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In un commovente articolo di Haaretz, Hanin Majadli riporta le ultime parole di uno dei quindici soccorritori – medici, paramedici e pompieri – uccisi di recente dall’esercito israeliano mentre prestavano aiuto alle vittime dell’ennesimo bombardamento di Gaza. Un lascito, quello di Rifat Radwan, rimasto impresso nel suo cellulare, rinvenuto nella fossa comune nella quale è stato seppellito insieme ai suoi compagni di sventura dopo la strage.

This Intolerable Gap Between Jewish Memory and Palestinian Reality

Mentre i soldati si avvicinano sparando all’impazzata, riecheggia la registrazione di Rifat, l’infermiere inizia a recitare la “Shahada, la professione di fede musulmana”. Gli spari si interrompono per un attimo, dandogli il tempo di esclamare: “Non c’è altro Dio all’infuori di Allah e Maometto è il suo profeta”.

Dopodiché inizia a ripetere “Dio è grande”, mentre gli spari “si intensificano e la sua voce si affievolisce. In sottofondo si sentono forti grida e a un certo punto dice: ‘Madre, perdonami, questa è la strada che ho scelto, aiutare le persone’. Chiede a Dio di perdonarlo e conclude chiedendoGli di accettarlo così com’è. La sua voce si spezza, si sentono altri spari, e alla fine: ‘Gli isreeliani sono qui, gli israeliani sono qui’. Fine”.

Majadli racconta di non riuscire a uscire dal turbamento che gli ha provocato ascoltare quella voce, guardare la foto di quel giovane palestinese, in particolare i suoi occhi, il suo “sguardo penetrante”. E riporta uno scritto di cui aveva memoria, ritrovato su Google, che recita: “Durante l’Olocausto, in particolare nell’Europa orientale, quando la guerra si estese a Est e a Sud, ci furono molti casi in cui squadre di soccorso, il personale medico e i membri di organizzazioni umanitarie che aiutavano le comunità ebraiche, furono catturati e assassinati. Il motivo era anzitutto quello di impedire in tutti i modi l’assistenza alla popolazione ebraica, mentre si consumava la politica di sterminio da parte del regime nazista”.

Si avvicina la Pasqua ebraica, annota Majadli, e commenta: “Ho detto spesso quanto siano duri e opprimenti per me i mesi di aprile e maggio. Quando penso ad aprile, penso alla Pasqua ebraica e ai giorni della memoria del popolo ebraico che risiede in Sion. In particolare al Giorno della Memoria dell’Olocausto, che l’anno scorso ha visto la scomparsa di intere comunità ebraiche. Cosa ci riserverà quest’anno il Giorno della Memoria?”

“Questo divario intollerabile tra la memoria del popolo ebraico e la realtà del popolo palestinese, tra l’insistente promessa del ‘Mai più’ e ciò che sta accadendo adesso, nel presente, è qualcosa che tormenta atrocemente il cuore, qualcosa di quasi inconcepibile. Questo è il divario tra una società israeliana che apre il proprio cuore, almeno in apparenza, a una dolorosa memoria storica, ignorando, a volte brutalmente, il dolore di cui essa stessa è responsabile”.

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