Gaza come laboratorio della guerra urbana moderna

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In questi giorni si è tornato a parlare di Israele e Gaza a seguito del recente passaggio alla fase due del piano di pace proposto dal presidente americano Trump, che prevede la creazione del Board of Peace che dovrebbe non solo supervisionare la pace in Medio Oriente ma addirittura superare l’ONU. Tuttavia il cessate il fuoco a Gaza, concordato a ottobre, è in stallo da mesi, con Israele e Hamas che si scambiano reciproche accuse per le ripetute esplosioni di violenza in cui sono stati uccisi diversi soldati israeliani e centinaia di palestinesi (le violazioni di Israele sono decine anche sul confine Nord in Libano). Ciò testimonia come già la prima fase della tregua arranchi e quindi si fatica a capire come quella successiva possa affrontare questioni a lungo termine molto più complesse tra cui il disarmo di Hamas, il controllo della sicurezza a Gaza e l’eventuale ritiro israeliano. 

Questo aspetto però consente di valutare con più attenzione il conflitto nella Striscia di Gaza per capire cosa ci possa insegnare riguardo gli scenari conflittuali futuri. Infatti, un elemento particolarmente rilevante, e istruttivo, delle operazioni contro Hamas è lo specifico campo di battaglia in cui si sono svolte, ovvero quello urbano. Quest’ultimo è un tipolo di scenario che si presenta particolarmente complesso per varie ragioni e che oggi è uno dei più frequenti e probabili. Infatti, ormai da diverso tempo vari esperti e analisti concordano sul fatto che sia in atto un’urbanizzazione dei conflitti che deriva da vari elementi. Primo fra tutti una tendenza ormai consolidata che vede la popolazione mondiale spostarsi progressivamente all’interno di città. Secondariamente, da un punto di vista militare combattere oggi in città ha un’utilità intrinseca. Se è vero che combattimenti urbani esistono da sempre, è altrettanto vero che la loro incidenza e frequenza è aumentata sensibilmente negli ultimi decenni e una ragione potrebbe essere legata allo sviluppo militare.

Infatti, come individuato dall’esperto americano Stephen Biddle, il moderno modo di combattere nasce con la Prima guerra mondiale e si caratterizza, tra le altre cose, per un incremento costante della potenza di fuoco in termini di volume, di precisione e di gittata (da questo punto di vista i moderni missili supersonici sono solo l’ultima evoluzione in tal senso). Ciò ha avuto come conseguenza diretta la necessità per i soldati sul campo (che siano di eserciti avanzati o milizie come Hamas) di disperdersi per evitare di essere facili obiettivi e al contempo creare o sfruttare strutture in grado di proteggerli dagli occhi (ovvero l’intelligence e gli strumenti di puntamento) e dal fuoco del nemico. In questo senso lo spazio urbano offre uno scenario più che ottimale, poiché con gli edifici e le strutture sotterranee è un ambiente ricco di possibili strutture di difesa.

Difesa e attacco nel contesto urbano

Questo aspetto porta a un’ulteriore riflessione che può essere inserita in un insieme di caratteristiche tipiche dei combattimenti urbani, indipendentemente da periodo storico, tecnologia impiegata e attori coinvolti (eserciti statuali o milizie di vario tipo). Infatti, il campo di battaglia urbano presenta elementi comuni che si ripetono costantemente (senza scavare troppo nella storia possiamo riferirci agli esempi più recenti di Gaza e ai numerosissimi scontri urbani che costellano la guerra in Ucraina). Lo scenario urbano facilita il difensore (il che non significa che egli vinca sempre, anzi, ma che il costo dell’operazione per l’attaccante aumenta significativamente) per via dei limiti nell’intelligence e della possibilità di trasformare ogni edificio in un bunker prima menzionati.

L’attaccante, per sorprendere il difensore, usa esplosivi per aprire nuove vie di accesso agli edifici (mouse holing) e colpisce i punti più elevati per eliminare la capacità del nemico di osservare il campo di battaglia. Malgrado il combattimento sia relativamente statico, l’impiego del sottosuolo permette di creare le condizioni di una sorta di guerra di manovra come Hamas ha realizzato con la creazione della propria rete di tunnel. In ambiente urbano per entrambi i contendenti è impossibile concentrare le proprie forze perché la presenza stessa degli edifici, e degli spazi a loro interni, costringe a frazionarsi.

Ulteriore elemento comune è il ruolo centrale giocato dalla fanteria supportata da un’ampia potenza di fuoco (carri, artiglieria e asset aerei). Il soldato sul campo è in questo genere di operazioni fondamentale e ciò spiega bene sia ciò che vediamo in Ucraina sia l’esperienza israeliana. Non è infatti un caso che un report della Knesset di ottobre mostrasse come un significativo numero di soldati israeliani, 12.300, fosse stato inserito nel programma di riabilitazione psicologica a seguito della diagnosi di post traumatic stress disorder (PTSD) che li aveva individuati. Al contempo il report ha contato 54 suicidi di militari dall’inizio dell’offensiva, ottobre 2023, di cui ben 21 avvenuti nell’anno solare 2025.

La ragione di tale situazione potrebbe essere cercata, almeno in parte, proprio nel tipo di campo di battaglia. Infatti, come ricordato prima, l’impiego di truppe a terra in numero sostenuto è cruciale se si opera in città, inoltre il soldato impiegato in uno spazio urbano può trovarsi spesso isolato,  combatte a stretto contatto con il nemico con campi di tiro, e quindi tempi di reazione, brevi, vede in ogni angolo, finestra, porta, tombino una possibile minaccia che nasconde un nemico o un cecchino o una trappola esplosiva. Tutti questi elementi non fanno quindi che aumentare lo stress del soldato impiegato sul campo spiegando, almeno in parte, i dati prima menzionati.

Il campo di battaglia urbano rappresenta quindi uno scenario particolarmente complesso, con caratteristiche uniche ma uguali nei vari esempi storici e quello che in futuro potrebbe diventare lo scenario principale dei conflitti.