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Guerra

Gaza, esecuzioni di civili e torture: le confessioni dei soldati israeliani

Le testimonianze dei riservisti di ritorno da Gaza raccontano esecuzioni di civili, torture e abusi sistematici. Le confessioni raccolte da Haaretz: “Abbiamo ucciso ragazzini, bambini e anziani disarmati. Al primo cenno di rimorso i comandanti ci spingevano a sputare sui cadaveri”.
Gaza City, madri palestinesi piangono i loro figli uccisi dall'esercito israeliano

C’è un denominatore comune nei racconti dei soldati israeliani di ritorno dalla Striscia di Gaza. Le esecuzioni barbare che hanno compiuto — o alle quali hanno assistito — avevano come bersaglio palestinesi inermi, disarmati e che non costituivano una minaccia. Questo emerge già dai numerosi video diffusi in rete in questi due anni e mezzo di genocidio, ma altra cosa è leggerlo dalle parole degli stessi autori di quei massacri. I resoconti raccolti da Haaretz sono numerosi e dettagliati; per ovvi motivi rimandiamo al testo integrale.

“Non so quanti palestinesi abbiamo ucciso”

“Ero all’inferno, ma non ne ero consapevole”. L’inferno di cui parla un riservista di Tel Aviv è Khan Yunis, e i diavoli che lo abitano sono i soldati della sua unità, lui compreso. “C’erano attacchi aerei ogni singolo minuto. Le bombe da una tonnellata cadevano e ci facevano battere il cuore. Non so quanti palestinesi abbiamo ucciso in quei giorni”. Era il dicembre 2023, periodo in cui l’esercito israeliano era un mattatoio a pieno ritmo: tra il 7 e il 26 dicembre si stima siano stati uccisi circa 29 mila palestinesi (Euro-Med Human Rights Monitor).

“Stavo usando un drone sopra i cieli di Salah al-Din Road, l’autostrada principale di Gaza — continua la testimonianza. Un plotone ha notato delle figure ‘sospette’. Ho iniziato a sparare come un pazzo, come ti insegnano nelle esercitazioni durante l’addestramento di base. Mi sono avvicinato ai corpi caduti. Un vecchio e tre bambini, di dieci o dodici anni al massimo. I loro corpi erano colmi di proiettili; i loro organi interni si stavano riversando fuori”.

Davanti ai corpi dei bambini cala il silenzio. Le urla d’eccitazione di chi sparava all’impazzata si sono soffocate. È in quel momento che il comandante dell’unità, “ci ha spronato a non avere il minimo ripensamento”. “Si è avvicinato ai corpi dilaniati e ha sputato sulle loro viscere. ‘Questo accade a chi si mette contro Israele’”, ha commentato.

L’americano

“Ci venivano incontro con le braccia alzate, vestiti di stracci, visibilmente disarmati — racconta un altro dei riservisti. E ogni volta che questo accadeva avevamo l’ordine di sparare. Ci avvicinavamo ai corpi senza vita di ragazzini, donne e anziani senza provare eccessivo rimorso. Se uno di noi mostrava segni di titubanza o di disaccordo, il comandante dell’unità ci mostrava quel che andava fatto scalciando i cadaveri o sputando loro addosso”. E commentando: “Questo è ciò che succede a chi offende Israele”.

Poi c’è il racconto di Yehuda, che ricorda un ufficiale dal nome americano che affiancava la sua unità. Era “in servizio in quell’area da molti mesi e, ogni volta che una brigata se ne andava, si univa automaticamente alla brigata successiva. Un tipo strano, sospetto”.

Una notte un palestinese si avvicina all’accampamento. Gli vanno incontro in quattro, tra cui l’americano. Appena si avvicinano il palestinese alza le mani in segno di resa.

L’americano “gli si avvicina, aspetta qualche secondo e spara, senza fare domande, senza che il sospettato avesse fatto nulla”. Tornati alla base, rivedono la scena ripresa da un drone e uno degli ufficiali esclama: “È un omicidio”. Voce isolata, il caso è insabbiato e al Comando viene comunicata l’eliminazione di un “terrorista”.

