Mentre le notizie dei continui bombardamenti corrono veloci, ma svigorite dalla cronaca abituale di una guerra che dura da oltre un anno, Israele sta portando avanti il feroce “piano dei generali”. In un comunicato ufficiale dell’ONU, si legge a chiare lettere che “almeno 100mila persone sono state costrette a lasciare il nord di Gaza”. Ebbene, il piano di Giora Eiland, di cui se ne ipotizzava l’attuazione già a fine settembre, sembra proprio che si stia compiendo.
Nello specifico, lo ricordiamo, il progetto dell’ex generale dell’esercito israeliano prevede due fasi principali: un assedio totale al nord della Striscia prima, e l’espulsione completa dei palestinesi residenti nell’area poi. La prima fase, di fatto, è già stata completata. In questi due mesi, gli aiuti umanitari introdotti nell’area sono stati praticamente inesistenti, tanto da far denunciare, più e più volte, l’allarme di una carestia imminente. Lo sdegno internazionale per la “politica della fame” attuata da Israele, aveva persino suscitato una reazione da parte degli Stati Uniti, che avevano minacciato l’alleato di un possibile stop alle armi se non avessero fatto passare gli aiuti (scaduti i trenta giorni “dell’ultimatum”, tutto è proseguito con un nulla di fatto).
Esodo senza fine
Adesso però, la regione al Nord di Gaza sembra sia entrata nella fase due del piano Eiland. Jens Laerke, portavoce dell’OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) , ha dichiarato che “gli sfollamenti sono al massimo storico”, tant’è che da inizio novembre sono state almeno “centomila le persone obbligate a spostarsi a sud” (su un totale di 300mila residenti). Le immagini diffuse sui social media ne sono la triste riprova. Un esodo senza fine, di migliaia di persone che si trascinano, a piedi, sui carri o, nella migliore delle ipotesi, sulle poche auto di fortuna.
Per settimane, alla gente di Jabalia, Beit Lahia e Beit Hanoun, non è stato consegnato né cibo né alcun prodotto farmaceutico. Il personale dell’ONU, che opera sul campo a Gaza, ha riferito “che gli sforzi per consegnare gli aiuti umanitari sono stati puntualmente ostacolati dalle forze israeliane”. Sembra proprio quel che Giora Eiland aveva dichiarato apertamente mesi fa: “Impediremo l’ingresso di qualsiasi fornitura, che si tratti di cibo, acqua o carburante al nord di Gaza”. A confermarlo sono le Nazioni Unite.
Terrorizzare i civili
Per costringere la popolazione palestinese a spostarsi a sud, oltre alla politica della fame, l’esercito israeliano ha fatto il possibile per alimentare un clima di terrore. Lo riferisce l’Ong Euro-Med Human Rights Monitor, in un nuovo rapporto nel quale afferma di aver “documentato decine di uccisioni ed esecuzioni extragiudiziali, eseguite senza alcuna giustificazione”.
Dall’inizio di ottobre, prosegue l’Ong, “sono state commesse numerose atrocità nella zona assediata, volte a terrorizzare di civili”, tra cui “sfratti forzati dalle loro abitazioni e violente deportazioni al di fuori della provincia del nord di Gaza”.
La “ricognizione” dei coloni
Questa politica del terrore è uno dei mezzi utilizzati da Israele per giungere all’obiettivo perseguito, e cioè trasformare l’area in una zona cuscinetto, spopolata e isolata dal resto dell’enclave. Progetto che piace, e non poco, ai coloni più infervorati, che hanno già visitato un sito a Gaza, nella speranza di futuri insediamenti. Lo ha dichiarato a Channel 13 la stessa Daniella Weiss, la pasionaria del movimento dei coloni, che ha fatto “una ricognizione a Gaza passando per il corridoio Netzarim”. L’esercito israeliano si è limitato a sostenere che la visita non è stata “approvata dai canali ufficiali”. Non è chiaro, però, come sia possibile compiere una visita clandestina, essendo la Striscia una vera e propria prigione a cielo aperto, con tanto di mura alte sei metri a sbarrare il passo e cancelli presidiati da orde di militari.