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L’attacco di terra contro Gaza City è iniziato nell’anniversario del massacro di Sabra e Shatila (16-18 settembre 1982), quando le forze israeliane circondarono i due campi profughi palestinesi per permettere alle milizie cristiano-falangiste e a quelle filo-israeliane di farne strame.

Tale coincidenza temporale non appare casuale, anche perché per gli ambiti cabalistici a cui afferisce tanta élite israeliana il simbolismo è fondamento e supporto indispensabile all’azione.

Altra coincidenza, casuale stavolta ma significativa, il parallelo vertice dei rappresentanti dei Paesi arabi e islamici a Doha per confrontarsi sull’attacco israeliano contro la delegazione di Hamas in Qatar.

Il fatto che l’inizio la campagna israeliana sia coinciso con tale l’assise dimostra l’insignificanza che Tel Aviv accredita al mondo arabo, nonostante lo alletti  con gli Accordi di Abramo, in realtà non un’intesa tra pari, ma un giogo per gli arabi.

Il summit di Doha poteva essere un’occasione per un’azione comune per fermare l’aggressività israeliana nella regione. Così non è stato: troppo disparati gli interessi e i rapporti internazionali dei singoli Paesi. A far scemare eventuali velleità devono aver contribuito le pressioni Usa, con il Segretario di Stato Usa Marco Rubio che, finita la visita in Israele, ha modificato la sua agenda, che prevedeva il ritorno in patria, per recarsi in Qatar a placare le acque.

L’unico cenno di speranza, invero oltremodo labile, il fatto nel comunicato finale della riunione si ribadisca che il Qatar resterà terra di mediazione tra Israele e Hamas (ruolo ribadito anche da Rubio quando è sbarcato a Doha, ma la diffidenza sul personaggio è d’obbligo).

Nel comunicato suddetto solo un timido cenno a un’iniziativa concreta: “Accogliamo con favore l’adozione da parte del Consiglio della Lega Araba […] della risoluzione intitolata ‘Visione condivisa per la sicurezza e la cooperazione nella regione’. In questo contesto, è opportuno sottolineare il principio della sicurezza collettiva e il destino comune degli Stati arabi e islamici, riaffermare l’imperativo dell’unità di fronte alle sfide e alle minacce condivise e avviare senza indugio lo sviluppo dei meccanismi necessari per la sua efficace attuazione“.

Resta, però, significativa la presenza al vertice dei Paesi del Golfo e dell’Iran, nonostante le manovre per metterli contrapposizione; poi quella di Turchia ed Egitto, perché potenze regionali; come anche quella dei Paesi islamici d’Asia, tra cui spicca il Pakistan perché in possesso della cosiddetta atomica islamica, un potenziale deterrente per l’atomica israeliana (tema controverso, ma che pure sta).

In questi giorni anche la relazione della Commissione Onu sui territori occupati e Israele in cui si definisce “genocidio” quanto si sta consumando a Gaza, spianando così la strada all’attesa sentenza della Corte internazionale di Giustizia.

Di ieri l’intervento del presidente della Commissione, Navi Pillay, sul New York Times (vedi foto di copertina), il quale, sgranando i reiterati crimini commessi contro i palestinesi, scrive: “Questi non sono incidenti di guerra. Sono atti calcolati per provocare la distruzione di un popolo”.

“I bombardamenti indiscriminati che hanno reso Gaza inabitabile – scrive – il blocco degli aiuti umanitari, le violenze sessuali e di genere e un assedio che, a nostro avviso, è stato progettato per far morire di fame la popolazione. Insieme, questi elementi costituiscono un modello che dimostra l’intento genocida”.

“Alcuni sostengono che il termine ‘genocidio’ sia troppo grave […]. Ma la legge è esplicita: l’obbligo di prevenire il genocidio sorge nel momento in cui si manifesta un rischio grave. Quella soglia è stata superata molto tempo fa. Nel gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia aveva avvertito tutti gli Stati che esisteva un serio rischio che a Gaza si stesse commettendo un genocidio. Da allora, le prove si sono solo aggravate e le uccisioni moltiplicate”.

“Cosa significa questo per la comunità internazionale? Significa che i suoi obblighi non sono facoltativi. Ogni Stato ha l’obbligo di prevenire il genocidio, ovunque si verifichi. Tale obbligo richiede un’azione: fermare il trasferimento di armi e il supporto militare utilizzati in atti di genocidio, garantire che l’assistenza umanitaria non sia ostacolata, fermare gli sfollamenti di massa e la devastazione e utilizzare tutti i mezzi diplomatici e legali disponibili per fermare le uccisioni. Non fare nulla non è neutralità. È complicità“.

Quindi, ricordando l’eccidio del 7 ottobre, i 1200 israeliani uccisi da Hamas, strage non certo obliterabile, osserva però che “nessun crimine, per quanto grave, giustifica il genocidio”.

“[…] La storia giudicherà la risposta del mondo. In Ruanda, la comunità internazionale non ha impedito il genocidio, né è intervenuta per fermare le uccisioni una volta iniziato. Oggi la comunità internazionale è di nuovo incapace di agire, questa volta a Gaza. Quanto vi accade viene riportato quotidianamente. Gli avvertimenti sono inequivocabili. La legge è chiara. La posta in gioco, la sopravvivenza di un popolo, non potrebbe essere più alta”.

“L’obbligo di prevenire il genocidio non spetta solo agli Stati, ma anche al sistema internazionale nel suo complesso. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non deve essere il cimitero delle coscienze. Le organizzazioni regionali, i parlamenti nazionali, la società civile e i cittadini comuni hanno tutti un ruolo da svolgere nel sollecitare i governi ad agire. La Convenzione sul Genocidio è nata dalle ceneri dell’Olocausto con un solenne giuramento: ‘Mai più’. Quel giuramento è privo di significato se si applica solo ad alcuni e non ad altri“.

“Esorto ogni governo, ogni leader e ogni cittadino a chiedersi: cosa diremo quando i nostri figli e nipoti ci chiederanno cosa abbiamo fatto mentre Gaza veniva rasa al suolo? Ogni atto di genocidio è una prova per l’umanità che ci unisce. La prevenzione del genocidio non è una questione di discrezionalità degli Stati. È un obbligo legale e morale che non ammette ritardi. La legge richiede un’azione. La nostra comune umanità lo esige”.

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