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C’è un punto sulla mappa della Striscia di Gaza, tracciato con righello militare e inchiostro cartografico, che non rappresenta una frontiera né un confine, che Benjamin Netanyahu intende occupare a lungo. È qualcosa di più astratto e insieme più feroce: è il segno visibile dell’idea di dominio totale. È lungo quella linea che l’esercito israeliano ha compiuto, con deliberazione metodica e regolarità quotidiana, un’operazione che non mirava al controllo di obiettivi strategici o alla neutralizzazione di postazioni nemiche, ma alla cancellazione sistematica dello spazio palestinese – umano, agricolo, urbano, simbolico.

Lo documenta il nuovo rapporto di Breaking the Silence, l’organizzazione fondata da ex militari israeliani che da anni raccoglie testimonianze sull’occupazione e le pratiche dell’esercito. Intitolato “Il perimetro”, il rapporto descrive nei dettagli ciò che è accaduto lungo il margine orientale della Striscia durante i mesi successivi all’attacco del 7 ottobre 2023.

Il perimetro che cancella la geografia

Secondo le testimonianze dei soldati, ai reparti corazzati è stato ordinato di radere al suolo tutto ciò che si trovava all’interno di una nuova fascia di sicurezza, profonda fino a 1.500 metri, estesa lungo l’intero confine della Striscia. Non si trattava di neutralizzare minacce, ma di fare il vuoto. L’operazione ha distrutto il 16% dell’intero territorio di Gaza, includendo più di un terzo delle terre coltivabili. Quartieri residenziali, scuole, moschee, cimiteri: tutto è stato ridotto in polvere, indipendentemente dall’uso o dal sospetto. La distruzione non era mirata: era geografica.

Un ufficiale lo ha detto chiaramente: “Tracciavamo una linea. Chiunque fosse oltre quella linea era un sospetto. Non importava se fosse un civile. Non so nemmeno se i palestinesi sapessero che quella linea esistesse”. Un altro militare ha parlato di “Hiroshima”, per descrivere la porzione settentrionale di Gaza che era diventata parte della zona cuscinetto. L’ordine era semplice: creare un chilometro e mezzo di nulla.

L’economia della vendetta

Il genocidio, in questo contesto, non si manifesta con urla o esplosioni spettacolari, ma con l’efficienza burocratica delle escavatrici e la monotonia quotidiana del fuoco pesante. È un lavoro amministrato con freddezza, in cui il valore della vita è subordinato a esigenze operative. “All’inizio si poteva sparare anche a due chilometri, bastava una figura nei termici”, dice un sergente maggiore. Più tardi, gli ordini sono cambiati: “Se non ti senti minacciato, non sparare”. Ma non per pietà – precisa – solo per risparmiare munizioni.

Così ogni essere vivente – un uomo, una donna, un bambino, una pianta – diventa potenzialmente bersaglio. Anche chi si avvicina per raccogliere erbe selvatiche diventa un nemico. “Le persone avevano fame. Raccoglievano hubeiza. Noi sparavamo. E loro tornavano”, ha raccontato un altro sergente. Un fuoco partito da 800 metri contro gente affamata. Un’esecuzione impersonale, giustificata dalla convinzione, sempre più esplicita, che a Gaza “non esistano innocenti”.

La banalità dell’annientamento

Non ci sono toni tragici nelle testimonianze raccolte da Breaking the Silence. Non c’è angoscia, non c’è colpa. Solo descrizioni dettagliate, a volte persino tecniche. Il genocidio si mostra così per ciò che è nelle sue forme moderne: non una follia esplosiva, ma una prassi normalizzata. Una successione di atti burocratici, un’esecuzione industriale. Il risultato è la sparizione dello spazio palestinese, la cancellazione dei luoghi, l’evaporazione della presenza.

A Shuja’iyya, zona industriale a est di Gaza City, ogni traccia di vita economica è stata spazzata via. “Era pieno di vetri”, racconta un ufficiale. Vetri rotti, cocci di fabbriche, brandelli degli Accordi di Oslo. Come se ciò che doveva essere un segno di pace fosse diventato terreno ideale per l’annientamento. Lo stesso vale per Rafah, oggi rasa al suolo, trasformata in una striscia deserta. Il “Corridoio Morag”, ha annunciato il ministro Katz, è completato. L’unica cosa che vi transita è il vuoto.

Dentro la linea: il potere assoluto sulla vita e sulla morte

Chi comanda dentro il perimetro non obbedisce a leggi internazionali, non risponde a trattati. Decide al momento. E chi si trova dall’altra parte della linea – anche senza saperlo – è già condannato. Non si tratta di autodifesa, né di reazione. Si tratta di dominio. Di affermare che lo spazio palestinese è uno spazio condizionato, precario, eliminabile. Che ciò che sta dentro Gaza può essere riscritto, risagomato, sventrato a piacimento.

L’ingegneria militare sostituisce l’urbanistica, la distruzione sistematica prende il posto della politica. E intanto, nei villaggi svuotati, si installano postazioni, si calcolano distanze, si testano mezzi, si tracciano nuove linee. La Striscia viene sezionata, incisa, spartita come una terra di nessuno. Ma i corpi restano. E tornano. Come quelli che, pur sapendo di rischiare la vita, continuano ad avvicinarsi ai resti per raccogliere un’erba che sa di sopravvivenza.

Oltre la linea, resta la memoria

Il nuovo perimetro non è solo una barriera fisica. È una soglia etica. Segna il punto oltre il quale la distinzione tra guerra e annientamento svanisce. Non c’è più il nemico, ma solo l’altro da distruggere. E in questo deserto creato a tavolino, la freddezza delle testimonianze raccolte da chi ha eseguito gli ordini rivela la trasformazione della violenza in procedura, dell’ideologia in cemento.

Dentro il perimetro, oggi, non resta nulla. Ma fuori, tra le parole dei sopravvissuti e le immagini raccolte dai reporter palestinesi, restano tracce. Tracce che raccontano un’operazione che non ha eliminato Hamas, né liberato ostaggi, ma che ha riscritto – con i bulldozer e i tank – la geografia dell’orrore. E tracciato, per sempre, una nuova linea rossa sulla coscienza collettiva.

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