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“Siamo i primi a pagare un prezzo per l’elezione di Trump. L’accordo ci viene imposto. Pensavamo di prendere il controllo della Striscia di Gaza settentrionale”. Sulle tv israeliane vicine al premier Benjamin Netanyahu e alla destra nazionalista israeliana emerge la frustrazione per un possibile accordo di cessate il fuoco che, almeno stando a diverse ricostruzioni, sarebbe stato altamente sponsorizzato (se non imposto) dal team di transizione del presidente eletto Donald Trump e dal suo inviato in Medio Oriente, Steve Witkoff. In queste ore, infatti, a Doha, in Qatar, è iniziato un nuovo ciclo di colloqui a cui partecipano mediatori provenienti, oltre che dallo stesso emirato, da Stati Uniti e Israele. Un funzionario palestinese vicino alla situazione ha rivelato alla BBC che, per la prima volta dall’inizio del conflitto, delegazioni di Israele e Hamas stanno conducendo negoziati indiretti nello stesso edificio.

Il ruolo chiave dell’inviato di Trump in Medio Oriente

Steve Witkoff, inviato speciale per il Medio Oriente del Presidente eletto Donald Trump, ha svolto un ruolo chiave nell’avanzamento delle trattative. Witkoff ha viaggiato dal Qatar a Israele per incontrare Netanyahu, esercitando una forte pressione sul leader israeliano affinché accettasse i compromessi necessari per progredire. Secondo i media israeliani, tra cui Haaretz, gli sforzi di Witkoff hanno portato a una svolta. Netanyahu, che in precedenza si era opposto a un accordo più ampio, ha ora accettato un piano che prevede un completo ritiro israeliano—un cambiamento rispetto alla sua posizione iniziale favorevole a un semplice cessate il fuoco temporaneo. Questo elemento sarebbe stato determinante per avvicinare le parti a un accordo. Infine, durante il fine settimana, il presidente Usa, Joe Biden, avrebbe discusso dei termini dell’accordo con Netanyahu e con Sheikh Tamim bin Hamad Al-Thani del Qatar, che sta mediando i negoziati. Ma la tavola è stata apparecchiata da Witkoff e quindi da Trump.

Come ha riportato su X Chaim Levinson, giornalista di Haaretz, citando una fonte vicina allo Stato maggiore israeliano: “Siamo i primi a pagare il prezzo della scelta di Trump. Siamo costretti a farne parte, non credo che fosse quello che avevamo pianificato o sperato. Pensavamo di prendere il controllo del Nord della Striscia di Gaza, ma ci impediscono di far entrare aiuti umanitari”.

Le tre fasi dell’accordo includono il rilascio iniziale di 33 ostaggi e un ritiro graduale delle forze israeliane con il mantenimento di un perimetro di sicurezza. Successivamente, ulteriori negoziati porteranno a nuove liberazioni e all’attuazione di protocolli di sicurezza per facilitare il ritorno dei palestinesi nel Nord di Gaza. Infine, tutti gli ostaggi rimanenti saranno rilasciati e le IDF completeranno il loro ritiro, subordinato al successo delle fasi precedenti. Il raggiungimento di un accordo rappresenterebbe un successo politico per Donald Trump in vista dell’imminente insediamento del 20 gennaio, che così potrebbe concentrare tutte le sue energie sul dialogo con Mosca in relazione alla guerra in Ucraina. E anche se l’accordo potrebbe concretizzarsi negli ultimi giorni dell’amministrazione Biden, rimane un quesito fondamentale: perché il presidente dem non ha convinto prima Netanyahu a scendere a patti e ha dovuto pensarci l’inviato speciale di Trump? Ora, dopo oltre 120 mila morti innocenti, è troppo tardi.

Tensioni Trump-Netanyahu

Tra Trump e Bibi potrebbero esserci dei forti dissapori in questo momento. Questo anche a causa del fatto che, nei giorni scorsi, il presidente eletto ha condiviso un video su Truth Social in cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu viene definito un “deep, dark son of a bitch” (un’offesa pesante). Questo avviene poche settimane dopo che Netanyahu aveva dichiarato di aver avuto una conversazione “molto amichevole e calorosa” con Trump riguardo ai negoziati per gli ostaggi e la politica in Siria.

Il video, che include un intervento dell’economista Jeffrey Sachs, accusa Netanyahu di aver manipolato la politica estera statunitense e di aver orchestrato “guerre infinite” in Medio Oriente. Sachs, parlando al Cambridge Union, afferma che Netanyahu, a partire dal 1995, avrebbe adottato una strategia sistematica per eliminare Hamas e Hezbollah colpendo i Governi che li sostengono, come quelli di Iraq, Iran e Siria.

Non è chiaro quale fosse l’obiettivo di Trump nel promuovere questo contenuto. Nel frattempo, è stato confermato che Netanyahu non parteciperà alla cerimonia di insediamento di Trump il 20 gennaio.

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