Aprile 2006. L’agenzia russa Novosti rende pubblico che aerei militari russi hanno violato, inosservati, lo spazio aereo statunitense nella zona dell’Artico. I velivoli non rilevati erano un Tu-160 (codice Nato Blackjack) e un Tu-95 (codice Nato Bear) che hanno eseguito indisturbati quattro lanci missilistici simulati.

A onor del vero vi erano stati dei precedenti simili. Nel novembre del 2000, la portaerei Uss Kitty Hawk in navigazione nel Mar del Giappone, era stata sorvolata per ben due volte da una formazione non rilevata di velivoli russi Su-24MR scortati da Su-27. La grande unità americana si stava rifornendo di carburante da un’unità di supporto logistico, dimostrando secondo alcuni un’allarmante mancanza di vigilanza e disciplina, secondo altri una vulnerabilità provocata da nuove tecnologie. Alla base di queste “sorprese”, infatti , vi sarebbe la tecnologia del plasma-steath, cioè la capacità, tramite un generatore di plasma installato a bordo, di generare una nube di gas ionizzato che avvolge completamente l’aereo in volo rendendolo invisibile ai radar. Sebbene il principio sia noto da tempo (è lo stesso che rende impossibili le comunicazioni terra-bordo-terra nei veicoli spaziali in fase di rientro) e molti tecnici siano scettici sul suo effettivo uso operativo a causa dei problemi di peso del generatore ma anche di affidabilità e notevoli necessità energetiche, Anatoly Koroteyev (a capo del centro di ricerca Keddish che avrebbe messo a punto la tecnologia) sostiene da tempo di aver superato i problemi riscontrati in passato, con particolare riguardo ai disturbi che la nube di plasma arrecava al funzionamento dei sistemi elettronici di bordo, radar e comunicazioni compresi.

Che questa tecnologia fosse credibile (ricerche in merito sono condotte da tempo presso tutti i paesi tecnologicamente avanzati) lo ammettono anche i servizi di informazioni occidentali (tra l’altro apparizioni “improvvise” di velivoli russi si sono riscontrate anche nello scenario siriano), ma ciò che li ha allarmati di più è stata la dichiarazione della Novosti secondo la quale la Russia era pronta ad offrire il generatore di plasma-stealth per l’esportazione. Questo non è avvenuto, perché non era più necessario vendere questa preziosa tecnologia per acquisire valuta pregiata. Infatti i livelli di esportazione di petrolio e gas naturale hanno consentito alla Russia di salire al quarto posto tra i detentori di riserve auree, trattenendo una tecnologia che, comunque, secondo test condotti anche in occidente dovrebbe avviarsi verso la terza generazione con lo scopo di ridurre il peso del generatore e i livelli di energia richiesta per la “nube” ricorrendo anche all’energia elettrostatica. Appare chiaro come i livelli di produzione/esportazione di prodotti energetici hanno consentito alla Russia di primeggiare nel settore a livello internazionale, e di investire risorse nell’apparato militare.

La Russia e i suoi prodotti energetici

Per quanto Putin si sia dimostrato in grado di attuare politiche efficaci e cambiamenti strategici nel settore energetico ben più efficienti dei suoi predecessori, la sostenibilità a lungo termine del modello di dipendenza quasi totale dai prodotti energetici rimane dubbia. La Russia detiene le maggiori riserve di gas naturale ed è uno dei principali produttori di petrolio. Con l’ascesa al potere di Putin uno dei primi interventi è stato quello di consolidare il settore energetico sotto il controllo statale, invertendo radicalmente le politiche liberali avviate da Gorbachev negli anni ’80. Conseguentemente la strategia energetica di Mosca è diventata più aggressiva, contribuendo a creare una Russia più forte e stabile.

I ricavi sono aumentati grazie ai prezzi elevati dei prodotti energetici agli inizi degli anni 2000, e in questo modo la Russia aveva notevoli quantità di danaro da immettere nel settore economico, industriale e militare. Nonostante i notevoli introiti, con metà del bilancio russo proveniente da entrate energetiche (di cui l’80% di petrolio e il 20% di gas naturale), col tempo la principale preoccupazione di Mosca è diventata la sua vulnerabilità alle fluttuazioni del mercato dell’energia. Nonostante la retorica sulla modernizzazione e la diversificazione, la dipendenza della Russia dalle risorse energetiche è rimasta immutata. Nel 2015 il primo ministro Dmitri Medvedev ha chiarito la centralità del settore energetico per le fortune economiche della Russia dichiarando che “Il complesso combustibili/energia rappresenta oltre un quarto del Pil, quasi il 30%, oltre i due terzi dei proventi delle esportazioni e un quarto degli investimenti totali”.

