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Israele persegue il genocidio nella Striscia di Gaza servendosi di un’arma letale quanto le bombe: la fame. Ogni giorno cresce il numero di persone che muoiono per mancanza di cibo, disegnando una drammatica parabola ascendente che non si arresterà finché il Governo Netanyahu non consentirà un reale accesso agli aiuti umanitari e una loro distribuzione sicura, che non implichi il massacro di persone affamate in fila per ricevere da mangiare.

La fame di massa imposta

I palestinesi stanno affrontando quella che il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha definito una “fame di massa imposta”. “Questo significa – ha precisato Ghebreyesus – che senza un intervento immediato, una larga parte della popolazione di Gaza morirà di fame”. Un cibo che Israele nega e che è da tempo pronto per la consegna. Già, perché fuori dal valico di Rafah da mesi stazionano camion carichi di viveri, sufficienti almeno ad alleviare, in parte, gli effetti della carestia. In parte, perché nei corpi umani uno stato di inedia prolungata provoca danni irreversibili agli organi vitali, fino a condurre alla morte.

Un esperto di carestia, il professor Alex de Waal, ha dichiarato in un’intervista al Middle East Eye: “Un adulto sano impiega da 60 a 80 giorni di privazione totale di cibo per morire di fame. Con la malnutrizione acuta, ci vuole molto più tempo. In queste condizioni, i bambini periranno molto più rapidamente. I loro piccoli corpi si deteriorano molto, molto velocemente”.

E se è vero che i numeri disumanizzano, è altrettanto vero che restituiscono una fotografia cruda della portata dello sterminio nella Striscia. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, dall’inizio del blocco israeliano agli aiuti umanitari sono almeno 111 le persone morte di fame — di cui 80 bambini sotto i cinque anni.
Nell’ultima settimana, i decessi per malnutrizione sono aumentati, e l’agenzia di stampa palestinese WAFA riferisce che, solo negli ultimi tre giorni, altri 25 bambini sono morti per denutrizione. A queste morti si aggiungono quelle di oltre 1.022 civili uccisi nei veri e propri Hunger Games organizzati da Israele:persone disarmate, colpite mentre erano in fila nei punti di distribuzione, divenuti ormai trappole mortali.

Ma non è tutto. A queste vittime si sommano anche gli effetti collaterali della denutrizione dilagante. I corpi sono sempre più deboli, e le malattie infettive si stanno diffondendo a una velocità letale — anche perché l’esercito israeliano ha ammassato due milioni di palestinesi in un’area minuscola, pari appena al 12% della Striscia di Gaza.

In aumento le “morti indirette”

Sovraffollamento estremo, mancanza di igiene — è stato perfino vietato l’accesso al mare — e un sistema immunitario ormai compromesso, una combinazione perfetta per la rapida diffusione delle epidemie. “Tra le malattie più diffuse — denunciano le ONG presenti sul posto — ci sono le infezioni respiratorie causate dalla continua inalazione di fumo e polvere; l’epatite A, provocata dal consumo di acqua inquinata e le dilaganti infezioni fungine della pelle, diretta conseguenza delle condizioni di vita disumane a Gaza”.

È, in sostanza, quanto previsto mesi fa dalla rivista scientifica The Lancet: stanno aumentando in modo esponenziale le cosiddette “morti indirette”, ossia quei decessi non causati da bombe o sparatorie, ma dalle condizioni disumane in cui la popolazione è costretta a sopravvivere.

A completare questa Guernica palestinese, c’è il fatto che Israele sta deliberatamente ostacolando anche le poche strutture sanitarie ancora operative. La recente offensiva di terra a Deir al Balah — l’unica città della Striscia ancora relativamente intatta — ha costretto le organizzazioni umanitarie che vi operavano a sospendere temporaneamente le proprie attività.

E senza il supporto degli ultimi medici e infermieri rimasti nella Striscia, l’inferno di Gaza continua a divampare senza tregua.

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