“Nessuno riusciva a smettere di ridere

Un’altra testimonianza simile proviene da Maya, una studentessa di filosofia all’Università di Tel Aviv. Anche lei ha servito come riservista a Gaza. “Non c’è alcuna connessione tra la mia vita quotidiana e il mio dovere di riserva”, dice. “È un po’ come essere il dottor Jekyll e Mr. Hyde”. E quando si cala nei panni di Mr. Hyde, Maya ricorda le scene a cui ha assistito: omicidi intenzionali, torture, soprusi. E di come ne abbia riso.

“Un giorno, i soldati di guardia hanno notato cinque palestinesi che attraversavano una linea invalicabile, diretti verso il nord di Gaza”- una linea immaginaria che l’IDF sposta a proprio piacimento.

“Il comandante del battaglione ha dato l’ordine di sparare, anche se non erano stati confermati come potenziali minacce. Un carro armato ha iniziato a scaricare su di loro centinaia di proiettili”. Quattro dei cinque palestinesi sono morti. Poco dopo, prosegue la testimonianza, “un bulldozer ha seppellito i corpi sotto la sabbia, perché non venissero mangiati dai cani e non diffondessero malattie”.

“L’unico sopravvissuto è stato messo in una gabbia”, ammanettato e bendato. Nella notte i commilitoni portano Maya davanti alla gabbia, ricorda, “uno dei soldati ha iniziato a urinargli addosso. Nessuno riusciva a smettere di ridere. Ho riso anch’io”…

Quali altri segreti stiamo nascondendo?

Poi ci sono le operazioni dell’Unità 504, quella addetta agli interrogatori. “Si muovono sempre in coppia: un inquirente e un soldato”. A raccontare è Eitan, un riservista in servizio nel nord di Gaza. “Abbiamo catturato un palestinese sospettato di essere un agente di Hamas. All’arrivo dell’Unità 504 è stato spogliato interamente e torturato con fascette strette attorno ai genitali”. Le urla erano disumane, racconta. Alla fine deve aver parlato o, più semplicemente, ha ceduto. È stato portato via.

“Da quel giorno le urla non se ne vanno dalla mia testa – racconta Eitan. “Hanno distrutto tutto ciò che pensavo dell’esercito, tutto ciò che pensavo di noi, di me. Se siamo in grado di fare qualcosa di così terribile senza che i civili lo sappiano, quali altri segreti stiamo nascondendo?”

“Mentre ero nella Striscia mi veniva in mente l’Olocausto”

Guy è un altro soldato che ha fatto centinaia di giorni di servizio di riserva. “È arrivato un momento in cui terroristi nei tunnel sono stati uccisi con ‘mezzi speciali’ [mediante l’uso dei gas, ndr]. La gente era eccitata per questo, a me veniva in mente l’Olocausto”.

Quindi ricorda l’attacco all’ospedale Al-Shifa di Gaza. “L’intera area puzzava di morte. Da allora non riesco a sopportare l’odore della carne bruciata”.

Le lesioni morali

I soldati che hanno testimoniato ad Haaretz sono tutti passati per un reparto psichiatrico. Per l’esercito israeliano si tratta di disturbo da stress post-traumatico, ma quei soldati parlano di altro. Secondo loro sono “lesioni morali”, come anche per Gil Zalsman, a capo del Consiglio israeliano per la prevenzione del suicidio. È lui a spiegare la differenza tra le due definizioni: il PTSD nasce da eventi traumatici subiti; il danno morale, invece, nasce dal coinvolgimento in azioni — compiute, subite o viste — percepite come una violazione profonda dei propri valori morali e provoca, in genere, “rabbia, alienazione e perdita del senso di umanità”.

Ma l’IDF rifiuta la definizione di “lesione morale”, preferendogli “lesione d’identità”, cioè un semplice danno psicologico. “È abbastanza ovvio si tratta di una dichiarazione sociopolitica”, ha dichiarato un medico dell’esercito. “Se Israele ammettesse che molti dei suoi soldati soffrono di lesioni morali, che fine farebbe il cliché dell’esercito più morale del mondo?”.

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