Come conseguenza la Russia è stata la più colpita tra gli stati del G20 dalla crisi globale del 2008, quando i prezzi del petrolio sono crollati. Non solo. La crisi è stata notevolmente più complessa poiché al crollo dei prezzi del settore energetico si sono associati il crollo del valore del rublo e l’impatto delle sanzioni occidentali. Dopo un decennio di forti esportazioni e relative entrate, gli introiti hanno iniziato a diminuire per il calo dei prezzi dei prodotti energetici, e il futuro della Russia come forza dominante nel settore sembrava in discussione. A ciò si aggiunga la diminuzione della dipendenza dell’Europa dai prodotti energetici russi: le carenze di gas verificatesi durante le crisi russo-ucraine del 2006 e del 2009 sono state un campanello d’allarme per le nazioni europee relativamente alla loro dipendenza dal gas naturale russo. Quindi sia autonomamente sia come Unione europea i paesi in questione hanno iniziato a sviluppare strategie alternative per mitigare sia la vulnerabilità dell’Europa alle controversie tra Mosca e gli stati di transito intermedio, sia la sua generale dipendenza dalle forniture russe (lo sviluppo di impianti di stoccaggio di gas naturale allo stato liquido è una di queste soluzioni). Altri sforzi della Ue hanno reso sempre più difficile per Mosca utilizzare i prezzi del gas naturale come strumento di politica estera (alcuni stati si vedevano premiati per legami più stretti con Mosca con prezzi bassi, mentre altri si vedevano aumentare i prezzi).

I tentativi della Russia di abbandonare la dipendenza dalle esportazioni di energia concentrandosi sullo sviluppo industriale e sulla vendita di sistemi d’arma hanno avuto un successo marginale, e il paese rimane legato al settore energetico. La Russia utilizza le esportazioni sia come strumento di politica estera sia come tradizionale fonte di entrate, ma spesso in modo contraddittorio: per utilizzare l’energia quale strumento di politica estera Mosca deve essere in grado di incrementare o diminuire i prezzi o addirittura di minacciare di tagliare le forniture.

Qualche considerazione sull’export di sistemi d’arma

Nei discorsi di Putin non mancano mai i richiami al nazionalismo patriottico per una Russia più forte militarmente e più aggressiva sui mercati internazionali per far sentire il suo peso di grande potenza. Le risorse energetiche hanno consentito di sviluppare un’industria della difesa ad alta intensità tecnologica, con una conseguente posizione di leadership mondiale anche nelle vendite all’estero. Le vendite di armi comportano molto di più che semplici introiti finanziari. Sono uno strumento di vera e propria politica estera per esercitare influenze e cambiare le dinamiche di equilibrio di intere regioni. In un discorso del luglio 2012, Putin ha affermato che le esportazioni di sistemi d’arma sono “uno strumento efficace per incrementare gli interessi nazionali, sia politici che economici”. In particolare, nell’area Mena (Middle East and North Africa) Mosca ha fatto passi da gigante nella vendita di armi da quando Putin è salito al potere. Sebbene secondo gli analisti occidentali anche i sistemi d’arma più avanzati usati in Siria non possono essere giudicati completamente (poiché non hanno incontrato una reale opposizione, e pertanto non se ne possono valutare le prestazioni in uno scenario operativo complesso), bisogna ammettere che le armi russe di ultima generazione sono ben progettate, spesso alla pari di quelle occidentali e spesso più convenienti. I paesi occidentali, per vari motivi, negano l’accesso alle proprie tecnologie militari a molti paesi della regione, che quindi si rivolgono alla Russia.

