Gaza: la rivolta silenziosa contro Hamas che potrebbe riscrivere il futuro

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Mentre la Striscia di Gaza affronta uno dei periodi più oscuri della sua storia recente, una nuova minaccia emerge dall’interno: la repressione del dissenso da parte delle autorità di Hamas. Amnesty International lancia un allarme grave in un report pubblicato ieri: attivisti, manifestanti e semplici cittadini palestinesi che tentano di esercitare pacificamente il diritto alla protesta stanno subendo una campagna sistematica di intimidazione, interrogatori forzati e pestaggi da parte delle forze di sicurezza locali.

Marzo 2025: scoppiano le proteste a Gaza

Le proteste scoppiate a Gaza il 25 marzo contro Hamas rappresentano un nuovo e potente segnale di dissenso popolare. Con slogan come “Vogliamo mangiare” e “Hamas out”, centinaia, talvolta migliaia, di palestinesi hanno manifestato in diverse città della Striscia, da Beit Lahia a Khan Younis, denunciando non solo le devastazioni della guerra con Israele, ma anche l’inefficacia e l’autoritarismo della leadership di Hamas. Tra gli edifici distrutti e le linee elettriche interrotte nel distretto di Shuja’iyya nella Striscia di Gaza, decine di palestinesi gridavano: “Fuori, Hamas, vogliamo vivere in libertà” oppure “Oggi non ci importa, possono spararci e chiamarci spie, l’importante è che Hamas ci lasci in pace“.
Un elemento non di certo nuovo, ma che soprattutto oggi contrasta l’equazione che vuole i gazawi tutti conniventi con i miliziani islamisti. La contestazione a Hamas non è un fenomeno nuovo. Dal 2010, i cittadini palestinesi hanno espresso in più occasioni frustrazione verso la deriva autoritaria del movimento. Proteste come quelle del 2017 (“We want electricity”) o del 2019 (“We want to live”) avevano già mostrato il malessere della popolazione, aggravato da crisi economiche, blackout e accuse di corruzione ai vertici di Hamas. L’accordo di riconciliazione del 2017, che prevedeva il trasferimento di alcune responsabilità amministrative all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), non ha avuto effetti duraturi: Hamas ha continuato a gestire con pugno di ferro la Striscia.

Il report di Amnesty International

Che questo dissenso sia sincero è potente è provato tragicamente dal fatto che cartelli, slogan e canti di dissenso sono stati accolti da una reazione violenta: incursioni, arresti, minacce di morte e torture.
Testimonianze raccolte da Amnesty delineano un clima di terrore: 12 manifestanti intervistati, inclusi due donne e diversi familiari di attivisti, hanno raccontato episodi di violenza fisica, convocazioni extragiudiziali e pressioni psicologiche. In molti casi, le minacce si sono estese anche ai parenti. Alcuni media locali, in linea con il governo, hanno etichettato i manifestanti come spie al soldo di Israele. Questo clima ha alimentato una paura crescente: la popolazione teme tanto la violenza israeliana quanto la repressione interna, e resta divisa tra il desiderio di un cessate-il-fuoco e quello, ancora incerto, di un cambiamento politico profondo.

Uno dei manifestanti, sopravvissuto a un attacco israeliano che ha ucciso cinque membri della sua famiglia, ha raccontato con voce ferma: “Protestiamo perché vogliamo una vita dignitosa. Ci hanno chiamato traditori solo per aver chiesto pane e pace. Ma continueremo”. Il 16 aprile, questo cittadino è stato interrogato e picchiato da decine di uomini armati in abiti civili in un centro di detenzione improvvisato. La sua colpa? Esporre pubblicamente il fallimento della leadership di Hamas nel proteggere la popolazione civile. Molti manifestanti, anche adolescenti e donne, sono stati etichettati come “collaborazionisti del Mossad” o agenti dell’intelligence dell’Autorità Palestinese. Le accuse, spesso infondate e strumentali, servono a giustificare una repressione politica che Amnesty definisce “una violazione flagrante della libertà di espressione e dei diritti umani fondamentali”. Un giovane attivista di Beit Lahia, arrestato e picchiato dopo il rifiuto di comparire a interrogatorio, ha dichiarato: “Non si tratta più di Hamas o Fatah. Si tratta di sopravvivere. E noi vogliamo vivere”.

Il complesso rapporto dei gazawi con Hamas

A raccontare questa verità nella verità, anche i numeri. Secondo un sondaggio dell’Arab Barometer, realizzato in collaborazione con il Palestinian Center for Policy and Survey Research poco prima del 7 ottobre 2023, il 67% dei gazawi aveva poca o nessuna fiducia in Hamas, mentre il 72% lo considerava un governo corrotto. Solo il 24% avrebbe votato per il suo leader, Ismail Haniyeh. L’intervento militare israeliano ha temporaneamente rilanciato il consenso per Hamas: un sondaggio di maggio 2024 indicava che il 64% della popolazione approvava la gestione della guerra da parte del gruppo, e il 38% avrebbe votato per esso, contro il 24% per Fatah.

