Benjamin Netanyahu interpreta il cessate il fuoco di Gaza concluso a ottobre come un consiglio, non una prescrizione, e annuncia che Israele aumenterà la sua quota di controllo dell’enclave palestinese governata da Hamas spingendosi ampiamente oltre i limiti dettati dagli accordi di Sharm-el-Sheikh: il primo ministro israeliano ha annunciato l’intenzione di portare al 70% il controllo parlando a Channel 12 nella giornata di giovedì 28 maggio.
Guerra senza limiti a Gaza
Si tratta di spingere in avanti sempre nuove soglie e nuovi obiettivi. Del resto, gli accordi conclusi da Israele e Hamas con la mediazione di Usa, Qatar ed Egitto prevedevano soglie di controllo ben più basse di quelle strutturate dall’Israel Defense Force negli ultimi sette mesi. Per la precisione oggigiorno Israele occupa poco meno di due terzi, il 64%, del territorio della Striscia di Gaza. Si tratta di un valore ben più alto del 58% che deteneva al momento della tregua e del 53% che avrebbe temporaneamente dovuto mantenere dietro la Linea Gialla durante il completamento della Fase 1 del cessate il fuoco, comprendente il ritorno a casa degli ostaggi rapiti da Hamas il 7 ottobre 2023.
La Fase 2 avrebbe dovuto aprire la strada a due dinamiche: disarmo di Hamas, da un lato; ritiro dell’Idf da Gaza, dall’altro. Con quale consecutio temporale non è dato sapersi nei fatti, anche se il Segretario Generale del Board of Peace Nikolaj Mladenov ha chiaramente lasciato intendere che per Usa e alleati sono i militanti che controllano Gaza a dover fare il primo passo. Ciò sostanzialmente certifica l’impasse. E lascia molte questioni aperte, tra cui la possibilità di un potenziamento dell’offensiva da parte di Tel Aviv. La tregua sembra esistere, ormai, solo sulla carta. Al Jazeera ha registrato 2.400 violazioni del cessate il fuoco e al contempo aggiunge che se Netanyahu ordinasse di alzare la quota di territorio gazawi occupata da Israele la situazione umanitaria, già drammatica, peggiorerebbe ulteriormente:
A causa dell’occupazione dell’esercito israeliano, i palestinesi non possono accedere a circa due terzi della Striscia di Gaza. Un’ulteriore annessione del territorio costringerebbe due milioni di loro, che già vivono in condizioni disastrose, a trasferirsi in un territorio ancora più ristretto, dopo aver sopportato due anni di guerra genocida.
Netanyahu sotto pressione rilancia a Gaza
Israele, del resto, si trova con un governo pressato da più parti. L’opposizione guidata da Naftali Bennet e Yair Lapid denuncia la marginalizzazione di Netanyahu in Iran e il mancato raggiungimento degli obiettivi strategici, gli alleati nazionalisti di Netanyahu, Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, si preparano al voto anticipato tirando per la giacchetta il premier e spingendolo ad alzare l’asticella dello scontro sul fronte libanese, mentre per il leader del Likud resta lo scenario di Gaza come teatro dove provare a mostrare risolutezza ed energia. Che quota di Gaza occuperà Israele in futuro? “Vedremo”, ha detto sibillino Netanyahu due settimane fa, quando il controllo era al 64%. “Cominceremo da lì”, ha aggiunto giovedì quando dal pubblico qualcuno, rispondendo alla sua affermazione sulla quota portata al 70%, chiedeva l’annessione completa.
Ha parlato chiaramente anche il sempre franco e diretto Israel Katz, ministro della Difesa, che commentando l’eliminazione dell’alto comandante di Hamas Mohammed Odeh, ha ribadito che esistono piani per espellere centinaia di migliaia di palestinesi “al momento giusto e nel modo giusto”. Una rivendicazione del progetto di pulizia etnica dopo una guerra divenuta feroce rappresaglia prima e genocidio poi che viene fatta alla luce del sole, quasi trasparentemente. E non lascia presagire molto di buono per un conflitto che è solo formalmente frenato da un cessate il fuoco esistente di fatto solo sulla carta.