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La spaccatura, latente e confinata ai corridoi della Knesset fino a pochi giorni fa, tra Netanyahu e Gallant è adesso ben evidente. Il primo, come noto, è il capo del governo israeliano e il secondo invece è il suo ministro della Difesa. Nelle scorse ore, sui media israeliani e non solo, ha destato molto clamore la dichiarazione resa dal titolare della Difesa sul dopo guerra a Gaza. Secondo Gallant, in particolare, occorre pensare a un governo all’interno della Striscia appena le armi verranno messe a tacere. Altrimenti, è l’avvertimento del ministro, Hamas non andrà più via.

Non si è trattata di un’esplicita accusa contro Netanyahu, ma il riferimento al premier non è poi così velato. Con le sue frasi, rese in un discorso trasmesso mercoledì sui social, il numero uno della Difesa israeliana ha lanciato una profonda critica all’attuale linea del primo ministro, volta a proseguire il conflitto senza un’apparente particolare meta. Se da un lato Netanyahu non ha al momento risposto, furiosa invece è stata la reazione dei partiti religiosi e delle formazioni più a destra della coalizione di governo. Con Ben Gvir, leader di Potere Ebraico e ministro della Sicurezza Pubblica, che ha accusato Gallant del fallimento del 7 ottobre (data degli attacchi di Hamas contro Israele) e ne ha chiesto pubblicamente la testa.

Le parole di Gallant

Le frasi del ministro della Difesa senza dubbio erano state scritte in precedenza e il suo discorso era stato preparato prima della sua apparizione in tv e sui social. Tuttavia, è possibile pensare che Gallant abbia deciso di rendere pubbliche le sue perplessità sulla guerra come diretta risposta a precedenti dichiarazioni del premier Netanyahu. Quest’ultimo, in un’intervista trasmessa sempre mercoledì, aveva dichiarato di non voler vedere trasformata la Striscia di Gaza da un “Hamastan” a un “Fatahstan“. Tradotto, vuol dire che la preoccupazione del primo ministro dello Stato ebraico è quella di veder passare la Striscia da un governo dominato da Hamas a uno formato da Fatah, il partito guidato da Abu Mazen, ossia il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp): “Ogni altra discussione sul futuro di Gaza – ha poi sottolineato Netanyahu – sarà rinviata a dopo la sconfitta di Hamas”.

Ed è qui che a quel punto Gallant ha deciso di intervenire, tirando fuori un discorso forse conservato già da giorni nei cassetti della propria scrivania. Il ministro della Difesa ha voluto in primo luogo ribaltare la prospettiva di Netanyahu, pur senza citare espressamente il nome del premier: “Non ci sarà sconfitta di Hamas – è uno dei passaggi del suo intervento – senza un piano per il giorno dopo”. Vale a dire che, secondo la visione del ministro, Israele deve pensare adesso a come gestire il dopoguerra e a chi affidare il controllo della Striscia. Il tutto per accelerare i piani di una sconfitta di Hamas e di una detronizzazione del movimento islamista palestinese da Gaza.

Occorrono scelte difficili – ha dichiarato Gallant – qualunque sia il costo personale o politico, perché i guadagni della guerra vengono erosi ed è in gioco la sicurezza a lungo termine di Israele”. L’appello alle scelte difficili sembra essere lanciato direttamente all’indirizzo di Netanyahu, il quale teme che un’apertura in tal senso porterebbe a una destabilizzazione della sua maggioranza per via dell’opposizione dei partiti posizionati più a destra.

La fine della campagna militare deve andare di pari passo con l’azione politica – ha poi proseguito il ministro della Difesa – Il “giorno dopo Hamas” potrà essere raggiunto solo se le entità palestinesi prenderanno il controllo di Gaza, accompagnate da attori internazionali, stabilendo un governo alternativo al governo di Hamas. Questo è soprattutto un interesse dello Stato di Israele”. La soluzione di un governo palestinese supportato e supervisionato da organismi internazionali, viene vista da Gallant come l’unica vera strada praticabile: “L’alternativa – ha spiegato – è una permanenza di Hamas a Gaza oppure un governo militare israeliano ella Striscia”. Un’opzione quest’ultima che il ministro ha fatto sapere di non volere appoggiare, prendendo esplicita distanza dall’idea di far stazionare le truppe dell’Idf a Gaza a tempo indeterminato.

Lo scontro tutto interno al governo israeliano

C’è poi un passaggio, nel discorso di Gallant, che appare sia come un atto di accusa verso Netanyahu e sia anche come un primordiale accenno di campagna elettorale: “In ogni gabinetto di guerra convocato da ottobre – ha infatti dichiarato – la questione del dopo Hamas e del governo nel dopo guerra l’ho sempre richiamata all’ordine del giorno, sfortunatamente nessuno l’ha presa in seria considerazione”. Quasi un modo per prendere le distanze dalle recenti scelte fatte dal governo e dalla maggioranza. E per porsi, agli occhi dell’opinione pubblica, come una concreta alternativa a Netanyahu.

La sfida tra il premier e il suo ministro della Difesa non è comunque nuova. Anzi, da mesi le principali testate israeliane parlano di un accordo tra Gantz, componente del gabinetto di guerra e tra le principali figure dell’opposizione, e Gallant per far cadere l’attuale esecutivo. Il piano tra i due prevedrebbe, in particolare, la presentazione di un disegno di legge da parte del ministro della Difesa volto a imporre la fine dell’esenzione dall’obbligo di leva per gli ebrei ultra ortodossi. Gantz in tal senso farebbe da sponda, assicurando il sostegno del suo partito. Circostanza che andrebbe a destabilizzare il Likud, la formazione di centrodestra del premier, e la coalizione di maggioranza. Qui dove i partiti religiosi alzerebbero gli scudi contro una proposta di legge del genere.

Ma al di là delle possibili congetture fantapolitiche, la distanza tra Gallant e Netanyahu è ben evidente e concreta. Il premier, per non assistere alla caduta del suo governo, deve fare comunella con le formazioni religiose. E non è un caso se da questa sponda della Knesset siano arrivate autentiche bordate contro Gallant. Ben Gvir e soci hanno già fatto sapere di volere e auspicare le dimissioni del ministro della Difesa. Ribadendo come, ad oggi, l’unica condizione per appoggiare il governo riguarda la prosecuzione della guerra.

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