La riapertura del valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, è stata salutata dai media come una sorta di svolta di Israele dopo tanto sangue versato. In realtà, l’apertura è più che limitata: i camion di aiuti a cui è permesso entrare sono poca cosa rispetto alle immani necessità e Tel Aviv ha acconsentito l’attraversamento di palestinesi in entrata e uscita, ma con un limite fissato a cinquanta. E solo a piedi.
A migliaia di palestinesi che necessitano di cure urgenti la strada è stata sbarrata. Lo riferisce il Guardian, che aggiunge che i pochi fortunati usciti dall’inferno di Gaza (non cinquanta, ma cinque lunedì e sedici martedì) sono stati costretti anche a lasciare tutto quel che avevano.

Inoltre, Muhammad Abu Salmiya, direttore dell’ospedale al-Shifa di Gaza City, ha implorato Israele di consentire l’ingresso di medicine e attrezzature sanitarie. “Negare l’evacuazione dei pazienti e impedire l’ingresso dei medicinali è una condanna a morte” per tanti, ha scritto su facebook.
La richiesta di Abu Salmiya, ripresa da al Jazeera, è solo una voce di un coro, dal momento che tutte le Ong umanitarie che tentano di recare sollievo ai palestinesi sono sulla stessa linea.
Peraltro, l’apertura di Rafah è coincisa con il divieto imposto a Medicins sans Frontieres di operare a Gaza ed è stata preceduta da un’impennata di attacchi israeliani, 30 le vittime. Il cosiddetto cessate il fuoco è stato violato da Israele quasi ogni giorno, ma mai in maniera così eclatante.
Come se avesse voluto segnalare che l’apertura della frontiera, dovuta alle pressioni americane (Witkoff si è recato in Israele per convincere Netanyahu a cedere), non ponesse fine al tormento dei palestinesi.
Di oggi, poi, un altro attacco massivo, che Tel Aviv ha spiegato come reazione al ferimento di un soldato dell’IDF, 21 i morti. Per parte sua, Hamas ha respinto le accuse, aggiungendo che si trattava di un “pretesto inconsistente” per giustificare le continue uccisioni nella Striscia.
Quanto sta accadendo, e quanto accaduto dal cosiddetto cessate in fuoco in poi, si può spiegare con un titolo di Haaretz: “Trump è determinato a lanciare la seconda fase del suo piano per Gaza. L’ultima speranza del governo israeliano è che fallisca”.
Infatti, al di là delle critiche, legittime e condivisibili, mosse al presidente americano per quanto avvenuto a Gaza e in Cisgiordania, sul cosiddetto cessate il fuoco, sullo stralunato Board of peace e altro, resta che egli vuole che il suo piano abbia successo, così da poter ostentare tale successo all’opinione pubblica.
Inoltre, per poter realizzare il piano immobiliare partorito dalla fantasia malata di Jared Kushner non è indispensabile portare a compimento il genocidio o la pulizia etnica dei palestinesi, necessitate invece dalle pulsioni etno-messianiche a cui Netanyahu ha spalancato le porte.
Da qui le divergenze pregresse e attuali Trump-Netanyahu, che aprono spiragli in prospettiva nonostante l’attuale tragedia (d’altronde, è facile notare come il dialogo tra Hamas e l’amministrazione Trump, benché sotteso di drammatica ambiguità, sia meno traumatico di quello con Tel Aviv).
Al di là, in settimana è giunta a sorpresa l’accettazione da parte di Tel Aviv del conteggio delle vittime palestinesi registrate in questi anni da Hamas, oltre 70mila. Conta screditata a lungo non solo da Israele, ma anche dall’amministrazione Biden e da quanti, nel mondo, hanno difeso a spada tratta il genocidio.
Precisando che questo numero si riferisce solo alle vittime dirette, da cui sono escluse le innumerevoli vittime indirette e sepolte sotto le macerie, alcune osservazioni al riguardo.
La prima la riprendiamo da Nir Hasson, che su Haaretz scrive: “L’opinione pubblica israeliana deve chiedersi cosa rivela il tardivo riconoscimento da parte dell’IDF del numero di vittime palestinesi [finora negato ndr.] sulla credibilità delle affermazioni dell’esercito e del governo riguardo ad altri aspetti della guerra di Gaza: dalle norme sull’uso del fuoco letale, agli abusi sui detenuti palestinesi, ai saccheggi, alla presenza di Hamas negli ospedali e in altri edifici [scuole, rifugi etc ndr] fino alla devastazione illimitata”.
La seconda da una nota di Brian McGlinchey pubblicata sul sito del Ron Paul Institute, il quale scrive che tale ammissione da parte di Tel Aviv è “un esempio lampante della consolidata pratica israeliana di negare con veemenza le accuse – e diffamare gli accusatori – prima di riconoscerne infine la validità. Ammissioni che di solito arrivano dopo che sono state prodotte prove schiaccianti, momento in cui le smentite hanno ormai garantito un certo grado di protezione alla reputazione di Israele”.
Sempre McGlinchey annota: “Per quanto riguarda il bilancio delle vittime di Gaza, la capitolazione dell’IDF sembra in certo senso preventiva, in previsione di un’eventuale apertura di Gaza ai giornalisti di tutto il mondo. Tuttavia, la lunga serie di smentite ha contribuito a confondere le acque, offrendo a Israele e ai suoi alleati una certa copertura mentre veniva perpetrato” il genocidio.
Già, perché il bilancio delle vittime è molto più alto se si ricomprendono i dispersi e le morti per malattie e stenti causate dalle restrizioni israeliane. Tanto che Trump, in un recente lapsus, forse voluto per far pressione su Tel Aviv (minaccia velata di rivelare i numeri reali), ha parlato di espellere da Gaza 1.7 – 1.8 milioni di palestinesi… Prima dell’invasione, Gaza contava 2.2 milioni di abitanti. Come riporta la BBC, molti osservatori hanno fatto notare l’evidente discrasia: mancano all’appello circa mezzo milione di persone.


