Questa mattina il nord di Gaza si è trasformato, ancora una volta, in uno scenario di incubo. Le forze di occupazione israeliane hanno preso d’assalto l’ospedale Kamal Adwan a Beit Lahiya, un luogo che dovrebbe essere sinonimo di cura, rifugio, guarigione. Ma non è stato così. Lì, tra le pareti di quel presidio medico, la guerra ha strappato via ogni apparenza di umanità.
Secondo fonti locali, i mezzi corazzati israeliani hanno stretto l’ospedale in una morsa d’acciaio, accompagnati dal ronzio delle mitragliatrici montate sui droni. L’assalto è iniziato nelle prime ore del mattino, quando quattro ordigni esplosivi, già piazzati attorno al complesso, sono stati fatti detonare. Le esplosioni hanno squarciato l’aria, devastando il cancello nord e l’ingresso posteriore. Le fiamme si sono propagate velocemente, lambendo gli edifici circostanti e innescando incendi all’interno della struttura stessa, tra le sale operatorie, i laboratori e i reparti di emergenza.
Alle 7:15, l’ultimatum: tramite altoparlanti, gli ufficiali israeliani hanno chiamato il direttore dell’ospedale, il dottor Hussam Abu Safiya, ordinandogli di evacuare immediatamente pazienti, feriti e personale. Solo 15 minuti per abbandonare ogni cosa. Un tempo crudelmente misurato, come se la vita stessa potesse essere conteggiata in secondi.
Il Ministero della Salute di Gaza ha confermato che 350 persone, tra pazienti, medici e infermieri, sono state costrette a lasciare l’ospedale. Tra le scene più strazianti, alcune catturate dai video che hanno iniziato una circolare sui social, ci sono persone malate e ferite costrette a spogliarsi nel freddo estremo, trascinate via verso un luogo sconosciuto. Il personale medico, la cui unica colpa era quella di cercare di salvare vite, ha subito umiliazioni che superano qualsiasi senso di umanità.
L’assalto al Kamal Adwan non è arrivato all’improvviso. Per settimane, l’ospedale era già stato messo in ginocchio da un assedio implacabile. Le scorte di medicinali erano quasi esaurite, e ogni giorno diventava più difficile curare i feriti, offrire assistenza ai malati, persino garantire l’acqua potabile. Da due mesi, il nord di Gaza è prigioniero di un blocco totale, soffocato da una stretta che impedisce qualsiasi aiuto umanitario.
Il giorno prima, giovedì, l’esercito israeliano aveva già attaccato l’ospedale, dando fuoco a una parte della struttura. I danni erano stati significativi, ma il personale medico aveva continuato a lavorare, spinto da un senso del dovere che non si piega nemmeno davanti all’orrore. Poi, l’assedio di questa mattina ha cancellato ogni resistenza: i contatti con l’ospedale sono stati interrotti, e le ambulanze inviate sul posto non sono mai tornate per comunicare ciò che stava accadendo.
L’esercito israeliano ha giustificato l’operazione dichiarando che l’ospedale ospitava “terroristi”. Una narrazione ripetuta, quasi automatica, che serve a mascherare azioni che, nella loro brutalità, sono difficilmente giustificabili. Ma questa non è solo una questione di parole o di prospettive, è una guerra che colpisce corpi e dignità. Costringere i malati a spogliarsi, trascinarli fuori nel gelo, ridurre un ospedale a un campo di battaglia è un colpo all’essenza stessa dell’umanità.
Secondo il giornalista palestinese Hani Mahmoud, il dottor Abu Safiya è stato minacciato di arresto, mentre il Kamal Adwan è stato ridotto a un cumulo di macerie e cenere. Gli incendi, visibili da chilometri di distanza, mostrano quanto possa essere devastante la forza senza limiti utilizzata quotidianamente da Israele.
Quello che è accaduto a Beit Lahiya è il riflesso di un conflitto che consuma ogni aspetto della vita quotidiana. Gaza è un’isola assediata, intrappolata tra un passato di promesse infrante e un futuro che sembra sempre più lontano. Gli abitanti non combattono solo contro le bombe, ma contro l’assenza di tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta: acqua, cibo, cure mediche, sicurezza.
Gaza è l’ennesima ferita aperta nel corpo lacerato dell’umanità, e l’assalto all’ospedale Kamal Adwan non è che un’altra cicatrice su una pelle ormai consumata dal dolore. Ma chi si ricorda davvero dei nomi, dei volti, delle storie delle persone trascinate via al freddo, spogliate non solo dei vestiti ma anche della loro dignità? Chi penserà ai medici che, tra le fiamme e le macerie, hanno cercato di salvare vite fino all’ultimo istante? Siamo diventati spettatori distaccati di un cerchio vizioso che si ripete e di stringe sempre più, come un film horror che non riusciamo a spegnere. Ci indigniamo sui social, poi torniamo alle nostre vite comode, convinti di aver fatto la nostra parte. Ma l’indignazione da tastiera è come una candela in una tempesta: illumina per un attimo, poi si spegne. E intanto, una parte di mondo continua a bruciare sotto le bombe.

