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Appena trenta giorni dopo il 7 ottobre 2023, Time Magazine ha pubblicato un articolo dal titolo: “Quello che sta succedendo a Gaza è un genocidio? Gli esperti stanno valutando”. In quel periodo, il numero di morti in Gaza cresceva in maniera esponenziale e nei primi giorni di novembre il bilancio parlava di oltre 20.000 morti sotto le macerie. Un anno dopo, novembre del 2024, pochi giorni fa, Papa Francesco in un libro redatto per il Giubileo del 2025 ha indirizzato una richiesta alla comunità internazionale: investigare se quello che sta accadendo a Gaza può essere un genocidio.

Nonostante le indagini degli organi internazionale siano in corso, nell’ultimo anno, a partire dal 7 ottobre 2023 attraverso articoli, analisi, editoriali, e lanci social media su InsideOver abbiamo costruito una banca dati informativa con decine di evidenze dei crimini che Israele ha provocato nella striscia di Gaza. Puoi leggere l’articolo “L’impegno di InsideOver per il conflitto di Gaza” in cui ripercorriamo i momenti più delicati e importanti di un anno di reporting sul tema.

Per rispondere alla domanda di Papa Francesco è necessario partire proprio dalla parola genocidio. La parola genocidio è composta da un prefisso genos che proviene dal greco e significa “razza” o “tribù” e dal suffisso cide che in latino significa uccidere. La parola è stata utilizzata per la prima volta nel 1944 dall’avvocato ebreo polacco Raffaello Lemkin nel suo libro Axis Rule. All’interno del libro, Lemkin ha riassunto la sua concenzione di genocidio in “un fenomeno brutale che si sviluppa attraverso un modello coloniale in cui la nazione colpevole sostituisce il modello nazionale della nazione vittima”.

In seguito all’Olocausto, iniziato nella metà degli anni Trenta e terminato nel 1945 con la fine dela seconda guerra mondiale, il termine coniato da Lemkin per descrivere gli avvenimenti che portarono all’uccisione sistematica di 6 milioni di ebrei, il termine genocidio venne individuato e adottato dall’Assemblea delle Nazioni Unite per descrivere “un piano coordinato di diverse azioni, volte alla distruzione delle fondamenta essenziali della vita di un gruppo nazionale e con l’obiettivo di annientare il gruppo stesso”.

Ne nacque un trattato, approvato e entrato in vigore nel gennaio del 1951 e ratificato nello stesso anno anche da Israele. La carta ha istituito 19 articoli con lo scopo di mettere al bando il genocidio e obbligare gli Stati membri ad implementare l’applicazione delle regole.

Tra gli articoli più importanti, ne evidenziamo uno. L’articolo numero 2, che definisce le azioni di uno Stato che devono essere categorizzate come genocidio:

(a) Uccidere membri di un gruppo;
(b) Causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo;
(c) Sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita volte a provocarne la distruzione fisica totale o parziale;
(d) Imporre misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo;
(e) Trasferire forzatamente bambini del gruppo in un altro gruppo.

Il trattato stabilisce che, qualora anche solo uno dei punti venga individuato nell’azione di uno Stato, tanto basta per definirlo “colpevole di genocidio”.

Oggi, dopo mesi di reporting, analisi, geolocalizzazioni e indagini internazionali delle più autorevoli organizzazioni indipendenti, sappiamo che Israele ha violato tutti e 5 i punti. Le violazioni inoltre non hanno riguardato un lasso temporale preciso e limitato. Anzi, per i punti a,b,c, d, e le violazioni sono tuttora incessanti e ripetute. In InsideOver abbiamo deciso di rispondere ai punti della carta UN sul genocidio per capire se, davvero, ci possano essere i presupposti per utilizzare la parola genocidio.

(a) Uccidere membri del gruppo

La crisi a Gaza assume contorni sempre più drammatici, con una violenza che colpisce in maniera sproporzionata la popolazione civile e in particolare i bambini. Secondo Defense for Children International – Palestine (DCIP), un bambino palestinese viene ucciso ogni 15 minuti a causa delle operazioni militari israeliane. Questo dato scioccante si aggiunge alle oltre 150.000 vittime tra morti e feriti registrate dal 7 ottobre, numero che rappresenta circa l’8% della popolazione di Gaza. Il 70% delle vittime totali sono donne e bambini, una realtà che sottolinea la vulnerabilità di coloro che dovrebbero essere protetti dalle norme internazionali.