Tuttavia, con l’intensificarsi della devastazione, anche questo fragile supporto ha cominciato a sgretolarsi. Molti palestinesi ora accusano Hamas di anteporre la propria ideologia alla sopravvivenza della popolazione, sacrificandola sull’altare della lotta armata. Per la prima volta dal 7 ottobre, si sentono slogan che invocano un cambio di regime: “Avete governato abbastanza. Lasciate spazio ad altri”.
Anche le donne hanno deciso di prendere parola. Una manifestante ha riferito che, dopo le minacce rivolte agli uomini, è stata organizzata una piccola protesta femminile: “Era un messaggio chiaro: vogliamo proteggere i nostri figli. E dire basta”. La disperazione si mescola alla rabbia. Una donna sfollata da Beit Lahia si è scagliata contro le dichiarazioni ciniche di Sami Abu Zuhri, noto esponente di Hamas, che aveva dichiarato: “Ricostruiremo le case e riprodurremo i martiri dieci volte”.

Dal 2007, quando Hamas ha assunto il controllo della Striscia di Gaza, ha creato un proprio apparato di sicurezza con metodi brutali. Le proteste del 2019 furono già un banco di prova per la tolleranza del dissenso: arresti arbitrari, torture e repressione sistematica furono ampiamente documentati. Anche oggi, nel mezzo di una guerra devastante, Hamas continua a dare priorità al controllo interno, usando la paura come strumento di governo.
Un aspetto che emerge con forza è l’assenza di vie legali a esperire per i detenuti: interrogatori privi di qualsiasi base giuridica, pestaggi come routine punitiva, e l’uso sistematico della calunnia come arma politica. La repressione interna si inserisce in uno scenario apocalittico. Dal 2 marzo, Israele ha sigillato quasi completamente i confini, impedendo l’accesso agli aiuti vitali. Dopo 77 giorni, un parziale allentamento della chiusura non ha risolto la crisi. Milioni di persone sono intrappolate, senza acqua, cibo, cure mediche o sicurezza.

Il futuro delle proteste

Il messaggio dei manifestanti è chiaro: non chiedono potere né vendetta, ma dignità e futuro. Le proteste che attraversano oggi Gaza potrebbero rappresentare uno snodo cruciale nella storia recente della Striscia: per la prima volta in anni, una parte significativa della popolazione osa sfidare apertamente l’autorità di Hamas, chiedendo non solo la fine della guerra, ma un cambiamento radicale della governance. Eppure, il futuro di questa mobilitazione resta appeso a un filo.

Almeno due ostacoli principali offuscano ogni orizzonte di transizione: da un lato, Israele continua a perseguire una strategia militare brutale, che ha già causato la morte di decine di migliaia di civili e che sembra ignorare deliberatamente la possibilità di distinguere tra Hamas e la popolazione palestinese. Bombardamenti indiscriminati, assedi prolungati e la distruzione sistematica delle infrastrutture civili hanno l’effetto paradossale di rafforzare le frange più radicali, rendendo più difficile per la popolazione immaginare alternative politiche reali.
Dall’altro lato, l’assenza di una leadership palestinese credibile e legittimata mina ogni possibile scenario post-Hamas. L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che teoricamente dovrebbe rappresentare l’alternativa istituzionale a Hamas, si trova oggi in una crisi profonda di legittimità e credibilità. Guidata da Mahmoud Abbas, ormai percepito da molti palestinesi come un leader distante e inamovibile (lo stesso che nel 2023 affermò che Adolf Hitler ordinò l’uccisione degli ebrei europei non a causa dell’antisemitismo, ma per il loro “ruolo sociale” come prestatori di denaro), è vista come inefficace, corrotta e sostanzialmente impotente di fronte alle dinamiche del conflitto. Non solo non esercita alcun controllo su Gaza, ma è del tutto assente dalla vita quotidiana dei suoi abitanti, incapace di offrire protezione, servizi o una visione politica convincente. La sua esistenza è spesso ridotta a una struttura amministrativa sotto tutela internazionale, più preoccupata di mantenere rapporti diplomatici che di rispondere ai bisogni del suo stesso popolo.

In questo contesto, la prospettiva di un governo post-Hamas affidato all’ANP appare tutt’altro che rassicurante per molti gazawi, che la considerano parte del problema, non della soluzione. Senza una rigenerazione politica e morale profonda, l’ANP difficilmente potrà colmare il vuoto che un eventuale crollo di Hamas lascerebbe dietro di sé. Per questo, le proteste rischiano di restare una scintilla senza combustibile, un grido che si spegne nel vuoto se non si avrà l’astuzia di “aiutare Hamas a fallire”.

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