Gaza e il dolore dei palestinesi d’Italia

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Mentre a Gaza le vittime superano le 34.000  e la comunità palestinese in Italia vive a distanza l’eco della strage, molte attiviste e attivisti palestinesi denunciano aggressioni, discriminazioni e soprusi, ma anche di essere ormai sottoposti a uno stress psicologico molto forte. E se essere palestinese e rivendicarlo diventa un atto di coraggio che può avere conseguenze pericolose per la propria incolumità, anche il semplice seguire le notizie che arrivano da Gaza può avere effetti disastrosi sulla psiche. Svegliarsi nel cuore della notte senza fiato. Non riuscire a pensare ad altro se non alle immagini di distruzione e morte che vengono dalla striscia di Gaza. Sentire rabbia, ma anche incomprensione e mancanza di empatia da parte di chi ti circonda.

“Mi svegliavo ogni notte alle 3 o alle 4. All’inizio, davo la colpa al troppo caffè o allo stress per l’università. Poi mi sono confrontata con alcune compagne palestinesi: succedeva anche a loro. A volte, poi, ti svegli al mattino e ti sembra di non aver mai staccato la spina”. Mariam, palestinese di seconda generazione in Italia, racconta di come, da ottobre, la sua vita sia cambiata. Con l’inizio dell’operazione militare nella striscia di Gaza e l’uccisione, ad oggi, di oltre 34.000 palestinesi da parte dell’esercito israeliano, i palestinesi nel resto del mondo hanno dovuto imparare a convivere con notizie di stragi quotidiane. Spesso senza l’aiuto di nessuno. “Quando arrivano le immagini del genocidio, quelle scene colpiscono tutte e tutti noi- continua Mariam- Poi, come attivista, il carico emotivo è davvero intenso. Bisogna fare il triplo del lavoro per raccogliere tutte le informazioni che arrivano dalla Palestina, per non perdersi nulla e per fare, poi, informazione qui in Italia. Le conseguenze sulla salute mentale ci sono e sono pesanti. Come comunità, qui a Brescia, proviamo a darci supporto anche in questo”.

Uno studio condotto da Roxane Cohen Silver, professoressa dell’Università della California, richiamato dal Time in un articolo del marzo 2022, mette in correlazione l’esposizione a immagini di eventi traumatici con lo sviluppo di problemi di salute mentale, in particolare con i sintomi del disturbo da stress post traumatico. Lo studio in questione si soffermava su chi, nella settimana successiva agli attacchi dell’11 settembre 2001, aveva abusato di immagini televisive relative alla tragedia. Con il diffondersi delle immagini delle stragi compiute a Gaza a livello esponenziale sui diversi social media, si può presumere che la correlazione sia oggi ancora più stretta (proprio come ipotizza l’articolo del Time con riferimento alla guerra in Ucraina) e che chi osserva con costanza quelle immagini, con un maggior coinvolgimento emotivo in quanto palestinese, possa avere ripercussioni forti sulla propria psiche.

Ma diversi sono gli studi che trattano questa problematica. In alcuni casi, si parla di sviluppo di Compassion Fatigue, ossia un trauma secondario causato dall’esposizione ripetuta al trauma e alla sofferenza altrui, molto diffuso ad esempio tra gli operatori del settore sanitario. Più di ogni altra guerra del passato, la distruzione di Gaza da parte di Israele viene raccontata infatti sui social media. Complice il divieto imposto da Israele ai giornalisti internazionali di entrare nella striscia, molte giornaliste e giornalisti palestinesi hanno utilizzato il loro Instagram come piattaforma per urlare al mondo quello che vedevano. Una costante di bambini morti e persone con arti amputati che non sarebbe mai venuto alla luce vista la linea editoriale dei media occidentali ma che, pur avendo generato consapevolezza e indignazione, ha anche amplificato un profondo dolore riflesso, come racconta Dalia, studentessa palestinese di seconda generazione in Italia:

