Israele continua a colpire la Striscia di Gaza. Nella notte, i caccia hanno bombardato postazioni palestinesi lungo la Striscia. Non sembrano esserci stati dei morti.

Le forze di Israele hanno dichiarato di aver colpito “un’infrastruttura sotterranea” nel nord della Striscia e “due obiettivi militari appartenenti alla forza navale dell’organizzazione terroristica”. Ma qui, come sempre, esistono due verità: quella di Israele e quella dei palestinesi. Per le Idf sono obiettivi della forza navale di Hamas, che controlla Gaza. Per le fonti palestinesi, si tratta di semplici pescherecci. Come riporta Ynetnews, tra le barche colpite vi sarebbe stata anche una destinata a partecipare alla flottiglia intenzionata a protestare contro il blocco navale a Gaza.

Le operazioni israeliane – come comunicato via Twitter dal profilo ufficiale delle Idf – sono scattate come rappresaglia rispetto a quanto accaduto nelle prime ore di martedì mattina. Le forze dello Stato ebraico hanno riferito che alcuni “terroristi si sono infiltrati in Israele e hanno dato alle fiamme una postazione militare” abbandonata lungo il confine con la Striscia. E l’attacco, sarebbe stato una risposta anche ai “continui tentativi di lanci di droni e aquiloni incendiari” verso Israele.

Una strada senza via d’uscita

L’impressione è che si sia arrivati a una situazione senza vie d’uscita. Per i palestinesi, i diktat israeliani sono considerati inaccettabili. Gaza è ormai circondata e le condizioni di vita al suo interno, in molte parti, hanno già superato i limiti dell’emergenza umanitaria. Le proteste aumentano e, con esse, il numero dei morti. 

Soltanto nell’ultimo grande giorno di protest esi sono contati più di 60 morti tra i manifestanti di Gaza. La violenza delle forze di sicurezza israeliane ha avuto eco anche nella comunità internazionale, che non ha fatto mistero di essere profondamente colpita da quanto avvenuto al confine della Striscia.

Dall’altro lato, le colpe di Hamas sono evidenti. La leadership di Gaza non sembra in grado di controllare la situazione e l’impressione è che la sua unica linea politica, a questo punto, sia quella dello scontro o della ricerca di martiri. La stessa decisione di mandare migliaia di civili al confine con nasconde la macabra possibilità che si vogliano cercare dei morti. 

Israele, purtroppo, era stato chiaro: avrebbe risposto in maniera violenta. E i cecchini, i soldati e i carri armati presenti al confine con la Striscia non potevano lasciare dubbi su come interpretare le reali intenzioni delle forze di sicurezza israeliane. In questo senso, Hamas è da considerare in parte responsabile. Tanto che la stessa organizzazione palestinese ha ammesso, a morti avvenute, che dei 62 morti di Gaza, 50 erano suoi miliziani

L’idea è che manchino leader in grado di risolvere un problema di per sé quasi insolubile. Da parte israeliana, Benjamin Netanyahu non sembra ascoltare chi vuole un accordo con i palestinesi, se non nei limiti di uno Stato a sovranità limitata e che accetti la linea di Israele. Dall’altra parte,  Abu Mazen è sempre più vecchio e debole mentre Hamas ha intrapreso una strada che la sta conducendo al suicidio.

Gli Stati arabi, un tempo alleati dei palestinesi, sembrano essersene del tutto disinteressati. Mentre  Recep Tayyip Erdogan cerca di utilizzare la Palestina per assumere il ruolo di leader del mondo musulmano. Gli Stati Uniti, che prima potevano essere considerati una potenza in grado di mediare, hanno sposato del tutto la linea israeliana scatenando le violente proteste dopo la decisione su Gerusalemme. Mentre altre potenze, come Russia, Cina e Unione europea, non sembrano avere un peso fondamentale in questa diatriba.