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Un doppio cessate il fuoco fermerà la guerra in Medio Oriente? O lo scenario venutosi a creare con la fine temporanea delle ostilità in Libano e a Gaza aprirà la strada a un aumento della conflittualità su altri fronti? Può sembrare paradossale parlare di cosa ne sarà della guerra infinita del Medio Oriente ora che tra Israele e Hamas i cannoni sono pronti a silenziarsi dopo quindici mesi di guerra a Gaza e mentre all’ombra della tregua del 26 novembre il Libano uscito dalla battaglia tra Tel Aviv e Hezbollah, nonostante molte violazioni, ricostruisce una statualità.

Ma la domanda è d’obbligo: quali sono le condizioni geopolitiche e strategiche che il patto su Gaza sdogana? Quali impatti attendersi su scala regionale? Le pressioni dell’entrante amministrazione americana di Donald Trump su Benjamin Netanyahu perché aprisse al cessate il fuoco possono essere lette su più piani non necessariamente limitati al campo di Gaza. Evidentemente, The Donald vedeva come un fardello la continuità del sostegno americano a Tel Aviv per una guerra senza ricadute strategiche e militari dirette per la superpotenza Usa.

La netta pressione di Trump, prima ancora dell’insediamento, per porre fine alla guerra apre un’altra chiave di lettura: a Washington inizia a essere finita la pazienza per il governo di estrema destra che sostiene Netanyahu e per la sua agenda securitaria. La copertura di Washington a Israele non può andare di pari passo per la presenza nell’esecutivo di Itamar Ben-Gvir e degli altri ultranazionalisti che danneggiano il progetto geostrategico e securitario degli Usa trumpiani: plasmare un Medio Oriente legato agli Accordi di Abramo con cui Usa e Israele cercheranno l’amicizia e l’alleanza dei Paesi arabi per contenere il maggiore rivale regionale, l’Iran.

Non è per buon cuore o percepita ostilità verso l’ultranazionalismo israeliano, che neanche il progressista Partito Democratico ha respinto dall’ottobre 2023 a oggi, che gli Usa si muovono in questa direzione: la percezione è che c’è una componente della politica nazionalista israeliana che mette a repentaglio l’architettura strategica anti-Teheran. E se fosse proprio la ricostruzione di quest’ultima il prezzo che gli Usa pagheranno in cambio della fine del massacro di Gaza? Non a caso, il leader dell’opposizione Yair Lapid si è offerto di far subentrare i centristi di Yesh Atid (“C’è un futuro”) all’ultradestra nazionalista al governo se quest’ultima fuoriuscisse dall’esecutivo di Netanyahu.

Lapid è un falco riguardo la sfida all’Iran e a ottobre, dopo i raid di Israele sulla Repubblica Islamica, li ha criticati perché troppo limitati e non diretti ai siti strategici, come gli impianti nucleari, Nel Partito Repubblicano di Trump la tendenza a voler chiudere la partita con gli ayatollah è oggi sempre più accarezzata dopo un 2024 che ha visto la profondità strategica di Teheran notevolmente ridimensionata. “Dobbiamo limitare i loro soldi. Dobbiamo limitare il loro petrolio. Dobbiamo tornare alla pressione massima, che funzionava sotto la prima amministrazione Trump”, ha detto a dicembre il consigliere per la sicurezza nazionale designato Mike Waltz mentre l’Iran veniva messo sotto pressione per il programma atomico.

“Sono disposto a chiedere in modo abbastanza inequivocabile un cambio di regime in Iran”, ha affermato un falco anti-iraniano come il senatore Ted Cruz. Al dipartimento di Stato Marco Rubio porterà un atteggiamento da duro avversario di Teheran, e c’è da capire se prevarranno queste anime o la tendenza dell’ala meno interventista dei repubblicani, incarnata dal vicepresidente J.D. Vance, che ha escluso l’ipotesi di un raid contro l’Iran.

In quest’ottica, molto dipenderà dall’evoluzione del teatro che per diversi osservatori può essere terreno di coltura e laboratorio di un nuovo confronto con l’Iran, ovvero quello Yemen ove proseguono i raid contro gli Houthi. Se Israele e Usa si muoveranno ancora fianco a fianco contro gli ultimi alleati iraniani rimasti a contrastare Tel Aviv e i suoi partner, potrebbe essere l’avvisaglia che qualcosa di grande si prepari su Teheran. I falchi a Washington e Gerusalemme sono pronti. Netanyahu non escluderebbe l’opzione. A Trump la palla decisiva in questa fase in cui due cessate il fuoco non si può dire portino una pace agognata da tempo dalla regione.

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