“I social hanno aiutato tanto perché le voci dei palestinesi sono state amplificate. Per la prima volta nella storia le persone hanno potuto sentire le voci palestinesi. Ovviamente, a livello psicologico tutto questo è terribile”. Come Mariam, anche Dalia lamenta un fortissimo impatto sulla propria psiche: “Faccio fatica a dormire: ho una dipendenza dal dover sempre controllare le notizie e quello che sta accadendo. La testa è sempre lì e non ci si riesce a concentrare su altro. Non hai la forza di fare altre cose perché stai pensando al genocidio del tuo popolo. Si lavora male, si fa tutto male. Si prova rabbia, frustrazione. La gente non può capire a fondo e spesso rimane anche scocciata dal tuo atteggiamento. Durante un esame, il mio professore si è lamentato perché avrei potuto dare ancora di più. Fa rabbia pensare all’enorme differenza tra l’attenzione che si è dedicata alla tutela delle persone ucraine e noi. L’occidente ci chiede di continuare a vivere normalmente mentre, a Gaza, il tuo popolo sta subendo un genocidio.”.

Ma Dalia non è l’unica a parlare dell’inadeguatezza del contesto sociale e istituzionale e di un’ingiustificata disparità dell’attenzione alla salute psicologica riservata alle persone palestinesi rispetto alle vittime di altre guerre. “Non c’è un palestinese che si possa sentire pienamente capito da una terapeuta bianca. Le terapeute e i terapeuti italiani non sono preparati a prendere in carico persone palestinesi”. A parlare è Camilla Ponti, psicologa e cofondatrice di Psicologia per la Palestina.  Il progetto, nato a gennaio come petizione al Consiglio Nazionale Ordine Psicologi e agli Ordini Regionali, si è evoluto fino a diventare una realtà divulgativa rispetto a quanto sta accadendo in Palestina sin dal 1948, analizzandolo sotto il profilo della psicologia. La petizione chiede, oltre all’erogazione di servizi gratuiti di supporto psicologico, anche la creazione di seminari e una presa di posizione della categoria contro il genocidio palestinese. Perché, come ci spiega Camilla Ponti, è necessario un diverso approccio culturale, sociale e professionale alla questione.

“Noi nasciamo proprio da questo vuoto istituzionale e professionale.- continua Camilla Ponti- C’è bisogno di tener conto non solo di quello che sta accadendo oggi, ma del trauma intergenerazionale della comunità palestinese in diaspora, nonché di micro-aggressioni quotidiane di tipo sociale. Noi denunciamo il doppio-standard rispetto alla netta posizione assunta dall’Ordine degli Psicologi e alle attività poste in essere a tutela del popolo ucraino. Cosa che non è minimamente accaduta verso i palestinesi! È necessaria una decolonizzazione della pratica psicologica e lo smantellamento del razzismo istituzionalizzato”.

Un razzismo istituzionalizzato che alimenta e riflette un clima di discriminazione sociale che spesso sfocia in veri e propri atti di violenza fisica o verbale. “Ero in un negozio di Brescia- racconta Mariam- quando una signora ha iniziato a parlare di quello che sta accadendo in Medio Oriente. Sono intervenuta, dicendo che di lì a pochi giorni ci sarebbe stato un presidio per la Palestina e la signora ha iniziato a inveire dicendo che, fino a quel momento, eravamo stati uccisi in pochi e avrebbero dovuto ammazzarci tutti. Mi ripeteva: “Vi devono sterminare!” ”.

Nel Regno Unito, l’organizzazione Tell Mama ha registrato un aumento dei crimini d’odio contro le persone musulmane del 335% nel quadrimestre 7 ottobre 2023 – 7 febbraio 2024 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Negli USA, relativamente ai tre mesi successivi al 7 ottobre, il Council on American-Islamic Relations (CAIR) riporta un aumento del 180% di richieste di aiuto ed episodi di violenza nei confronti di persone musulmane o arabe. In Italia, non ci sono dati precisi, ma testimonianze analoghe a quelle di Mariam non sono difficili da trovare soprattutto nei confronti di chi svolge attività di informazione o attivismo su quello che sta accadendo a Gaza. “È importante- conclude Dalia- non smettere di seguire quello che accade. Io non ho bisogno di essere sensibilizzata sulla Palestina, ma le notizie e le immagini che ci arrivano sono necessarie per le persone non coinvolte, quelle che fino ad ora sono rimaste in silenzio”.