Attacchi devastanti come quello a Beit Lahiya di pochi giorni fa, che ha causato in un solo giorno 93 morti, dimostrano il costo umano delle operazioni militari in una delle aree più densamente popolate al mondo. Gaza vive sotto assedio, senza possibilità di fuga, mentre l’accesso a cure mediche, cibo e acqua è gravemente compromesso.

(b) Provocare gravi danni fisici o mentali a membri del gruppo;

Le immagini satellitari pubblicate da NDTV rivelano la portata della distruzione fisica di Gaza. Migliaia di edifici ridotti in macerie. Secondo un’agenzia delle Nazioni Unite, ci vorranno almeno 15 anni per rimuovere le rovine e avviare una ricostruzione adeguata. Un secondo report UN afferma che allo stato attuale e sotto i continui blocchi di Israele, la ricostruzione di Gaza potrebbe durare oltre 350 anni. Inoltre, oltre l’80% dell’intero territorio di Gaza è stato danneggiato o distrutto dall’aggressione israeliana. La devastazione fisica è accompagnata da un grave trauma psicologico, con l’80% dei bambini che soffre di depressione. Un dato che testimonia la difficoltà di crescere in un ambiente segnato dalla violenza e dalla paura costante.

Screenshot

I blocchi imposti da Israele, da oltre 15 anni, hanno aggravato ulteriormente la situazione, limitando l’accesso a risorse essenziali e impedendo la ricostruzione delle infrastrutture. Non solo le scuole e gli ospedali sono stati distrutti, ma l’intero sistema economico e sociale è stato reso a zero, rendendo la vita quotidiana un inferno.

Negli ultimi anni la comunità internazionale, pur riconoscendo la gravità della crisi, non è mai riuscita a intervenire in modo adeguato, lasciando Gaza intrappolata in un ciclo di sofferenza senza fine. Anzi, diversi Stati occidentali, negli anni e tutt’ora, favoriscono e appoggiano le azioni di Israele fornendo assistenza militare e politica. In un contesto di isolamento e di violenza incessante, la speranza di un futuro migliore sembra sempre più lontana.

(c) Sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica in tutto o in parte;

Nel 2022, Israele ha impedito a migliaia di palestinesi di lasciare Gaza per ricevere trattamenti medici, creando una grave crisi sanitaria con un numero crescente di persone che non riescono ad accedere a cure salvavita. Oltre alla crisi sanitaria, la scarsità d’acqua è una delle problematiche più gravi, con le famiglie che sopravvivono con appena tre litri d’acqua a settimana, insufficienti per le necessità quotidiane di base. In questo articolo InsideOver ha geolocalizzato il bombardamento, da parte di Israele, di una delle principali aziende che producevano depuratori di acqua in Gaza. Azione che ha avuto un impatto devastante su migliaia di persone. Ricordiamo che il 97% dell’acqua presente in Gaza non è potabile.

La crisi alimentare è tra i primi fattori di morte per i palestinesi intrappolati nella Striscia. Fin dal 7 ottobre 2023, oltre l’83% degli aiuti umanitari non è riuscito a raggiungere la popolazione di Gaza, lasciando milioni di persone in condizioni di fame e malnutrizione, soprattutto tra i bambini. Uno studio della Brown University ha stimato che i morti per fame in Gaza, in un anno di guerra, sarebbero oltre 60 mila.

Parallelamente, la detenzione di minori e uomini palestinesi è una costante violazione dei diritti umani, con oltre 700 bambini arrestati ogni anno senza accuse né un processo giusto, sottoposti a condizioni di detenzione inumane e torture psicologiche.

(d) Imporre misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo;

Da quando l’aggressione militare israeliana è iniziata il 7 ottobre 2023, tutte le donne nella Striscia di Gaza hanno dovuto affrontare molteplici gravi violazioni dei loro diritti di civili. Lo racconta in un report Il centro palestinese per i diritti umani (PCHR).