A parte i clienti tradizionali dell’area Mena (Iran, Siria, Egitto) la Russia ha venduto armi a paesi tradizionalmente più vicini all’occidente come il Marocco e, caso ancora più eclatante, alla Turchia. Gli analisti considerano l’espansione della vendita di armi russe nell’area Mena come una delle sfide agli interessi occidentali in questa regione anche negli anni a venire. Negli ultimi anni l’area Mena è emersa come il secondo mercato di armi più importante per la Russia dopo l’Asia, e tra il 2000 e il 2016 un quinto delle esportazioni di sistemi d’arma di Mosca è andato in questa regione. La presa del potere da parte di Putin ha significato un ripristino dell’immagine della Russia come grande potenza in funzione anti-occidentale, riguadagnando influenza politica proprio tramite la vendita di sistemi d’arma per fare della Russia un concorrente dei paesi occidentali (e della Cina) ponendo in costante primo piano gli interessi di Mosca principalmente tramite le armi. Come sottolinea un report del Nato Defense College del 2016, anche se Mosca lascia intendere di raccogliere più successi di quelli che effettivamente ottiene, non vi è dubbio che il Cremlino ha giocato molto bene le sue carte nell’area Mena, e le vendite di armi costituiscono uno strumento efficace della politica estera di Mosca nell’area: i sistemi d’arma russi continuano ad essere molto attraenti per paesi che non possono permettersi o non possono avere tecnologie occidentali di punta, e le vendite della Russia nell’area Mena rimangono un grave problema per gli interessi occidentali.

I prodotti energetici e le ripercussioni sul sistema difesa

Il boom dei valori delle esportazioni di prodotti energetici gettò le basi per il ritorno del complesso militare-industriale russo (Opk, Oboronnyi Promyshlennyi Kompleks) ad un ruolo di primo piano nell’economia e nello sviluppo del paese. Con il crollo degli stanziamenti per la difesa negli anni ’90, l’Opk si era drasticamente ridotto, con le sole esportazioni verso Cina e India che mantenevano a galla molte imprese. Ma dopo le scarse prestazioni delle forze armate russe durante il breve conflitto con la Georgia nel 2008, il governo ha potenziato l’Opk, promuovendo un vasto programma di ammodernamento militare. L’OPK è stato, così, il destinatario di centinaia di miliardi di dollari negli ultimi anni. Nel 2010 la Russia avvia un programma decennale mirante sia all’ammodernamento delle forze armate, sia del relativo complesso industriale, affinché la Russia possa produrre sistemi d’arma moderni anche in futuro. Non a caso nel 2012, il presidente Putin ha espresso la speranza che il programma in questione non solo si traduca in forze armate nazionali più efficaci, ma anche che dia un significativo impulso di modernizzazione all’intera economia.

La natura precisa dell’ampliamento del sistema difesa è contenuta nel programma GPV-2020 (Gosudarstvennaya Programma Vooruzheniya 2020), che contiene le linee guida del programma decennale di riammodernamento su vasta scala del complesso militare russo. La speranza del governo è che il 70% dei sistemi d’arma sarà all’avanguardia quando il GPV-2020 sarà completato. Oltre a sistemi d’arma di ultima generazione e di concezione radicalmente nuova, il GPV-2020 prevede la modernizzazione di alcuni sistemi risalenti all’era sovietica. Nel caso dell’aviazione saranno radicalmente ammodernati gli intercettori MiG-31 e i bombardieri strategici Tu-160, ma anche i più datati Tu-22 e Tu-95.

Va notato che mentre i progressi in alcuni settori hanno incontrato difficoltà e ritardi (come nello sviluppo del velivolo da combattimento di quinta generazione Su-57 – noto come T-50 allo stadio prototipico – e il nuovo carro armato T-14 Armata), il programma ha comunque consentito lo sviluppo di moderni sistemi d’arma che hanno contribuito a un significativo potenziamento delle capacità militari russe. Oltre a potenziare le capacità militari del paese, il ruolo dell’Opk nell’economia russa è cresciuto notevolmente dal 2011. La quota del PIL destinata alla difesa è superiore a quella di ogni singolo paese Nato, così come di Cina, India e Giappone. È quindi chiaro come la rinnovata attenzione per l’industria della difesa ha rafforzato il ruolo dell’Opk nell’economia russa. Ciò non significa che la Russia sia vicina ai budget militari dell’Urss (dove in alcuni casi si toccò il 15% -e oltre- del PIL), tuttavia vi è una tendenza verso un ulteriore incremento della produzione militare qualora l’atmosfera geopolitica non migliorasse. E’ quindi probabile che l’Opk godrà di uno status elevato nella politica economica russa anche negli anni a venire. Come accennato, le decisioni di Putin saranno influenzate dalla percezione della situazione geopolitica. Se prevale l’attuale valutazione russa di una situazione geopolitica ostile a Mosca, è possibile che il leader russo possa scegliere di mantenere i notevoli investimenti militari anche in presenza di una recessione economica. L’annessione della Crimea e il sostegno alle forze separatiste ucraine avranno anche trovato favore in patria, ma hanno provocato sanzioni occidentali che hanno isolato Mosca dai capitali globali e impedito alla sua industria petrolifera di esplorare e sviluppare nuove riserve.

