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Il cessate il fuoco tra Israele e Hamas a Gaza è in un limbo dopo che nella giornata di ieri è ufficialmente finita la Fase 1 degli accordi conclusi a Doha, capitale del Qatar, sei settimane fa e entrati in vigore il 19 gennaio, che prevedeva lo stop ai raid di Tel Aviv nella Striscia in cambio della consegna di buona parte degli ostaggi rapiti dagli islamisti in Israele il 7 ottobre 2023.

Ora la Fase 2, che prevedrebbe un più strutturato processo di espansione delle trattative e della pacificazione, appare ancora molto lontana

Restano da sciogliere molti nodi, primo fra tutti quello del ritiro delle forze armate dello Stato Ebraico da Gaza che si prevedeva potesse essere discusso nella Fase 2 e che il congelamento della diplomazia ha tolto per ora dal tavolo.

Per rompere l’impasse l’inviato speciale statunitense per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha proposto una possibile soluzione per evitare la ripresa dei violenti combattimenti a Gaza e dare tempo alla diplomazia di prender piede.

Il “piano Witkoff” alla prova di Israele e Hamas

Witkoff, decisivo nel mettere pressione al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a gennaio, ha proposto una tregua ulteriore di sei settimane vincolata al rispetto del Ramadan, che termina il 29 marzo, e della Pasqua ebraica, che finirà il 19 aprile, come estensione dell’attuale fase di negoziazione.

Il Times of Israel nota che ai sensi di questi accordi “metà degli ostaggi rimasti, vivi e morti, verrebbero rilasciati il ​​primo giorno del cessate il fuoco esteso, mentre i prigionieri rimanenti verrebbero rilasciati alla fine del periodo se venisse raggiunto un cessate il fuoco permanente”. Hamas trattiene nella Striscia 24 ostaggi e ha ancora i corpi di 35 prigionieri morti negli ultimi diciassette mesi di guerra. Il gruppo militante, per ora, non intende modificare gli accordi firmati a gennaio e insiste che Israele stia cercando di rinnegare la parola data.

Parliamo di un delicato gioco politico: da un lato, Tel Aviv vuole strappare condizioni favorevoli da un negoziato prolungato, come la possibilità di mantenere le truppe stanziate nei corridoi che connettono Gaza al resto del mondo. Witkoff su questo fronte non sembra fornire sponde: chiedendo un’estensione dei termini per tornare poi al precedente negoziato, il mediatore implica che tutte le vecchie clausole, ivi compreso il ritiro da Gaza di Israele, debbano essere rispettate.

Dall’altro, Hamas intende tenere il punto sugli accordi firmati per depotenziare il prolungato sostegno degli Stati Uniti a Israele, evitando che l’ingresso di Donald Trump e del suo team condizioni eccessivamente a favore di Tel Aviv lo scenario negoziale. A Gaza hanno visto di traverso la recente visita in Israele di Stato di Marco Rubio, capo della diplomazia Usa, in cui l’ex senatore della Florida ha espresso totale appoggio a Tel Aviv prima di dare il via libera, nella giornata di ieri, a un nuovo pacchetto di armi di oltre 3 miliardi di dollari.

La strada in salita verso la Fase 2

In quest’ottica si inserisce la delicata missione di Witkoff. Il 67enne immobiliarista e finanziere scelto da Trump come inviato speciale per il Medio Oriente sta dimostrando finora non scontate capacità negoziali e un’attenzione politica che lascia intendere una visione precisa: Witkoff ha capito che insanguinare con la ripresa dei combattimenti il mese sacro musulmano e la Pasqua ebraica avrebbe lasciato dietro di sé nuove trincee di odio difficili da colmare e che l’obiettivo oggi è far sì che le parti rispettino un accordo che tra provocazioni, scontri a distanza e un prolungato braccio di ferro politico nessuno ha lavorato per estendere nelle ultime sei settimane. Una palese violazione, da parte di Israele e Hamas, di accordi scritti che prevedevano l’inizio dei negoziati per la Fase 2 dal giorno 16 dopo il cessate il fuoco.

Si cammina su un crinale sottile e il rischio di rottura è elevato. Hamas chiede il rispetto di accordi scritti che però non ha mai lavorato per implementare. Israele chiede nuovi termini e fa suo il piano Witkoff anche, ricorda il Times, per “ricordare all’opinione pubblica e ad Hamas che l’accordo iniziale consente a Israele di tornare a combattere dopo il 1° marzo se i negoziati fossero ritenuti inefficaci”, provando per ragioni politiche a scaricare sugli islamisti la responsabilità di una rottura.

Il gioco di entrambe le parti è spericolato e a Witkoff va riconosciuto un senso della realtà notevole per provare a trovare una strada al negoziato che sembrava, fino a pochi giorni fa, finito in un cul-de-sac. Restano dubbi su quanto gli Usa possano apparire un mediatore efficace dopo le mosse delle ultime settimane promosse, in particolar modo, da Rubio e dal suo team e su quanto effettivamente la volontà di Netanyahu e dei vertici di Hamas sia orientata a lavorare per la pace. Un dato di fatto su cui è legittimo nutrire dubbi.

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