Nelle ore immediatamente successive all’eliminazione di Yahya Sinwar, il terrorista che aveva organizzato le stragi di Hamas del 7 ottobre 2023 per poi succedere a Ismail Haniye alla guida del movimento palestinese, una serie di politici (da Kamala Harris in giù) e di commentatori fedeli alla linea si è sbrigata a proclamare l’inizio della fine della guerra o, come minimo, l’avvio di una fase nuova. Tanto da far sembrare Benjamin Netanyahu, il decimatore dei palestinesi di Gaza, il più realista del gruppo, perché ha evitato in modo fin troppo evidente di parlare di chissà quale svolta e tanto meno di prospettive di pace.
Eliminare un numero anche importante di miliziani di Hamas, dai capi in giù, sparando con i più moderni mezzi militari (di cui il nemico non dispone) su tutto ciò che si muove in un’area isolata e ristretta come la Striscia di Gaza, nascondendo peraltro al mondo quanto ciò sia costato in termini di uomini e di mezzi, non ci pare poi questa grande impresa militare. Però si capisce bene perché ci sia questa gran fretta di lieto fine. Ad alcuni serve a giustificare la tolleranza (e nel caso degli Usa la complicità) mostrata verso le stragi israeliane, tipo: visto? Ne valeva la pena… Ad altri a far passare il solito doppio standard per cui 1.200 morti israeliani sono un’orrenda strage (vero) mentre 42 mila morti palestinesi sono “diritto a difendersi” (falso). Per non parlare (vero, Ue?) del diritto internazionale e umanitario violato per i quattro caschi blu Unifil feriti in Libano dagli israeliani, ma non per il migliaio di libanesi ammazzati dagli stessi israeliani.
Ma tant’è. In realtà, essendo così facile sganciare le bombe, possiamo anche dire che, paradossalmente, il problema di Gaza comincia adesso. Eliminati i capi, drasticamente ridotto il numero dei miliziani, decimata la popolazione, ora l’occupante deve decidere che cosa fare della Striscia. Netanyahu ha detto e ripetuto che non ci sarà più spazio per Hamas nella gestione del territorio. E a prescindere dai suoi crimini di guerra, non si vede come, dopo il 7 ottobre 2023, potrebbe essere diversamente. Però Netanyahu ha detto tante altre cose: che non vuole i caschi blu Onu a Gaza (a Nord della Striscia) né a Rafah (Sud), che non vuole l’Anp di Abu Mazen, che non vuole occupare la Striscia.
E dunque? È ovvio che qualsiasi forma di aggiustamento su Gaza dipenderà anche da tanti altri fattori, da come finirà l’aggressione al Libano o lo scontro con l’Iran. Dall’esito delle elezioni presidenziali Usa e dalla posizione che sarà presa dal nuovo presidente. E anche, nemmeno tanto da lontano, da ciò che succederà nella guerra tra Russia e Ucraina, il cui andamento ormai critico spinge americani ed europei ad appoggiare ancor più Netanyahu che, nella visione di Washington e Bruxelles, come Zelensky “combatte per noi”.
Resta il fatto che un’idea di dopoguerra Netanyahu non l’ha mai espressa, e come lui coloro che nelle diverse capitali lo sostengono. Troppo presto per pretenderne una? Forse. Ma Netanyahu è troppo accorto e astuto per non sapere che la Striscia non potrà essere lasciata all’autogoverno palestinese o a un’amministrazione internazionale tipo Onu: dopo questo anno di stragi indiscriminate, la voglia di rivalsa e di pura vendetta dei palestinesi è tenuta a bada solo dalla violenza dei cacciabombardieri e dei carri armati, e tempo pochi anni troverebbe il modo di esprimersi. E che si chiami Hamas o Mario Rossi poco importerà. Al momento, quindi, molte considerazioni (compreso il quadro interno Israele) inducono a credere che Netanyahu ancora confidi nella pura e semplice espulsione dei palestinesi da Gaza. Perché mai, nella storia dello Stato ebraico, il sogno del Grande Israele è stato così vicino a realizzarsi.
Fulvio Scaglione