Finora Putin è stato molto abile nel trasformare gli effetti delle sanzioni a proprio vantaggio incolpandole per i problemi economici interni, e anche la caduta dei prezzi del petrolio a partire dal 2014 viene spigata ai russi come un complotto ordito da Usa e Arabia Saudita ai danni delle esportazioni russe. Gli analisti occidentali si chiedono se è possibile per Mosca proseguire questo sforzo con il crollo del prezzo del petrolio: in meno di due anni, tra la prima metà del 2014 e l’inizio del 2016, il greggio degli Urali è passato da 107 a 30 dollari al barile. Comunque sia le compagnie petrolifere russe hanno una motivazione per continuare a produrre, anche a prezzi molto bassi: alcune di loro sono molto indebitate e hanno bisogno di incamerare valuta pregiata, qualsiasi sia il prezzo del greggio, per far fronte ai propri debiti. Inoltre la maggior parte della produzione russa si trova in Siberia occidentale, dove il clima molto rigido rende tecnicamente sconsigliabile l’interruzione della produzione. Va comunque notato che nuovi pozzi sono stati attivati anche in Siberia orientale, ma a costi maggiori a causa di una geologia locale più complessa.

Significativamente le spese militari sono un’area che non è stata tagliata e tra il 2015 e il 2019 si sono attestate intorno al 6% del PIL. Ma la Russia può permettersi di continuare a rafforzare il suo strumento militare anche di fronte alla caduta delle entrate derivanti da petrolio e gas, alla recessione economica e alle crescenti richieste di spesa sociale interna? In che modo i cambiamenti dei prezzi dei prodotti energetici influenzano le capacità della Russia nel proseguire il riarmo che ha rafforzato il suo ruolo internazionale? Appare evidente come gli ambiziosi piani russi di riequipaggiamento delle forze armate mal si conciliano con la crisi economica.

Dopo una crescita annua superiore al 7% nel decennio 1999-2009, la Russia ha rallentato notevolmente la sua crescita che nel 2014 è scesa allo 0,6%. Di conseguenza il crollo del prezzo dei prodotti energetici, gli effetti delle sanzioni occidentali e un rallentamento interno generalizzato, comportarono una dura recessione nel 2015. Mentre alcune aree della spesa pubblica furono tagliate di oltre il 15%, i fondi della difesa hanno subito un decurta mento del 4,5%, ma, significativamente, i fondi per l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma non sono stati ridotti, con tagli effettuati in altre aree del settore militare. Anche se l’economia ha continuato a rallentare nel 2016, i finanziamenti militari sono stati protetti dai tagli. La riluttanza di Putin a tagliare le spese destinate alla difesa, anche a fronte di una lunga e grave recessione, mostra l’importanza strategica legata alla ricostruzione delle capacità militari della Russia.

Comunque gli stanziamenti derivanti anche dalle entrate provenienti dalla vendita di idrocarburi, hanno già consentito che le forze armate russe siano significativamente più capaci rispetto agli ultimi vent’anni. Nel corso degli ultimi anni la Russia ha acquisito nuovi sottomarini a propulsione nucleare, missili strategici, centinaia di moderni velivoli da combattimento, elicotteri e mezzi corazzati. Anche se il riequipaggiamento non ha sempre goduto di progressi regolari, il completamento dei programmi doterà la Russia di una forza tra le più efficienti e sofisticate al mondo. Anche se alla fine alcuni tagli sono stati fatti, è probabile che questi riguardino aree particolari nelle quali l’industria e la ricerca russa faticano a fare progressi.

Altri progetti che potrebbero subire ritardi includono i piani per una nuova generazione di bombardieri strategici. A parte alcune rinunce, quindi, anche con un’economia indebolita il governo russo sembra determinato all’aggiornamento delle capacità militari: ciò potrebbe causare un ristagno degli standard di vita, ma sicuramente renderà la Russia un attore militare molto più capace che gli altri paesi dovranno imparare a gestire e affrontare. Tuttavia in un periodo di profonda crisi il mantenimento degli attuali livelli di spesa militare comporterò inevitabili ulteriori tagli alla sanità, istruzione, infrastrutture, servizi sociali, con conseguente dilagare della povertà. Ciò evidentemente minaccia lo sviluppo sociale ed economico della Russia a medio termine, e, di conseguenza, i rapporti del presidente Putin con i suoi concittadini.