Gaza, le chiese non si piegano: ignorati gli ordini di “evacuazione”

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Le ultime chiese rimaste a Gaza non si piegano all’efferato piano di Israele, che ha ordinato di “evacuare” sia la Sacra Famiglia sia il complesso greco-ortodosso di San Porfirio. Il clero e le suore di Gaza City resteranno esattamente lì dove sono, condividendo fino in fondo le sofferenze e il destino del popolo palestinese.

“Lasciare Gaza City è una condanna a morte”

È quanto hanno dichiarato in una nota congiunta il Patriarcato greco-ortodosso e quello latino di Gerusalemme, spiegandone la motivazione – qualora non fosse già evidente: “Tra coloro che hanno cercato rifugio all’interno delle sedi religiose, molti sono indeboliti e malnutriti a causa delle difficoltà degli ultimi mesi. Lasciare Gaza City e tentare di fuggire verso sud equivarrebbe a una condanna a morte. Per questo il clero e le suore hanno deciso di rimanere e continuare a prendersi cura di tutti coloro che si trovano nei complessi”.

Una testimonianza cristiana che rappresenta la risposta più potente al genocidio in corso perpetrato da Israele. Nonostante le bombe cadano a pochi metri dalla Sacra Famiglia e nonostante gli attacchi israeliani dello scorso luglio abbiano già fatto strage nello stesso complesso, uccidendo tre cristiani e ferendo anche il parroco Gabriel Romanelli. Padre Romanelli ha sottolineato ancora una volta che restare al fianco dei più deboli è da sempre la missione della Chiesa. Parole che fanno eco a quanto detto da Papa Leone XVI sabato scorso: “Tutti i popoli, anche i più piccoli e deboli, devono essere rispettati dai potenti nella loro identità e nei loro diritti, in particolare il diritto di vivere nelle proprie terre; e nessuno può costringerli all’esilio”.

Sfollare Gaza City per occuparla definitivamente 

Sia la Sacra Famiglia che San Porfirio, fin dal 7 ottobre 2023, hanno accolto centinaia di civili, tra cui anziani, donne e bambini. “Molti di loro sono disabili e costretti a letto”, dunque non sono in grado di obbedire agli ordini dell’esercito israeliano: mettersi in marcia verso Rafah, la città ridotta in macerie dove Israele intende ammassare l’intera popolazione della Striscia.

A Tel Aviv – e nella maggior parte della sua scorta mediatica – li chiamano “ordini di evacuazione”.
Ma non si tratta affatto di evacuazioni: è uno sfollamento forzato. Lo dimostrano le stesse parole di Benjamin Netanyahu, che ha già dichiarato l’occupazione imminente di Gaza City e il suo destino segnato: “sarà ridotta in macerie, proprio come Rafah“.

“Un avvertimento che ha già trovato tragica conferma sul terreno” – hanno dichiarato i patriarchi Pizzaballa e Teofilo III. Tant’è che l’IDF sta già bombardando il quartiere di Zeitoun, lo stesso in cui si trovano le due chiese.

“Continuano ad arrivare notizie di pesanti bombardamenti – si legge nel comunicato. Si registrano ulteriori distruzioni e morti in una situazione già drammatica prima dell’inizio dell’operazione. Sembra che l’annuncio del governo israeliano secondo cui «si apriranno le porte dell’inferno» stia effettivamente assumendo contorni tragici. Le intenzioni dichiarate dal governo israeliano e le notizie che giungono dal terreno dimostrano che l’operazione non è solo una minaccia, ma una realtà che è già in fase di attuazione”.

“La cacciata dei palestinesi dalla loro terra  – prosegue il comunicato – non è la giusta via e non vi è alcuna ragione che giustifichi lo sfollamento deliberato e forzato dei civili”. 

Come denunciano i patriarchi: “È tempo di porre fine a questa spirale di violenza, di fermare la guerra e di dare priorità al bene comune delle persone. C’è già stata abbastanza devastazione, nei territori e nelle vite dei cittadini”. Infine, un appello alla comunità internazionale affinché si svegli dal connivente torpore e agisca “per porre fine a questa guerra insensata e distruttiva”.