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Stamane sembrava fatta. Hamas, dopo aver frenato sulla liberazione degli ostaggi, aveva annunciato che ne avrebbe liberati tre sabato prossimo, come da accordi. Israele aveva dato una prima risposta positiva, spiegando, come da titolo del Timesofisrael, che “il cessate il fuoco può proseguire se sabato saranno liberati tre ostaggi”.

Sempre il Timesofisrael, dettagliava che a sbloccare l’impasse erano stati l’Egitto e il Qatar, ma anche (e soprattutto, si può aggiungere) l’inviato di Trump Steve Witkoff.

Va ricordato che quest’ultimo si era recato in Russia, dove aveva avuto un lungo colloquio con Putin, il quale evidentemente era della partita. A tale proposito, si può rammentare che Mosca non aveva reagito con un diniego assoluto alle proposte estreme di Trump sullo sfollamento dei palestinesi da Gaza, limitandosi a dichiarare di attendere “dettagli”. Posizione inspiegabile se si tiene presente che da sempre la Russia sollecita, con tanta parte di mondo, la creazione di uno stato della Palestina. Evidentemente Putin aveva sentore che la proposta estrema e surreale di Trump celava altro.

Altro che potrebbe essere sintetizzato da un commento di Amos Harel su Haaretz del 7 febbraio: “Quando ha annunciato la sua proposta – radicale, difficile da attuare e probabilmente inaccettabile per il mondo arabo – [Trump] sperava di costringere i palestinesi e i Paesi arabi a fare di tutto per fare un’offerta accettabile”.

Così Witkoff si è recato al Cremlino per spiegare i “dettagli”, molto più importanti delle folli proposte pubbliche del presidente Usa (oltre che per parlare di Ucraina e altro, al momento questioni secondarie: il focus del mondo in questi giorni è il Medio Oriente).

La sollecitazione assertiva del presidente Usa, e probabilmente la sponda russa, ha avuto esito, tanto che ieri, al termine della conferenza stampa sull’incontro tra Trump e il re giordano Abdullah, tenuta dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, quest’ultima ha dichiarato che “il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha incaricato le nazioni arabe di presentargli un piano per la Striscia di Gaza”.

Di fatto, un via libera all’Egitto per presentare il piano alternativo che ha annunciato ieri, sul quale dovrebbero convergere gli altri Paesi arabi, anzitutto la Giordania che nello stesso giorno, in un comunicato congiunto con il Cairo, ha dichiarato che i due Paesi faranno fronte comune sulla questione.

Insomma, le surreali dichiarazioni di Trump hanno messo fine al lungo torpore dei Paesi arabi, che in questo anno e mezzo di guerra si sono limitati a condannare l’aggressione israeliana e a rivendicare i diritti del popolo palestinese (oltre che inviare lodevoli aiuti), niente più.

Un piano per il futuro di Gaza urgeva, dal momento che la tregua concordata tra Hamas e Israele prevede che alla prima fase del cessate il fuoco, in cui alla liberazione degli ostaggi si associa la liberazione di prigionieri palestinesi e il ritiro dell’esercito israeliano da Gaza, deve succederne una seconda nella quale le parti dovrebbero trattare sul futuro di Gaza.

Netanyahu aveva di fatto sabotato il passaggio alla fase due (New York Times), inviando al round negoziale che doveva tenersi in Qatar domenica scorsa una delegazione di basso profilo e senza alcun potere decisionale (Haaretz). Da qui la frenata di Hamas, che dichiarava che non avrebbe liberato gli ostaggi se Israele non avesse adempiuto alle intese pregresse – denunciando violazioni del cessate il fuoco e ostacoli agli aiuti destinati alla Striscia – ma, soprattutto, temendo che Israele, una volta chiusa la prima fase della tregua con la liberazione dei tre ostaggi prevista per sabato prossimo, avrebbe ripreso la guerra.

La frenata di Hamas aveva fatto temere il collasso della tregua, con Trump e Netanyahu che minacciavano la ripresa del conflitto se la controparte avesse disatteso quanto concordato per sabato.

Ma ieri è successo qualcosa che ha rimesso in carreggiata le cose, con la disponibilità di Hamas a procedere secondo quanto pattuito e Israele che ha fatto trapelare che il problema era stato risolto, come accennato in esergo di questa nota.

Nel pomeriggio di oggi, però, le cose si sono complicate. Netanyahu, che sta tentando in tutti i modi di sabotare gli accordi, ha fatto sapere che c’erano “lacune nell’intesa” (Timesofisrael), minando le prospettive aperte.

E, successivamente, da Gaza è stato lanciato un razzo, che ha complicato vieppiù le cose, dal momento che era il primo razzo lanciato da Hamas dall’inizio della tregua. Quanti in Israele, hanno subìto la tregua, ne hanno approfittato per tentare di rovesciare il tavolo, con il leader dell’ultradestra Bezalel Smotrich che chiedeva una “reazione sproporzionata”. Ma l’incidente sembra essersi risolto e Hamas ha ribadito che i tre ostaggi saranno liberati. La tregua, per ora, sembra salva. Resta che da qui a sabato altra acqua scorrerà sotto i ponti e tutto potrebbe precipitare.

Per inciso, oggi “decine di celebrità e di artisti ebrei americani, nonché centinaia di rabbini, hanno pubblicato un annuncio a tutta pagina sul New York Times per protestare contro la pulizia etnica a Gaza” (Timesofisrael). Un ripudio della proposta di Trump, ma soprattutto una presa di posizione forte di parte importante dell’ebraismo americano: potrebbe aiutare a sbrogliare l’intricata, tragica, matassa.

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