Gaza, la fame come arma

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“La carenza di aiuti a Gaza deve essere considerata una carestia causata dall’uomo”, questo il titolo di un articolo del Washington Post del 28 marzo a firma di Adam Taylor e Manuel Canales. Dove la parola uomo rimanda a un protagonista più specifico, Israele.

Aiuti con il contagocce

La catastrofe che si è abbattuta su Gaza, con i bambini che muoiono di fame e sete, è stata denunciata da tanti e autorevoli, senza che la situazioni cambi. Anche il WP traccia un quadro inequivocabile: “Gaza si trova ad affrontare una catastrofica carenza di approvvigionamenti. A cinque mesi dall’inizio del conflitto, il deficit tra il volume di tutte le forniture, comprese le necessità alimentari e mediche, che sarebbero entrate nella Striscia di Gaza se non fosse stato per la guerra e ciò che è stato effettivamente ricevuto, è stato di almeno mezzo milione di tonnellate”.

“[…] L’enclave dipende da tempo da centinaia di camion carichi di importazioni di aiuti al giorno […]. Secondo le stime della Banca Mondiale, le importazioni rappresentavano due terzi del consumo alimentare di Gaza nel 2022”.

“Dopo l’invasione israeliana […] il flusso di camion si è ridotto a un rivolo, raggiungendo Gaza solo attraverso pochi posti di blocco, soggetti alle strenue ispezioni israeliane e afflitto da ingorghi logistici e a problemi di sicurezza” [tali camion a volte sono finiti sotto il fuoco dell’esercito israeliano ndr.].

“Israele sostiene di non limitare gli aiuti, ma le organizzazioni umanitarie e i governi, compreso quello degli Stati Uniti, hanno esercitato una pressione crescente su di esso per facilitare il flusso di camion e hanno realizzato piani complessi per fornire aiuti via aria e via mare – molto meno efficaci di quelli via terra”.

Gli aiuti inviati in questo modo, infatti, sono “ben lontani dal soddisfare i bisogni fondamentali di Gaza: anche in scenari ottimistici, difficilmente possono eguagliare le cifre prebelliche, per non parlare che devono soddisfare un fabbisogno accresciuto da più di cinque mesi di conflitto. dicono gli esperti”. Uno di questi, interpellato dal Wp ha detto che gli aiuti dovrebbero aumentare di almeno “dieci volte”.

Il Wp dettaglia le enormi necessità dei palestinesi che devono affrontare lo spettro della carestia. Per quanti sforzi vengano fatti dalla cosiddetta “comunità internazionale”, sforzi che meritano almeno qualche dubbio, “secondo recenti stime di esperti di emergenze globali, almeno metà della popolazione di Gaza dovrà affrontare la fame da qui a luglio. ‘È un disastro totalmente causato dall’uomo’, ha detto questo mese il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres’”.

Anche la riapertura dei valichi di Rafah e Kerem Shalom, prosegue il Washington Post, dopo settimane di negoziati non è stato minimamente sufficente, infatti “i camion si sono messi in fila dopo l’apertura dei valichi, ma il numero medio di camion che entrano a Gaza ogni giorno è diminuito di due terzi. I gruppi umanitari hanno affermato che le ispezioni israeliane hanno rallentato il ritmo”.

Piani e tentativi improbabili

I tentativi per consegnare qualche tonnellata di aiuti via mare o via cielo richiedono molto tempo, sono troppo esigui, se non, in qualche caso, addirittura dannosi.

Sull’efficacia degli aiuti dal cielo ne sanno qualcosa le vittime delle casse lanciate con paracadute difettosi, che si sono trasformate in bombe che hanno ucciso chi le attendeva con speranza.

E ancora, riportiamo da al Manar: “Lunedì un aereo militare ha sorvolato le rovine di Gaza City, lasciando cadere nella sua scia dozzine di paracadute neri pieni di aiuti alimentari sotto gli occhi dei residenti affamati”.

“A terra, dove non c’è più in vista quasi nessun edificio ancora in piedi, uomini e ragazzi si sono precipitati verso la spiaggia dove era caduta la maggior parte dei sacchi di aiuti”.

“Decine di loro si sono spintonati e hanno combattuto per raggiungere il cibo, dando vita a una mischia lungo le dune disseminate di macerie”.

‘La gente muore solo per avere una scatoletta di tonno’, dice Mohamad al-Sabaawi, portando una borsa quasi vuota sulle spalle”. Le autorità di Gaza hanno denunciato che 18 persone sono morte nel tentativo di accedere agli aiuti lanciati dal cielo, dodici dei quali sono annegati.

Il Wp ricorda poi che l’America ha inviato aiuti via mare, dilungandosi su dettagli invero poco importanti. Il dettaglio importante lo riporta Responsible Statecraft: “Le navi dell’esercito e della marina che hanno lasciato gli Stati Uniti per portare un massiccio carico di aiuti umanitari a Gaza stanno ancora attraversando l’Atlantico, con due di esse ancora nei porti, in Florida e Virginia. Probabilmente raggiungeranno Gaza a metà aprile, poi dovranno iniziare a costruire una strada rialzata temporanea per facilitare l’ingresso degli aiuti salvavita nella Striscia”. Tutto ciò sarebbe comico se non fosse tragico.

Nononstante i dinieghi di Israele, tanti accusano Tel Aviv di usare la fame come arma. Tra questi al Mayadeen, che titola così un articolo molto articolato: “Le prove suggeriscono che la principale tattica di guerra israeliana è la carestia utilizzata come arma”.

Tra le altre cose, la nota rievoca e commenta l’ormai storica dichiarazione del ministro della Difesa Yoav Gallant rilasciata all’inizio dell’invasione della Striscia: “’Ho ordinato un assedio completo sulla Striscia di Gaza. Non ci sarà elettricità, né cibo, né carburante, tutto è chiuso”, consegna che i suoi militari hanno rispettato per settimane, prima che una sola oncia di aiuti fosse autorizzata a Gaza”. Fonte di parte, certo, ma resta che la catastrofe che si è abbattuta sui palestinesi non si è generata da sola. E la catastrofe interpella non poco.