Questo rapporto fa luce sulle misure israeliane volte a prevenire le nascite. Il documento si concentra sopratutto sulla mancanza di protezione dagli attacchi militari israeliani, ai servizi sanitari scadenti, all’accesso limitato a cibo adeguato e alle terribili condizioni di vita che aumentano i rischi di aborto durante la gravidanza.

Negli ultimi anni le violenze di Israele hanno fatto impennare il numero di aborti tra le donne incinte e i nati morti.

Come evidenzia il documento, secondo il Ministero della Salute a Gaza e il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione nel territorio palestinese occupato (oPt), ci sono circa 50.000 donne incinte in rifugi di fortuna e senza accesso a cibo adeguato, acqua sicura e assistenza sanitaria.

Ogni giorno in Gaza partoriscono 180 donne, in un territoro in cui la sanità è collassata al 90%.

Un esempio che ci racconta il come Israele abbia agito per interrompere nuove nascite nella striscia di Gaza lo troviamo nel racconto di Ruwaida Waleed al-Nazli. L’esperienza personale è presa dal rapporto “Misure israeliane destinate a prevenire le nascite all’interno della Striscia di Gaza” del Palestinian Center for Human Rights

“Dopo essere stata esposta al fosforo bianco sparato dall’IDF a al-Wehdah a Gaza, ho sofferto di grave soffocamento. Ero incinta di 8 mesi. Sono fuggita alla scuola di preparazione al parto a al-Remal e dopo due settimane sono andata in una clinica per controllare lo stato di salute del mio bambino. Il dottore mi ha detto che il bambino non si muoveva, era morto. Ero scioccata e all’inizio non volevo crederci perché sapevo di essere incinta di 9 mesi. Potevo sentire il bambino muoversi ogni giorno.

Ho fatto un altro controllo con un altro medico lo stesso giorno. Mi ha confermato quello che aveva detto il primo medico: “hai perso il tuo bambino”. Mi ha chiesto se fossi stata esposta al fosforo bianco e ho detto di sì. Mi ha detto che, con ogni probabilità, era la ragione dietro il mio aborto spontaneo, poiché molte donne come me hanno perso i loro bambini per lo stesso motivo. C’era una donna accanto a me che aveva perso il suo bambino nelle stesse circostanze”.

(e) Trasferire forzatamente bambini del gruppo a un altro gruppo.  

Secondo un report dell’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor, l’esercito israeliano ha trasferito forzatamente bambini palestinesi fuori dalla Striscia di Gaza. Ancora oggi il destino di questi bambini rimane sconosciuto.

Molti genitori hanno perso i contatti con i loro figli. Le organizzazioni internazionali hanno chiesto a Israele di rivelare la posizione di questi bambini.

Con la guerra in Gaza che è entrata nel suo secondo anno, la potenza di fuoco di Israele non sembra diminuire. Un recente rapporto delle Nazioni Unite, pubblicato a settembre 2024, ha rilevato che le azioni di Israele a Gaza sono coerenti con pratiche genocidarie.

L’International Crime Courte si è pronunciata a gennaio 2024 dopo che il 29 dicembre 2023 la Repubblica del Sudafrica aveva depositato presso la Cancelleria della Corte un ricorso di procedimento contro lo Stato di Israele in merito a presunte violazioni nella Striscia di Gaza. Il ricorso del Sudafrica ha riguardato gli obblighi previsti dalla Convenzione sulla prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. A gennaio del 2024 la stessa Corte ha evidenziato che Israele ha violato e continua a violare i suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio, in particolare gli obblighi previsti dall’articolo I, II e agli articoli III (a), III (b), III (c), III (d), III (e), IV, V e VI.

Nonostante ad oggi le investigazioni per le accuse di genocidio rispetto alle operazioni di Israele nella Striscia di Gaza siano ancora in fase di dibettimento, sappiamo che le evidenze che legano Israele all’utilizzo di metodi genocidiari sono reali, corpose, evidenti e inconfutabili.

Questa crisi non è solo una tragedia per Gaza, ma un banco di prova per i principi di giustizia, dignità umana e responsabilità collettiva che il mondo afferma di sostenere. Quando Israele nel 1949 ha fatto ingresso nelle Nazioni Unite, due anni prima della ratifica della carta UN sul genocidio, sapeva che per essere accusati di genocidio bastava violare solo un punto dell’articolo II. Oggi sappiamo che ne ha violati almeno 5.

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