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La strategia di Benjamin Netanyahu per realizzare il sogno del Grande Israele a lungo agognato dal sionismo radicale di destra si è oggi arricchito di un nuovo capitolo: un inizio di invasione della Siria. Poco importa (lo diciamo per le anime belle, negli altri casi molto preoccupate per il “diritto internazionale” e il “diritto umanitario”) che le Alture del Golan siano, per il diritto internazionale, territorio siriano visto che la Risoluzione 497 del Consiglio di Sicurezza Onu ha condannato come “nulla e priva di ogni rilevanza giuridica internazionale” la decisione presa da Israele nel 1981 di imporre le sue leggi, la sua amministrazione e la sua giurisdizione sulle alture. Proprio da lì, oggi, sono passati i blindati israeliani che si sono addentrati oltre il confine della Siria, proprio come hanno fatto a Gaza e in Libano.

È sempre più evidente, quindi, che il mai contestato “diritto a difendersi” di Israele dopo le stragi terroristiche di Hamas del 7 ottobre 2023 è diventato via via un progetto assai più ampio: quello, appunto, di liquidare la presenza palestinese a Gaza (42 mila civili uccisi) e in Cisgiordania (800 morti in un anno; ma l’anno precedente al 7 ottobre 2023 era stato comunque quello con maggior vittime palestinesi degli ultimi vent’anni, cioè dai tempi della seconda intifada) e di espandere il controllo israeliano su maggiori porzioni di territorio di altri Stati sovrani, tentando il tutto per tutto nella convinzione che, nella peggiore delle ipotesi, si arriverà a una nuova guerra mediorientale in cui gli Stati Uniti sarebbero politicamente costruita schierarsi comunque con Israele.

Ormai non si parla più di una guerra tra Israele (appoggiato dagli Usa e, in un modo o nell’altro, dalle monarchie sunniti della regione) e l’Iran. Dando carta bianca a Netanyahu, cedendo al ricatto dell’antisemitismo (l’Onu come “palude antisemita”, copyright di Bibi) e tentando un timido risveglio solo quando Netanyahu l’Onu, incarnato dai caschi blu dispiegati nel Sud del Libano (10 mila uomini tra i quali mille italiani), ha cominciato a bombardarlo, siamo arrivati alle soglie di qualcosa di molto più grosso.

Per questo basta ascoltare le dichiarazioni del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Il personaggio è quello che è, vietato farsi illusioni. Ma in che misura possiamo dargli torto, dopo gli eventi in Libano e in Siria delle ultime settimane, quando definisce la politica di Netanyahu “la più concreta minaccia alla pace nel mondo”? E quanto dobbiamo preoccuparci quando lui, che per quasi quindici anni ha finanziato i gruppi terroristici dell’ex-Al Qaeda affinché cercassero di abbattere il regime siriano di Bashar al-Assad e ha occupato una striscia di territorio siriano, ora si spinge ad auspicare che “Russia, Siria e Iran prendano delle contromisure efficaci contro questa situazione; Israele mina l’integrità territoriale siriana”? Bisognerebbe poi capire che cosa Erdogan intenda quando dice che “quello che Netanyahu e i suoi scherani sognano si tramuterà in un incubo, potete starne certi”? È un semplice auspicio o l’inizio di una minaccia?

Di questa situazione i principali responsabili, accanto a Netanyahu, sono gli Stati Uniti di Joe Biden. La farsa degli inviti alla moderazione in pubblico e degli assai più discreti e decisivi rifornimenti di armi (record storico nell’ultimo anno, i modi e le cifre li ha ben raccontati qui Roberto Vivaldelli) non inganna più nessuno. Ed è una delle forme di stupidità politica più clamorose dall’invasione dell’Iraq da parte di George Bush e Tony Blair: appoggiare in questo modo Netanyahu sta regalando anche la Turchia di Erdogan al cosiddetto “asse del male” di Russia, Iran e Siria. Un ennesimo ottimo risultato per una presidenza che, come si è visto, persino i democratici Usa erano ansiosi di chiudere.

La morale di questa favola atroce è che, qualunque cosa dicano i neocon fuori tempo massimo e i moderati sempre pronti a giustificare le violenze degli amici, Netanyahu va fermato. Basta armi, basta denaro, basta accondiscendenza nei confronti di un leader politico che, come un Nerone contemporaneo, tenta di suonare la lira mentre Roma brucia.

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