.
È noto che Jared è il ragazzo di bottega di Netanyahu, al quale doveva cedere la stanza per andare a dormine in cantina quando questi giungeva in visita negli Usa ed era ospite del padre a cui era molto legato (Jerusalem post). Prima della riunione avrà ricevuto istruzioni.

Quanto all’inossidabile Blair, protagonista dell’invasione irachena – un milione di morti – non ha bisogno di istruzioni in quanto adepto della stessa religione di Netanyahu, quella neoconservatrice, che ha nelle guerre infinite la sua pubblica quanto nefasta manifestazione.
Nulla si sa della riunione, ma da tali convenuti non c’è da aspettarsi nulla di buono. Probabile che si sia discusso della famigerata “Riviera di Gaza“, il progetto elaborato da Jared – leggi Netanyahu – che Trump aveva sposato nel tentativo di sparigliare le carte e chiudere le ostilità, ma del quale è poi rimasto prigioniero. Tale l’improntitudine dell’azzardo trumpiano, fondato sull’errata premessa che potesse gestire chi è più scaltro e potente di lui.
Scaltrezza e potere palesata anche dalla vicenda del miliardario Epstein, gestore di una rete di pedofilia per clienti di alto profilo, riesplosa di recente, con Trump costretto nell’angolo dalle accuse di un suo coinvolgimento personale.
Vere o false che fossero le accuse, Trump per la prima volta ha barcollato. Tale esplosione è coincisa con il recente viaggio negli Usa di Netanyahu, convocato dal presidente americano per cercare di chiudere le ostilità di Gaza, ed è durata tempo prima di quietarsi; quiete ritrovata – suggestione della tempistica – da quando Witkoff ha smesso di cercare una via di uscita alla tragedia di Gaza per conto del presidente. Ora, non ne parla più nessuno, come se Epstein non fosse mai esistito.
Al di là delle suggestioni, resta il sostegno incondizionato degli States al genocidio di Gaza, genocidio confermato dalla dichiarazione ufficiale sulla carestia che vi dilaga da parte dell’IPC (Integrated food security phase classification), autorità indiscussa sul tema, e dal parallelo pronunciamento, dello stesso tenore, da parte dell’USAID americano, agenzia che oggi è stata ufficialmente chiusa dal Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio, probabilmente per tale iniziativa.
Probabilità che viene suggerita da un’altra coincidenza temporale: poche ore prima, Rubio aveva deciso di negare i visti di ingresso negli States alla delegazione dell’Autorità nazionale palestinese, visti necessari per partecipare alla prossima assise delle Nazioni Unite.
Diniego brutale e illegittimo, perché in tal modo gli Usa si arrogano del diritto di decidere chi partecipa e chi no a un evento che esula dalla loro sovranità. Al di là delle deliranti motivazioni ufficiali, non si vuole dare diritto di tribuna alla Palestina, peraltro nel summit in cui diversi Paesi occidentali hanno annunciato la decisione di riconoscerne la sovranità.
Una decisione che si accompagna alla richiesta, altrettanto brutale, di diversi ministri israeliani perché Tel Aviv, prima del summit Onu, proceda ad annettere parti della Palestina. Così va il mondo. Il loro mondo.

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