Israele non sarà fermata dal Board of Peace nella ripresa della guerra di Gaza a piena intensità qualora Hamas non disarmasse. Lo ha comunicato l’Alto Rappresentante del Board of Peace guidato dagli Stati Uniti e dal presidente Donald Trump, Nikolaj Mladenov, sottolineando che per il comitato formato nei mesi scorsi sotto l’egida di Washington la priorità assoluta resta che i miliziani che controllano Gaza cedano le armi.
Una testimonianza, messa nera su bianco da un documento rivelato dal Times of Israel, che mostra come l’organizzazione abbia nettamente preso posizione a favore di Tel Aviv, come abbia deciso di ritenere prioritarie le sue istanze nel quadro del meccanismo di mediazione per la fine della guerra e di come il suo impegno per la pace sia tutto da dimostrare: il cessate il fuoco negoziato a Sharm-el-Sheik a ottobre non prevedeva una priorità temporale tra le due operazioni della fase due della tregua, che dovrebbe fondarsi sul ritiro di Tel Aviv da Gaza e sul disarmo di Hamas, nel primo caso per dare piena sovranità al territorio palestinese e nel secondo per lasciar spazio all’amministrazione di un comitato tecnocratico. Prioritizzare un passaggio rispetto all’altro significa voler dare maggiori diritti di cittadinanza alle istanze di una parte in causa, e ciò è l’esatto opposto di quel che una mediazione dovrebbe garantire.
Del resto, parlare di uno strutturato cessate il fuoco è già di per sé ardito. L’assalto di Israele a Gaza dopo i massacri del 7 ottobre ha prodotto un’escalation che dalla rappresaglia è passata rapidamente alla pulizia etnica e al vero e proprio genocidio, come ha dichiarato anche l’Onu in più dichiarazioni.
Ora, dal 10 ottobre, nota “Genocide Watch”, “dati autorevoli dell’ONU affermano che le operazioni delle IDF dal cessate il fuoco di ottobre 2025 hanno causato 765 morti palestinesi e 2.140 feriti. Questi dati sono stati confermati da organizzazioni per i diritti umani di rilievo come Save the Children e Danish Refugee Council, che hanno aggiunto che almeno 180 bambini sono morti in questo periodo di cessate il fuoco”, mentre quattro combattenti Forze di Difesa Israeliane sono stati uccisi nello stesso periodo. Fonti di Gaza portano in quadrupla cifra, oltre quota mille, i morti da ottobre ad oggi.
In ogni caso parliamo di un palese flop del meccanismo di garanzia e sorveglianza di una tregua che è tale solo sulla carta e che sostanzialmente fa venire meno il presupposto politico del cessate il fuoco: aprire la strada a una Gaza non più occupata da Israele e non più governata di Hamas. Per Mladenov, ex ministro della Difesa bulgaro, la scelta è netta. E guardando la composizione del Board of Peace, ricolmo di figure estremamente favorevoli a Tel Aviv, non c’è nemmeno da stupirsi. Lo stesso Times of Israel ricorda che spesso la tregua è valsa a senso unico: “Mentre il piano in 20 punti di Trump prevedeva il ritiro graduale di Israele dalla Striscia in linea con il disarmo di Hamas, negli ultimi mesi le Idf hanno invece visto espanso unilateralmente la metà della Striscia che avrebbe dovuto rimanere sotto il loro controllo solo temporaneamente”. Israele spinge per la massima pressione, e di fronte all’ipotesi di un rinfocolamento del conflitto il mantenimento al potere di Hamas potrebbe essere l’alibi perfetto. Spingere condizioni inaccettabili per i militanti che controllano Gaza potrebbe essere la leva ideale per dare una sponda a tale strategia. E il Board of Peace non sembra voler fare nulla per impedirlo…
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